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Home ›Facciamo come l’America - Finanziarizzazione dell'economia e affamamento del proletariato
Nell’ultima settimana di febbraio, la lira ha perso oltre 22 punti sul dollaro e circa l’1,6 per cento sul marco; eppure mai come in questi ultimi tempi l’economia italiana dovrebbe offrire garanzie ai cosiddetti Mercati: il disavanzo pubblico è in calo (il fabbisogno pubblico, nei primi due mesi del 1997, ha fatto registrare una riduzione del 70 per cento rispetto allo stesso periodo del 1996) , l’inflazione è la più bassa dal 1969 e il costo del lavoro è a livelli asiatici ( 18 dollari l’ora, di qualche punto più basso di quello statunitense e poco più della metà di quello tedesco). Senza contare che sia il presidente del Consiglio, sia il ministro del Tesoro hanno annunciato che entro marzo saranno adottati provvedimenti di riduzione della spesa pubblica tali da assicurare il rispetto del famoso parametro del tre per cento del Pil previsto dall’accordo di Maastricht.
Se un calo così vistoso del corso della lira si fosse verificato prima dell’approvazione della legge finanziaria, gli economisti, in coro, avrebbero indicato nella mancanza di rigore della politica economica del governo la causa di una tale sventura e sui giornali si sarebbero sprecati i titoli a otto colonne contro i privilegi dei pensionati e gli sprechi del Servizio Sanitario Nazionale causa dell’ira dei mercati finanziari; ora gli economisti tacciono e i giornali ne danno appena notizia. Nell’aria, infatti, echeggiano ancora gli squilli di tromba che hanno accompagnato l’esaltazione della politica economica del governo, tutta sacrifici e rigore, grazie alla quale - essi dicevano - la lira aveva guadagnato posizioni su tutte le altre monete. Ma eccoti, imprevisto, questo nuovo botto a sopravanzare gli squilli di tromba. Così, per esempio, il gazzettino governativo di lunedì 3 marzo, la Repubblica, ha dedicato al rovescio della lira un trafiletto in 22ª pagina senza alcun commento. Ma in compenso domenica 2 marzo, sullo stesso gazzettino, un lungo articolo spiegava per filo e per segno il perché del successo del dollaro.
L’America - ha scritto Vittorio Zucconi - che oggi vanta 10 milioni di nuovi posti di lavoro creati in cinque anni [E ridagli con questa bufala: quanti ne ha distrutti? - ndr] ... ha pagato caro quel dollaro che ora fa pagare caro a noi. Ha cominciato a demolire l’impalcatura del Welfare State: ieri, primo marzo, centomila persone si sono trovate di colpo senza i buoni pasto pagati finora dallo Stato. Ha scaricato sempre più sulle comunità locali e sulla beneficenza privata il peso della solidarietà sociale. Ha chiuso gli occhi davanti al crescere e svilupparsi dei - come la zarina del software Microsoft- che un tempo avrebbero fatto arrivare in picchiata quei “regulators” da Washington che già smembrarono la Esso, la Att telefonica e oggi guardano dall’altra parte. Ha lasciato che le sue grandi città fossero sempre più abbandonate alla violenza dei suoi poveri, perché il costo della loro salvezza sarebbe stato insostenibile.
Insomma l’America ha scelto. Forse ha fatto la scelta sbagliata (ma saremo noi a rimproverarglielo?) ma ha scelto e il suo principale prodotto di esportazione il dollaro, riflette quella scelta apprezzandosi... L’America ha pagato molto caro il dollaro che oggi ci fa pagare caro, ma almeno sapeva che cosa avrebbe comperato con quei sacrifici: Non brancolava nel buio, inciampando di sacrificio in sacrificio come altri popoli stanno facendo, chiedendosi se finirà mai la nottata.
Insomma: se il dollaro va forte è perché negli Usa si è andati oltre la politica dei sacrifici: si è data via libera ai grandi monopoli e si è passati alla demolizione di ogni forma di protezione sociale. Facciamo quindi come l’America. Non sarà la scelta giusta, ma almeno sarà una scelta definitiva.
Sembra già di vederli i pensionati, i disoccupati, i malati senza assistenza, gli indigenti innalzare peana al cielo per aver finalmente sconfitto quel male oscuro che li torturava quando avevano un lavoro, una pensione o un buono-pasto: l’incertezza del domani causato da quello stillicidio interminabile di sacrifici. In fondo la fame è poco cosa a confronto con l’angoscia figlia dell’incertezza. Conoscete qualcuno suicida per fame? La lista dei suicidi per angoscia invece è lunghissima. Meglio, mille volte meglio la fame che quel morire giorno per giorno così senza una scelta chiara. D’altra parte tutto quello fatto finora non è servito a niente. Non sono stati tagliati i servizi, le pensioni, i salari, i sussidi, la spesa sanitaria? Le imprese non hanno ristrutturato, licenziato, trasferito gli impianti in Albania e in Brasile, ridotto il costo del lavoro e praticato il /7downsizing_ come in America? Eppure la lira va giù lo stesso. Ci vuole altro. Facciamo come l’America!
Già! Se non fosse che anche questa è una balla che serve a mascherare la nottata senza fine di qua e di là dell’oceano.
In piena epoca reaganiana, quando in solo quattro anni il debito pubblico statunitense crebbe di un ammontare pari a quello accumulato lungo l’arco di un intero secolo, si verificarono quotazioni anche di duemila lire per dollaro. E il Marco? Non si è rivalutato rispetto alla lira nonostante, come dicono gli esperti, i fondamentali dell’economia tedesca non siano poi tanto migliori di quelli dell’economia italiana? Se fossero solo gli sfracelli a spese dei poveri cristi a determinare le quotazioni delle valute, il rapporto lira/marco oggi dovrebbe avere tutt’altra tendenza. In Italia si è picchiato più duro che in qualunque altro paese europeo: sono stati tagliati oltre cinquecento mila miliardi di lire in cinque anni eppure la lira continua a salire e scendere a prescindere da tutto ciò. E vero invece il contrario: gli sfracelli servono perché le monete vanno su e giù a seconda degli interessi del grande capitale e il proletariato deve pagare il conto.
gpContinua sul prossimo numero
Battaglia Comunista
Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.
Battaglia Comunista #3
Marzo 1997
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