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Home ›I lavoratori del "pubblico" e del privato sotto il medesimo attacco padronale
Ormai da anni, i lavoratori del pubblico impiego, esattamente come quelli del settore privato, stanno subendo un netto peggioramento delle condizioni di lavoro, sia dal punto di vista stipendiale che da quello normativo. Il ciclone che fin dalla metà degli anni '70 si è abbattuto per primo sulla classe operaia industriale, ha progressivamente coinvolto anche quei settori che parevano essere indenni da quei fenomeni ritenuti esclusivi della fabbrica: ristrutturazioni, licenziamenti aperti o mascherati, perdita del potere d'acquisto dei salari, intensificazione dei ritmi e dei carichi di lavoro, precarizzazione dilagante. Addirittura, per molto tempo, il posto "da statale" era ritenuto una garanzia, quasi un'oasi di "privilegio" rispetto a tanti altri comparti, tant'è vero che per trenta/quarant'anni i partiti di governo (nazionale e locale, quindi grosso modo tutti), in proporzione al loro peso specifico e ai reciproci rapporti, di forza tendevano, com'è noto, a gestire le assunzioni nel pubblico impiego con criteri clientelari: un posto - o la sua promessa - in cambio di voti e della sottomissione alla gerarchia dirigenziale.
Da dove viene, allora, questo pesantissimo attacco? Le sue radici affondano nella crisi strutturale del capitale che da trent'anni corrode l'economia mondiale e che spinge il padronato di ogni paese - sia esso "pubblico" o privato - a recuperare quanto più possibile "produttività" ossia, detto in altri termini, a spremere sempre di più la propria forza-lavoro per appropriarsi di ogni briciola di ricchezza da essa prodotta. Sono finiti, dunque, i tempi in cui il lavoro svolto dal "pubblico impiego" era considerato un servizio al cittadino (pre-pagato, per altro, dal cittadino medesimo con le trattenute in busta paga); oggi il capitale ha la necessità assoluta di tagliare quei settori che considera improduttivi; da qui l'introduzione di criteri di gestione aziendalistici del "servizio pubblico" e dei suoi lavoratori. Non a caso, allora, da almeno una decina di anni a questa parte il comparto del pubblico impiego è stato fortemente ridimensionato, sia dal punto di vista degli addetti che da quello degli stanziamenti ad esso destinati; ed è un percorso intrapreso da tutti i governi, siano essi tecnici, di centro-sinistra, di centro-destra, a riprova del fatto che, dal punto di vista di classe, un governo vale l'altro. Certo, c'è chi procede su questa strada in maniera più "morbida", per cercare di diluire gli effetti sulla forza-lavoro, al fine di contenerne e controllarne le proteste e impedire che si trasformino in atti concreti di lotta; così come c'è chi, per es. l'attuale governo Berlusconi, procede in maniera più brutale, ma nella medesima, identica direzione. Insomma, l'ufficio postale, la corsia di ospedale, la scuola ecc., devono modellarsi sempre di più sulla fabbrica, mettendone in pratica la stessa "filosofia". Da qui la privatizzazioni, ora striscianti ora selvagge, e le esternalizzazioni, che vogliono sempre dire un netto deterioramento del potere d'acquisto di stipendi e salari e, in generale, di tutte le condizioni di lavoro. Prendiamo, per es., l'assistenza agli anziani e ai disabili, una volta di competenza diretta del personale dei comuni o, comunque, del pubblico impiego. Con gli anni, questi servizi sono stati dismessi dalle amministrazioni comunali e appaltati alle famigerate cooperative, la cui preparazione professionale è molto variegata, che assicurano all'amministrazione pubblica un risparmio tutt'altro che irrilevante, pagato, però, com'è ovvio, dai bassi stipendi e dai turni massacranti del personale. Infatti, non è difficile immaginare che le cooperative devono compensare i prezzi bassi con cui si sono aggiudicate l'appalto, rifacendosi sui propri lavoratori. Ma, come se tutto ciò non bastasse, molti comuni (almeno in Emilia) hanno ulteriormente affinato le tecniche di taglio della spesa pubblica ricorrendo al sistema dei buoni (che non è, dunque, solo un'idea del bigotto e reazionario Formigoni). In cosa consiste? Il comune assegna direttamente dei buoni-assistenza agli anziani, i quali li spenderanno come meglio crederanno; se poi a questo si aggiunge che certe banche offrono ai propri clienti pensionati particolari buoni-assistenza, ci vuol poco a capire come le condizioni dei lavoratori (ma sarebbe meglio dire un più specifico lavoratrici) non possano che continuare a peggiorare ulteriormente. Infatti, in questo settore è diffusissima la presenza di lavoratrici immigrate, costrette a subire lunghissimi turni di lavoro (al limite dello schiavismo) e per paghe irrisorie, anche a causa della condizione di clandestinità in cui sono forzate a vivere.
L'esternalizzazione, dunque, procede a passi spediti anche in un settore che, come si diceva più su, sembrava dovesse essere al riparo da uno degli effetti più importanti della "globalizzazione" ossia la concorrenza al ribasso tra sezioni diverse del proletariato mondiale. Questo processo è destinato ad intensificarsi, come, tra l'altro, ha già annunciato (con il solito ipocrita linguaggio, naturalmente) il governo di centro-destra nelle trattative coi sindacati sul rinnovo dei contratti di lavoro in scadenza quest'anno. Tanto per non smentirsi (e non smentire i governi precedenti) Berlusconi e la sua banda hanno proposto aumenti ben al di sotto dell'inflazione e prospettato, appunto, una nuova ondata di privatizzazioni ed esternalizzazioni che investirà tutti i comparti del pubblico impiego, dai ministeri alla scuola. La brutalità è stata tale che i sempre accomodanti sindacati hanno dovuto - se non altro per salvare la faccia e giustificare la loro esistenza ai lavoratori - rompere le trattative e annunciare le solite innocue "azioni di lotta". I sindacati, va da sé, non chiedevano mica la luna, chiedevano - e chiedono - prima di tutto di non essere messi da parte nella cogestione della forza-lavoro, ossia di continuare sulla strada della concertazione (cosa di cui il centro-destra sembra voler fare a meno) e "soltanto di adeguare gli indici [dell'inflazione programmata, n.d.r.]" ammette Patta, segretario della CGIL, il quale, per altro, confessa candidamente che "i lavoratori, a causa dell'inflazione, hanno già perso 4 mila miliardi in due anni, che nessuno restituirà loro" (il Manifesto, 25-10-01). Senza volerlo, ha detto una cosa vera. Non saranno di sicuro le finte lotte sindacali a ridare ai lavoratori ciò che hanno perso - per il meccanismo, voluto dal sindacato, dell'inflazione programmata - né, più in generale, a difenderli dagli attacchi del padronato avallati dai sindacati; solo con una radicale, massiccia, duratura ripresa della lotta di classe anticapitalista, fuori e contro le compatibilità del capitale, il proletariato del "pubblico" e del privato potrà cominciare a rispondere sul serio all'aggressione padronale e aprire concretamente la prospettiva del superamento rivoluzionario di questa società.
cbBattaglia Comunista
Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.
Battaglia Comunista #11
Novembre 2001
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