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Home ›Premessa: I comunisti di fronte alla guerra. Ieri e oggi
La giustificazione della guerra da parte degli Stati borghesi che la scatenano o fingono di subirla), è sempre stata quella della difesa della Patria da una oppressione economica straniera, da un accerchiamento militare o dagli attacchi di un "aggressore" intenzionato ad occupare un "lembo del casto suolo nazionale". Tutti i socialdemocratici, al servizio della conservazione capitalista, hanno appoggiato queste tesi guerrafondaie, schierandosi soprattutto in favore delle cosiddette guerre di indipendenza nazionale o di "liberazione" da un oppressore straniero. Comunque, e in ogni caso, hanno sempre simpatizzato o sono intervenuti direttamente giustificandosi con la necessità di sostenere gli Stati capitalistici più "democratici" contro quelli socialmente e politicamente meno "evoluti" o reazionari. Cioè, la classica contrapposizione fra borghesi buoni e cattivi, ipocritamente diffusa da briganti della stessa specie, il cui scopo è quello di additare alle masse proletarie un colpevole di turno, un loro falso nemico, col fine di allontanarle dallo scontro finale con il vero e unico avversario di classe.
Anche dietro la maschera di un sedicente internazionalismo spacciato per "comunista", e col preteso di un tatticismo rivoluzionario che giustifica ogni mezzo, continuano oggi ad affiorare alcune simpatie movimentistiche verso questo o quello Stato borghese al centro delle manovre e degli scontri caratterizzanti il dominio imperialistico a scala mondiale.
La giustificazione teorica sarebbe quella di una indispensabile politica di solidarietà verso i "popoli" oppressi (cittadini, prima che borghesi e proletari), vittime dell'arrogante e aggressivo imperialismo del "popolo oppressore", oggi rappresentato da quello americano come ieri lo fu da quello tedesco.
Il metro di misura con cui si dovrebbe regolare il proprio comportamento politico-agitatorio, finisce con essere il diverso grado di sviluppo "nazionale" dell'imperialismo. Il quale, nonostante sia fase ultima dello stesso sviluppo capitalistico dominante a tutti i livelli e in tutte le direzioni, non dovrebbe essere analizzato e valutato nella sua totalità! Andrebbe invece - sempre secondo certe idealistiche interpretazioni - suddiviso e classificato secondo parziali aspetti e rapporti di ordine contingente.
Da un simile approccio a questa drammatica realtà, non può che derivare uno stravolgimento della strategia rivoluzionaria che caratterizza il,programma del comunismo internazionale. E proprio nel punto fondamentale di tutta la questione, là dove invece
la strategia rivoluzionaria di classe non è - e aggiungiamo non deve mai essere - un fatto nazionale, ma si articola su scala internazionale. Parlare di imperialismo nazionale è una forma inequivocabile di sciovinismo strategico che nega la formulazione leninista dell'imperialismo
O. Damen
L'artificiosa discriminazione tra il più forte e il più debole imperialismo, fra Stati oppressori e Stati oppressi, presenti sulla scala mondiale del capitalismo, non consente in alcun modo di fare un passo avanti sia al proletariato rivoluzionario sia - ciò che oggi soprattutto è di importanza fondamentale - alla costruzione del partito di classe. Si rafforza, invece e in ogni caso, non soltanto la conservazione del capitalismo, ma dello stesso imperialismo nel suo complesso.
Una iniziativa classista e rivoluzionaria,di fronte alla guerra che l'imperialismo si prepara a scatenare in ogni angolo del pianeta, deve fondarsi comunque e sempre sull'ammonimento leninista: "In quanto la borghesia della nazione oppressa difende il proprio nazionalismo borghese, noi siamo contro di essa". Il che significa che non siamo disposti in alcun modo a sostenere il suo Stato, il suo Governo e il suo Esercito, ma siamo contro di essi e operiamo per la preparazione rivoluzionaria del proletariato, tanto nei paesi oppressi che in quelli oppressori. Dove gli unici veri oppressi, sfruttati e martoriati, sono i proletari. Ogni altra posizione rientra nel gioco intellettualistico, e idealisticamente furbesco, delle "simpatie", malcelate o addirittura eguagliate a un "tifo" da stadio calcistico, che in sostanza spingono il proletariato ad imbracciare il mitra ed a schierarsi contro i proletari di un altro Stato borghese. Il risultato è chiaro ed evidente: annientare ideologicamente il proletariato, corromperlo e piegarlo agli interessi particolari delle borghesie nazionali e dell'imperialismo in generale. In breve: annientare il proletariato come classe dopo averlo falsamente identificato nel "popolo" e nel "cittadino".
La ferrea legge della espansione e della dominazione del capitalismo non consente all'internazionalismo comunista la possibilità di una scelta in favore di rafforzamenti o di indebolimenti dell'uno o dell'altro Stato, di questo o quel fronte imperialista. Magari fingendo il ricorso a distinzioni fra un capitalismo (che dell'imperialismo è la matrice storica) più o meno arrogante e truce, oppressivo e brutale, sanguinoso e bellicoso, quando non addirittura "liberatore e progressista".
Alla globalità dello schieramento imperialista - pur nei suoi contrasti e conflitti sfocianti nello scontro bellico interno - non può esserci altra contrapposizione se non quella globalità di classe del proletariato e della sua strategia rivoluzionaria.
D'altro canto, non esiste né può esistere un terzo fronte, una terza strategia oltre quella dell'imperialismo, da una parte, e del proletariato rivoluzionario, dall'altra
O. Damen
In questa nostra concezione, conseguente alla realtà dominante del capitalismo non c'è posto per alcun immediatismo politico o per alcuna politica di conquiste parziali e fini a se stesse. Saremmo in presenza di un tatticismo obiettivamente social-opportunista, che trova il suo alibi in una situazione tuttora reazionaria, la quale ai rivoluzionari non offrirebbe altra alternativa se non i tentativi di un "inserimento" nei dispositivi della guerra fra i fronti, quello orientale o occidentale, quello americano o (domani) europeo, dell'imperialismo.
Un profondo e incolmabile solco di classe divide il proletariato e i suoi interessi di classe rivoluzionaria da tutto il capitalismo comunque articolato. In questo senso, il capitalismo accomuna - nella sua essenzialità - sul terreno della medesima responsabilità non solo i grandi centri imperialistici ma tutti gli Stati borghesi. Questo solco di classe divide lo stesso fronte dell'imperialismo: più precisamente divide il fronte della guerra imperialista da quello della rivoluzione comunista.
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Per la ripresa della critica politica marxista della guerra e della società che la genera
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