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Home ›Lampedusa, stragi e vergogna
Il capitalismo è un deposito globale di ordigni costantemente sull’orlo dell’esplosione. E ogni esplosione, che sia un conflitto locale o una centrale nucleare che va in tilt, è l’ ennesimo pugno allo stomaco del genere umano. Cambia l’entità dell’esplosione, cambia la durata dell’eco, che a volte si può sentire anche per secoli, in senso temporale, e per continenti, in senso spaziale. Questa volta la miccia era accesa - come del resto spesso accade - da un pezzo: il malaffare dei governanti europei coi boia nordafricani, che si chiamino Ben Alì o Gheddafi, improvvisamente è stato messo in forse dall'esplosione dalle rivolte che hanno scosso la sponda sud del Mediterraneo. Nel caso di Gheddafi, poi, alla reazione dei i clan su cui si reggeva - che non si accontentavano più delle briciole e volevano fare indigestione - si sono aggiunti gli stessi governanti europei, che hanno fomentato prima e fiancheggiato con le armi, poi, la rivolta.
Ma... c'è un “ma”. Caduti o messi in sospeso i regimi dispotici, hanno perso di efficacia i patti infami che le borghesie europee, e quella italiana in prima fila, avevano sottoscritto con quei figuri perché impedissero con le buone, o più spesso con le cattive, l'esodo dei diseredati, dei proletari così numerosi in tutto il continente africano, verso il “paradiso-Europa”. Solo col terrore e la violenza aperta i regimi tunisino e libico potevano trattenere il flusso proletario, un proletariato composto da persone che, quando non ce la fanno più, varcano mari e oceani nella prospettiva tanto banale quanto vitale di vivere meglio. A volte, troppe volte, è una prospettiva ingenua, perché approdano in luoghi come il nostro già abbondantemente depredati in termini di occupazione, casa, sanità, istruzione, dignità della vita. Ma vaglielo a spiegare ai disperati, quando è ora di prendere il largo, di sfidare traversate che non raramente si risolvono in stragi spaventose - considerate disgrazie solo se si astrae dal contesto in cui possono avvenire tali “disgrazie” - che del capitalismo non c’è da fidarsi e che, a prescindere dai colori delle bandiere di cui si ammanta, la sostanza è sempre la medesima - disoccupazione, emarginazione, degrado - e che tra di loro saranno ben pochi quelli che troveranno ciò che veramente cercavano.
La miccia è esplosa è l’eco si è sentito fino a Lampedusa, e da lì fino all’intera Europa. L’Europa di Schengen, della libera circolazione delle persone (così si dice, con involontario senso del grottesco). L’Europa che spaccia l'argilla di cui è fatta per granito, e che di fronte ad eventi epocali come questo rivela la sua fragile natura, fatta di particolarismi, di orticelli nazionali, di “io non li voglio, prenditeli tu”. Spesso a giocare un ruolo fondamentale è la cattura della fiducia dell’elettorato, il dargli quel genere di “sicurezza” che i politicanti, politicante, gli hanno fatto percepire come tale e che ora pretende a gran voce. Sarkozy, ad esempio, per fare fronte alla perdita di consenso a destra a vantaggio del Front National, non poteva fare altro che dare un segnale forte: vedete? nemmeno io voglio farli entrare. Dal suo punto di vista, non fa una piega. E così porte chiuse per tutti, ed entrare nel paese della libertè-fraternitè-egalitè …n’est pas possible!
