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Home ›Menzogne e limiti dell'imperialismo americano - La "primavera" di Bagdad è già finita
La guerra in Iraq come primavera di democrazia nel mondo arabo
Sono le parole del presidente Bush espresse durante una visita ai soldati americani in Qatar. Dopo la storiella delle armi di distruzione di massa, questa è l'altra grande arma usata dall'imperialismo americano, a giustificazione dell'aggressione nei confronti dell'Iraq, e riguarda la supposta necessità di usare la forza come strumento di esportazione delle istituzioni democratiche in un mondo, quello arabo, caratterizzato da dittature e regimi totalitari, inscenando così la più ridicola delle falsità che nemmeno il colonialismo inglese ha mai espresso nei momenti migliori del suo espansionismo. Come da programma, portato a compimento l'aggressione bellica, eliminato il regime di Saddam Hussein, diviso l'Iraq in tre zone, l'esercito americano ha incominciato ad amministrare quella centrale di Baghdad e quella al centro nord di Kirkuk e Mosul dove è estratto il 70% del petrolio iracheno. Forse, ci sarebbe da concludere, che quella zona, che è stata alla base della guerra e che è immediatamente passata sotto l'amministrazione americana, è quella più bisognosa di democrazia. Manfrine a parte, gli esiti democratici del dopo guerra, in Iraq come in Afganistan, danno segnali che vanno esattamente nella direzione opposta. In Afganistan il governo di Karzai sta in piedi solo grazie alla presenza militare americana. Non è stato compiuto un solo passo verso la ricostruzione del paese, Kabul è la solita città fantasma ancora sanguinante per le ferite di venticinque anni di guerra civile. L'economia è inesistente come sempre, l'unica attività economica di un certo rilievo, che è alla base degli scontri tra le etnie e le varie tribù, è quella legata alla coltivazione e alla commercializzazione della droga. Dopo la caduta del governo talebano, tutto è ritornato come prima, anzi peggio di prima. Il governo non ha nessuna autorità nei confronti della popolazione. Le sue istituzioni sono sempre più orientate alla repressione. Le lotte per il potere politico hanno riacceso antiche rivalità tra i signori della guerra. Il business della droga ha rimesso in fibrillazione le tribù per il controllo dei terreni di produzione e le strade di commercializzazione dell'oppio. La legge coranica continua ad imperversare. La criminalità dilaga in tutte le maggiori città e persino nei villaggi, e quello che più conta, monta la resistenza contro la presenza americana sul territorio, sino al punto da vanificare gli obiettivi della guerra stessa: il controllo e la gestione del petrolio caspico attraverso un Afganistan pacifico e politicamente affidabile.
Il dopo guerra iracheno presenta le medesime caratteristiche. Il governo provvisorio di Chalabi - Bremer, tutto dedito agli affari della ricostruzione, allo sfruttamento petrolifero dato in mano alla maggiori compagnie americane, ha avuto come primo grande effetto quello di esasperare la popolazione sia del centro, sia del sud, con episodi di aperta lotta contro la presenza militare americana. Non solo non si è prodotta nemmeno la parvenza di un inizio di gestione democratica in termini borghesi, ma va esprimendosi un processo di repressione dittatoriale su tutte le fasce della popolazione irachena quando si esprimono attraverso le manifestazioni e gli scioperi per le condizioni di affamamento e di miseria generalizzati che questa guerra ha reso intollerabili.
Non passa giorno che non si producano attentati contro i militari americani che non trovano migliore risposta che quella di sparare sulla folla. Il governo fantoccio è diventato una sorta di comitato d'affari che non lesina violenze e repressioni contro tutti coloro che insorgono in nome della autonomia, dell'indipendenza e di quella indigena democrazia borghese che solo la vergognosa propaganda imperialista si ostina a considerare come prerogativa degli invasori. È tanto palese l'infamia della scusa democratica, che tra gli oppositori del regime americano, (non sono nostalgici del regime di Saddam Hussein né terroristi senza arte né parte ma semplici nazionalisti che mal sopportano il peso dell'occupazione), l'obiettivo primario è quello di rendere difficile la vita al nuovo regime, colpendolo nel cuore dei suoi interessi strategici: il petrolio.
Non per niente la tattica dei movimenti nazionalistici di opposizione in soli due giorni, il 22 giugno e nella notte tra il 22 e il 23 ha prodotto il sabotaggio di ben due oleodotti, il primo quello di Hit a circa cento chilometri da Baghdad che collega i rifornimenti energetici tra il nord e il sud, il secondo ai confini con la Siria che ha il suo terminale nel mediterraneo, mettendo in crisi l'intero settore di produzione dell'energia elettrica, oltre a rendere difficoltoso e insicuro l'approvvigionamento e la commercializzazione del greggio che è stata resa ufficialmente possibile proprio a partire dal giorno 22.
È meglio morire di fame che consentire lo sfruttamento del nostro petrolio ad Americani e Israeliani, è stato il commento della popolazione irachena dopo gli attentati ai due oleodotti. Come per l'Afganistan, la democrazia del petrolio stenta a decollare benché vengano usate con criminale determinazione gli strumenti della guerra e della repressione.
L'unica questione stonata è che sul terreno di classe nulla si muove. È pur vero che dopo la caduta del regime di Saddam, qualche iniziativa di scioperi e di autonoma organizzazione proletaria si è espressa. Si è avuta notizia che il vecchio partito comunista di stampo stalinista ha riaperto cinque sedi e che il partito comunista operaio dell'Iraq sta godendo di spazi politici inusitati. È anche vero che tutto ciò durerà lo spazio di un mattino, puntuale arriverà la repressione americana e sarà ancora più dura di quella del vecchio regime. Ed è sin troppo facile prevedere che, sino a quando le sparute avanguardie sedicenti comuniste, il caso è proprio quello del partito comunista operaio dell'Iraq, si gingilleranno su di un programma di tipo nazionalistico, democratico, invocando a garanzia di questi due obiettivi la salvifica presenza dell'Onu in chiave anti americana, per il proletariato iracheno, come per quello di tutta l'area circostante, il futuro di una ripresa della lotta di classe in senso comunista e internazionalista, sembra essere ancora molto lontano.
fdBattaglia Comunista
Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.
Battaglia Comunista #7
Luglio-agosto 2003
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