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Esperimenti di classe sui lavoratori della scuola
Sarebbe un attacco devastante, che rischierebbe di far impallidire quelli che i diversi ministri dell’Istruzione hanno sistematicamente portato al personale della scuola, a cominciare, in questa ennesima aggressione, dal settore docente.
I fatti sono noti: il ministro Profumo, che pur essendo un “tecnico” ha immediatamente appreso il linguaggio ciarlatanesco dei politicanti di mestiere, facendo appello al cuore generoso degli insegnanti ha pensato bene di alzare del 33% le ore di insegnamento diretto (in aula) a parità di stipendio. Alla faccia del contratto – bloccato dal 2009 e fino a chissà quando – alla faccia stessa del concorso che dovrebbe dare un posto a undicimila precari circa, i quali, se la “pensata” del ministro passasse, non vedrebbero la sospirata cattedra neanche col telescopio. Cinicamente, sarebbe la “soluzione” del precariato, nel senso che questa tipologia di insegnante, vincitrice o meno di concorso, verrebbe letteralmente spazzata via. La cosa è evidente di per sé e per chi non la è, basti ricordare che l’innalzamento dell’età pensionabile ha trattenuto – o incatenato – al posto di lavoro un quindici per cento in più di ultracinquantenni, facendo crescere della stessa percentuale i giovani in cerca di occupazione.
Certamente, Profumo e compagnia cantante, benché professori, cavalcano la diffidenza, per non dire ostilità, che il non rimpianto Brunetta ha fomentato nei confronti degli statali, additati come fannulloni, e il risentimento verso gli insegnanti, facili capri espiatori dei mali della società e di qualche frustrazione personale: chi non ha mai rimproverato ai propri prof. un’insufficienza forse non meritata? Gioco lurido, naturalmente, ma questo è nel costume della borghesia; quello che potrebbe sorprendere è la brutalità dell’iniziativa, anche se c’è da dire che i “tecnici” ci hanno abituato a questo genere di cose. D’altronde, non sono forse i salvatori della patria? Come tali, non possono perdere tempo con le manfrine dei politicanti di professione, che per conquistarsi e mantenere la poltrona di solito procedono con più cautela, alzando cortine fumogene attorno alle loro intenzioni; per pure ragioni di bottega elettoralesca, appunto.
È proprio per queste ragioni che i partiti della maggioranza hanno respinto l’iniziativa di Profumo, il quale pare abbia fatto marcia indietro. Ma, attenzione, è una retromarcia – se di retromarcia si può parlare – da prendere con le molle. La prospettiva di intervenire pesantemente nell’organizzazione del lavoro a scuola rimane tutta: basta leggere, per esempio, l’intervista del sottosegretario Marco Rossi Doria su Repubblica on-line. L’ex maestro di strada critica la mancanza di “tatto” del ministro, non l’idea in sé: certe cose si devono fare e si faranno, ma diluite nel tempo (anche se breve) e, non da ultimo, con l’accordo delle parti sociali, cioè i sindacati.
Già, che dicono questi qua? Beh, formalmente tutti contrari, ma l’ineffabile Bonanni ha aggiunto che si può lavorare di più, purché si sia pagati in proporzione: tanto, mica ci deve andare lui a gestire trecento e passa studenti in classi da trenta (in un contesto di generale degrado dell’«ambiente» scolastico). Nonostante la disponibilità di Bonanni (solo sua?) il governo non ha intenzione di sganciare un euro in più – se non agli amici preti delle scuole private – anzi, va nella direzione esattamente opposta.
Oltre a questo, il “blitz” di Profumo serve per tastare il terreno e aprire la strada alla definitiva demolizione della contrattazione nazionale, di qualunque categoria. Il progetto del governo, infatti, cambierebbe unilateralmente il contratto di lavoro, senza nemmeno passare la voce ai sottopancia sindacali. Non c’è che dire, agli occhi dei padroni Profumo avrebbe fatto meglio di Marchionne, che, poveretto, ha dovuto prendersi la briga di imbastire la sceneggiata della consultazione democratica e mobilitare gli àscari del sindacato per alzare il livello dell’oppressione padronale in fabbrica. Al ministro rimane, in ogni caso, la consolazione di non essere solo nel reclamare più orario e meno salario, a riprova di come il cuore della borghesia batta all’unisono. Da tempo, la Confindustria, prima per bocca dei Guidi e dei Bombassei, ora per quella del suo presidente Squinzi, vede nell’aumento delle ore lavorative (a parità di salario, senza la maggiorazione dello straordinario?) l’unica strada per uscire dalla crisi. Se fosse vero, basterebbe richiamare in produzione l’esercito dei cassaintegrati, spalancare le porte delle aziende ai disoccupati, ma è ovvio che così non è; nelle condizioni attuali del capitalismo, significherebbe espandere la massa del salario senza avere in contropartita una massa di plusvalore tale da giustificare economicamente l’erogazione di quella montagna salariale.
Insomma, Profumo e Squinzi mettono le mani avanti: a noi, al proletariato il bacchettarle di santa ragione, se non altro per legittima difesa, il che sarebbe già una legittima offesa.
CBBattaglia Comunista
Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.
Battaglia Comunista #11-12
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