Sul patto per la produttività

La Confindustria apre un nuovo fronte contro il proletariato

Siamo degli spudorati gaudenti, non c’è niente da fare. Noi, che ci alziamo tutti i giorni per andare a lavorare, che facciamo fatica ad arrivare alla fine del mese e ci ammazziamo di straordinari, noi, oppressi dall’ansiosa attesa di vederci rinnovato il contratto a termine, stiamo affondando il “sistema-Paese”. Invece di prendere a cuore il bene comune, sciupiamo il nostro tempo a pensare su come faticare di meno e prendere di più.

Chi lo dice? Ma le massime autorità confindustriali italiane in due interviste apparse l’una dietro l’altra sul Sole 24 ore (21 e 23 settembre), con le quali annunciano la strategia prossima ventura del padronato. L’occasione, a Bombassei e Montezemolo (di loro si tratta), per questa nuova dichiarazione di guerra al proletariato, è stata offerta da Padoa-Schioppa, che aveva invitato le “parti sociali” a riscoprire lo spirito del ’93, quando venne inaugurata quella concertazione che ha accelerato il trasferimento di ricchezza dai salariati ai padroni. Presa la palla al balzo, i due di cui sopra non ci hanno messo molto a dire chiaro e tondo che per rilanciare l’economia bisogna rivoltare come un calzino il sistema delle cosiddette relazioni lavoratori-impresa. Bombassei e, di seguito, Montezemolo hanno così puntato il dito contro un’organizzazione del lavoro invecchiata (a loro dire) che, per la sua rigidità, non consentirebbe di affrontare un mercato mondiale irto di scogli e di imprevisti. Basta rigidità, dunque, e porte spalancate alla flessibilità: flessibilità nell’orario, flessibilità nel salario. A questo punto, però, ci sorge il dubbio che ai padroni manchi il senso dell’umorismo, se Bombassei, in tutta serietà, non si vergogna di affermare che “da noi la flessibilità è vicina allo zero”, quando i livelli di precarietà, pardon, flessibilità, non hanno niente da invidiare (anzi!) a quelli degli altri paesi europei. In ogni caso, tra gli obiettivi non più rinviabili, per il padronato c’è la necessità di mandare in soffitta o, quanto meno, ridimensionare decisamente, il contratto nazionale a favore di contratti aziendali/territoriali, più vicini (è sempre la voce del padrone a cantare) ai bisogni dell’impresa.

Tratteggiato il quadro generale, seguono le indicazioni specifiche, in primis quelle riguardanti l’orario, che deve rompere qualsiasi vincolo e adattarsi agli alti e bassi degli ordinativi, cioè sempre dei famigerati mercati. Oltre a essere flessibile, deve anche aumentare in maniera significativa, tanto in durata quanto in intensità; per arrivare a ciò, Montezemolo vede come prioritario l’adeguamento dell’orario effettivo a quello teorico, con cui finalmente lavoreremo almeno 100 ore in più all’anno, e la chiusura delle “porosità” del tempo di lavoro (che, aggiungiamo noi, impediscono che si diventi in tutto e per tutto dei robots).

Terzo e ultimo elemento di questo bel quadretto, è il salario: se la “normalità” dell’orario sarà la sua variabilità (per es., 32, 40, 48 o più ore settimanali, a seconda di ciò che serve al padrone), lo stesso dovrà valere per il salario. Largo dunque a tutte quelle forme di retribuzione legate ai risultati aziendali (curiosità: chi li stabilisce, chi li controlla?) e brusco freno al salario nazionale, uguale da Torino a Palermo. Naturalmente, sia Bombassei che Montezemolo, mettendo le mani avanti, chiariscono che non si tratterebbe di un ritorno alle famigerate gabbie salariali su base regionale di una volta; in effetti, più che di gabbie salariali vecchio stampo, ci troveremmo di fronte a tante gabbie aziendali o, il che è lo stesso, a una specie di cottimo collettivo e, come si sa, il cottimo è uno dei sistemi migliori per spremere all’osso la forza-lavoro. È evidente che se tutto questo passasse, le conseguenze per il proletariato sarebbero devastanti: frammentato in mille e mille schegge, tante quante sono le aziende, si troverebbe veramente ad essere niente più che un fazzolettino usa e getta, come ancora del tutto non è, nonostante i governi di centro-sinistra e centro-destra abbiano fatto molto per realizzare questo “sogno nel cassetto” della borghesia...

Patto per la produttività, lo chiama Montezemolo, riscoperta, ad un livello più alto, della concertazione, dice Bombassei: potevano, dunque, i centro-sinistri e i sindacati ignorare “l’adunata” del padronato? Mai più! DS, Margherita, centristi del governo modulano solo diversamente mugolii di servile consenso, lasciando ai “due di coppe” della coalizione - la sedicente sinistra radicale - il ruolo di utili e storditi critici. La CISL, poi, sono anni che dice le stesse cose: figuriamoci se non ha stappato lo champagne per festeggiare tanta consonanza con la Confindustria! Se magari qualcuno fa notare che, oggi, la contrattazione aziendale riguarda solamente una piccola parte dei lavoratori, niente paura: chissà che un domani non venga varata una legge, tipo quella delle RSU, che, visti i servigi resi, non imponga la presenza del sindacato in tutte le aziende. Fantascienza? non si può mai dire: il fascismo qualcosa del genere l’aveva fatto, e il fascismo è solo un altro modo per difendere gli interessi di sempre del capitale.

Ma, la CGIL? Al solito. Da una parte, deve difendere l’immagine (solo quella) di sindacato “tosto”, dall’altra non può rinunciare alla sua natura di... sindacato. Dunque, ostentata freddezza alle proposte confindustriali, ma, all’ultimo, lancio di un salvagente al povero Montezemolo: no alle ingorde imposizioni unilaterali, sì alla contrattazione che riconosca il ruolo del sindacato. Accettato questo, nessun argomento è tabù, nemmeno l’orario variabile adattabile ai bisogni aziendali, come il contratto FIAT insegna.

Ma ai bisogni dei lavoratori, chi ci pensa? Se non ci pensano loro, nessuno lo fa.

cb

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.