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Negli USA, come nel resto del mondo, anche il sindacato vuole partecipare all'abbuffata borghese coi soldi dei lavoratori
L'accanimento di tutti i settori della borghesia - sindacati compresi, naturalmente - nel trattare il problema delle pensioni, con sfumature diverse ma sostanzialmente irrilevanti, non ha un effettivo riscontro contabile. Detto in altri termini, non è vero che, continuando di questo passo, fra qualche anno non ci saranno più i soldi per pagare le pensioni dei lavoratori dipendenti, perché il numero degli attivi sarà superato o pericolosamente avvicinato da quello dei "messi a riposo" (per un approfondimento, vedi il nostro opuscolo specifico); no, il punto è che in questa fase storica, per contrastare il declino del saggio medio del profitto, il capitale ha la necessità imprescindibile di intensificare lo sfruttamento della forza-lavoro e, contemporaneamente, di aumentare a dismisura l'appropriazione parassitaria - cioè finanziaria - del plusvalore estorto alla classe operaia a livello mondiale. In breve, non è sufficiente spremere più intensamente il lavoratore sul posto di lavoro, occorre anche derubarlo di quella parte di salario, non percepito immediatamente in busta paga, comunemente ed erroneamente chiamato "assistenza sociale". Da qui, privatizzazioni e tagli alla scuola, al sistema sanitario e, non ultimo, a quello pensionistico. Quest'ultimo, poi, è particolarmente appetito dalle cosche partitico-parlamentari, a loro volta rappresentanti, se non personificazione immediata, delle cosche finanziarie borghesi, di cui i sindacati sono o aspirano essere una componente non irrilevante. Il ruolo di costoro è particolarmente ripugnante, benché del tutto coerente con la loro natura anti-proletaria di gestori della forza-lavoro per conto del capitale: mentre sottoscrivono lo smantellamento del sistema pensionistico, mentre firmano, senza eccezione alcuna, accordi e contratti che sprofondano milioni di lavoratori - specie i giovani - nella precarietà, mettendoli nell'impossibilità di farsi una pensione che permetta almeno la sopravvivenza fisica, allo stesso tempo spingono l'acceleratore sul passaggio a forme di gestione pensionistica privata - i fondi pensione - nei quali il sindacato vuole avere (quando non ha già) voce in capitolo, e non di ultima fila.
Il litigio tra sindacati e padroni sul diverso modo di spartirsi il bottino delle liquidazioni - fondi chiusi (per es. Cometa) amministrati anche dal sindacato o fondi aperti, gestiti dagli altri briganti della finanza - è tutto qui; insomma, il sindacato cerca di imporre i suoi interessi di bottega spacciandoli per interessi generali del lavoro dipendente.
Che la questione non sia ristretta solamente agli angusti limiti dei confini nazionali nostrani, ma riguardi il mondo intero, ce lo conferma, una volta di più, l'intervista a una dirigente sindacale statunitense apparsa sul Manifesto del 22 ottobre scorso. Al di là della retorica propagandistica sul "nuovo volto" del sindacalismo nordamericano, l'interesse di questo articolo è dato dalle cifre che rende note e dall'esposizione degli obiettivi strategici dell'AFL-CIO, esattamente uguali a quelli dei "nostri" sindacati. L'intervistata parte dalle trasformazioni ancora in corso nel lavoro salariato/dipendente, che, in modo riduttivo e parziale, imputa alle grandi multinazionali americane (General Motors, Boeing ecc.), quando invece è la logica capitalistica, appunto, che spinge in questa direzione, sebbene, è ovvio, sia il grande capitale a dirigere l'orchestra: "Le multinazionali stanno cambiando il modo di lavorare non solo nel nostro paese, ma dappertutto nel mondo [...] le corporations stanno imponendo il modello pensionistico statunitense di contributi versati a fondi pensione che a loro volta li investono nel mercato azionario". Detto questo, dov'è lo scandalo, dato che negli USA (e ora anche in Italia) il sindacato per decenni ha sottoscritto e incentivato ogni possibile accordo corporativo/aziendale in tal senso? Lo scandalo è che "abbiamo scoperto che in tutto il mondo i soldi delle pensioni dei lavoratori investiti in fondi ammontano alla pazzesca cifra di 13.000 miliardi di dollari [...] ma noi vogliamo riprendere il controllo di questa enorme massa di denaro". Ecco svelato il mistero: non viene affatto contestata la logica mercantile riguardante l'uso delle liquidazioni e delle pensioni dei lavoratori; ciò che la sindacalista contesta è che le istituzioni finanziarie esercitino un "controllo assoluto" (sottolineatura nostra, n.d.r.) su quell'oceano di denaro. Ma una volta che i sindacati, in "rappresentanza" (?!) degli operai, dovessero partecipare al banchetto finanziario mondiale, come useranno tutti questi soldi? Una parte della fatica e dei sacrifici dei salariati finirà per sostenere questa o quell'altra formazione politica: per fare solo un esempio, negli ultimi dieci anni l'AFL-CIO ha versato una media di 50 milioni di dollari l'anno ai Democratici e qualche "spicciolo" (in milioni, sempre) anche ai Repubblicani, entrambi noti difensori della causa operaia...Un'altra parte - di gran lunga la più grossa - i sindacati la investiranno nel mercato finanziario internazionale ossia cercheranno di trasformare i lavoratori coinvolti in micro appropriatori parassitari del plusvalore proprio e di quello degli altri lavoratori del mondo esclusi da tale gioco perverso, di cui non hanno, né potranno mai avere, nessun controllo. In conclusione, li spingeranno nel recinto del "parco buoi", come, con evidente disprezzo, gli operatori di borsa chiamano i piccoli e piccolissimi investitori, vero bestiame da macello delle grandi operazioni speculative. Sono essi, infatti, le prime e, generalmente, le uniche vittime delle alchimie borsistiche e delle bufere finanziarie che si succedono sempre più ravvicinate e con intensità sempre maggiore.
Si conclude così - logicamente - la traiettoria del sindacato, che, da originario organo di contrattazione del prezzo della forza-lavoro di parte operaia, è diventato un altro parassita del sudore e delle rinunce del proletariato.
cbBattaglia Comunista
Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.
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