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Home ›Pensioni: a che punto siamo
Non passa giorno senza che dal fronte borghese partano pesanti bordate propagandistiche contro l'attuale assetto previdenziale. La minaccia è categorica: o si mette mano ad una riforma generale delle pensioni - tuonano gli esperti armati di scure - o "parti dell'attuale generazione adulta cadranno in povertà". La causa, in questo caso, sarebbe il fattore demografico (si vive di più e si fanno meno figli). Il rimedio suggerito, "ritardare l'età del pensionamento e lavorare più a lungo", dimostra quanto inguaribile sia la... senilità del capitalismo e dei suoi gestori. Questi ultimi, appena possono e a dispetto di quanto propongono, si affrettano a liberare le aziende dal peso della forza-lavoro più anziana e più costosa.
Nella società capitalistica chi non riesce a vendere la propria forza-lavoro al capitale perché questo, sfruttandola, possa ricavarne un "equo" profitto, è costretto a far parte di quella massa di poveri che già in tutti i paesi "sviluppati" si contano a decine di milioni. Figuriamoci, a questo punto e con una crisi che impone una lotta competitiva sempre più feroce, quale possa essere la sorte di chi quella forza-lavoro ha ormai esaurito, per lo meno rispetto alle necessità della produzione capitalistica. Non solo in Italia, ma in tutta Europa la percentuale degli anziani oltre i 65 anni di età è prossima a superare il 20% sul totale della popolazione.
Lo scandalo, per la borghesia, sta in quei 763 pensionati che in media si contrapporrebbero ad ogni 1.000 proletari in attività (fra qualche anno - il capitale inorridisce! - si raggiungerà la parità). In realtà il problema non esiste poiché quei 1.000 lavoratori (assieme a quelli costretti alla disoccupazione) sarebbero in grado, con le straordinarie conquiste della scienza e della tecnica, di produrre quanto occorre per soddisfare i bisogni di almeno 3.000 uomini e donne. Il vero problema è il modo capitalistico di produzione e distribuzione con le sue insanabili contraddizioni che derivano da una produzione esasperata o rallentata unicamente per ottenere quel profitto che costituisce la sola molla di tutto il sistema. Lo scandalo sta in quegli individui, in quella classe che vive parassitariamente sfruttando per i propri interessi privati il lavoro dei salariati e negando agli anziani quanto loro occorre per sopravvivere dignitosamente come esseri umani e non come oggetti inutili e ingombranti.
Il nodo delle pensioni, una spesa improduttiva per il capitale, va sciolto al più presto anche se per la borghesia non sarà proprio la più facile delle operazioni. Il precedente governo Amato si era arenato sull'utilizzo del Trattamento di fine rapporto (Tfr), una manovra che per ottenere il consenso degli industriali doveva però accompagnarsi a quella sulla flessibilità in uscita, ovvero nuove norme sui licenziamenti. Il governo Berlusconi, che qualche timore ha pur sempre di veder traballare le poltrone sotto i propri ministeriali sederi, ancora non se la sente di mettere le mani sul fuoco e si barcamena fra ipotesi del tipo: incentivi per chi ritarda il proprio pensionamento, altri ritocchi ai metodi di calcolo delle pensioni, riduzione dei contributi previdenziali sui nuovi assunti. La Confindustria parla di un possibile abbattimento di 8 punti di contributi, circa 1.500 miliardi di lire in meno nelle casse della pubblica previdenza obbligatoria, cioè a ripartizione e destinata in futuro ad elargire sussidi da elemosina. Già oggi il fondo lavoratori dipendenti denuncia un disavanzo di 6.590 miliardi.
A tamburi battenti entrano in scena i fondi pensione integrativi. Gli aderenti ai fondi pensione contrattuali e di categoria (48 istituiti e 23 in fase di autorizzazione) sono oggi circa 880.000, con in testa metalmeccanici, chimici e telefonici. Le fazioni borghesi di destra e di sinistra, industriali, finanzieri e sindacati trattano ormai da anni affinché il sistema integrativo privato a capitalizzazione riesca a mettere le sue unghie sulla gestione di almeno il 40% della ricchezza previdenziale (oggi siamo al 5%). Fino a spostare tutto il flusso annuale dei Tfr nel pozzo dei fondi pensione. Un affare, insomma, che scatena gli appetiti degli addetti alla spartizione dei margini di gestione.
Se l'operazione (legale o "brigantesca" secondo i punti di vista) andrà in porto, le entrate contributive in diminuzione ridurranno via via le attuali pensioni pubbliche ad una base...decorosamente di fame! Una prospettiva sicura soprattutto per la maggioranza dei giovani proletari, beffati due volte: disoccupati o con lavori temporanei dai salari difficilmente "capitalizzabili" in pensioni integrative, e contemporaneamente colpevolizzati per "la mancanza di una cultura previdenziale che li porta a non aderire nemmeno a un fondo pensione privato". (Istituto di vigilanza settore assicurativo) Una cultura che non fa difetto, per esempio, ai numerosi parlamentari che beneficiano addirittura di due pensioni: quella per l'attività di lavoro svolta precedentemente (grazie alla concessione di contributi figurativi, approvata dalla Corte Costituzionale e quella che fa seguito alla loro elezione a deputati, senatori, presidenti di Regione, eccetera (assegno vitalizio). All'appello, con profondo senso della loro qualifica di servitori dello Stato, rispondono onorevoli privilegiati come Badaloni, Fini, Mastella, Storace, Veltroni e un lunghissimo elenco di altri più o meno altisonanti nomi del bel mondo borghese.
dcBattaglia Comunista
Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.
Battaglia Comunista #12
Dicembre 2001
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