E adesso a Bruxelles, non solo la Francia, ma tutta l'Unione Europea hanno detto a Roma che loro se ne lavano le mani. Questa però non è una posizione filo-maroniana, del Maroni che da qualche tempo attacca la Francia e dice “vedremo se ora l’Europa è veramente unita”, minacciando con un perentorio “meglio soli che male accompagnati” - che ricorda l'autarchia del dopo-Sanzioni - di uscire dall'UE: anzi, sta a sottolineare che al di là delle dichiarazioni umanitarie di principio, alla fatidica prova del nove, ogni borghesia nazionale tenta di scaricare il problema sulle altre, senza temere le accuse di razzismo. Ad ogni modo, Maroni è proprio l’ultimo a dover parlare avendo già da tempo iniziato a lavorare in tale direzione. Anzi, lo mettiamo a pari merito col primo ministro barzellettiere, che, forse stordito dalle sue stesse balle, ne racconta (di balle e barzellette) senza più ricordarsi di cosa avesse detto. D'altronde, questo è il personale politico che passa il convento della borghesia italiana, la stessa, cialtronesca, della prima “impresa” libica (1911), quando Lenin la bollava, giustamente, come “stracciona”. Gli efficientissimi “padani”, che hanno fatto la loro fortuna politico-economica fustigando l'assistenzialismo “romano”, adesso, per ironia della sorte (o per logica delle cose), vengono presi a pesci in faccia quando, in Europa, vanno a pretendere quello stesso assistenzialismo oggetto del loro indefettibile odio. Che saranno mai venti-trentamila migranti, quando noi, dopo la guerra nell'ex Jugoslavia ne abbiamo ospitati decine e decine di migliaia? Su, via, siate seri! dice, per esempio, la Germania.
A Lampedusa è ancora emergenza. Per settimane migliaia di disperati hanno vissuto ai limiti dell’immaginabile. Il Centro di Identificazione che li ospitava, progettato per 850 posti, ne ha accolti nei momenti di punta più di 3000, coi bagni che scoppiavano e zero cibo e medicinali. Il governo e gli organi locali (tra parentesi, il vicesindaco di Lampedusa, la Maraventano, è della Lega Nord….sembra una barzelletta!) hanno ovviamente affrontato il tutto in termini militari, mandando l’esercito sull’isola, due navi (San Giorgio e San Marco) a intercettare i barconi, tirando fuori permesso breve e altre trovate come i 2 charter da 60 posti l’uno che hanno cominciato a rispedire al mittente i tunisini. Come al solito, si vorrebbe abolire l’emigrazione - piaga del capitalismo principalmente per chi la pratica - per decreto, e non si capisce o si fa finta di non voler capire che nessuna misura di legge è possibile contro qualcosa che è strutturale in questa società, che ne è parte come le braccia nel corpo umano.
I lampedusani, in alcuni casi mossi da motivazioni non necessariamente razziste - semplicemente, si sta “stretti” - hanno reagito qualche volta in malo modo bloccando l’attracco di alcuni barconi, ma anche contestando il nazista Borghezio o un esponente del Front National in visita nell’isola. Allo stesso tempo, però, pare anche che non abbiano fatto mancare le loro ovazioni al capo-istrione di quella corte dei miracoli che va sotto il nome di governo: della serie, quando non si sa a quale santo votarsi, pure gli imbonitori sembrano “salvatori della patria”. Ma ancora una volta, Il rischio altissimo è quello di una guerra tra poveri, che da Lampedusa si dilati a macchia d’olio. Una Rosarno su scala nazionale.
Auspicando un mondo in cui l’emigrazione non si abolirà per decreto, ma semplicemente non sarà più necessaria perché ognuno troverà a casa propria i mezzi di sostentamento non essendo più ogni entità autoctona depredata delle risorse dalle borghesia locali, agenti in proprio o in combutta con altre borghesie, lanciamo come sempre l’appello alla solidarietà di classe internazionale: anziché riversare la propria rabbia sugli ultimi della Terra, i lavoratori italiani (ed europei) devono ritrovare nell’unità con i lavoratori (e disoccupati, e precari) immigrati quell’arma indispensabile per spazzare via questo sistema che non permette né agli uni né agli altri una vita dignitosa, il capitalismo, e ricominciare a ragionare - assodato che questo stesso sistema fa acqua da tutte le parti - nella prospettiva di un’alternativa, di un qualcosa di nuovo, che vada oltre il vecchiume e l’immondizia di quello che c’è già. Se il capitalismo quindi è un deposito globale di ordigni, iniziamo a provare a disinnescarlo.
IBBattaglia Comunista
Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.
Battaglia Comunista #05
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