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Tattica e strategia di classe
Il problema dei rapporti tra il partito e le masse operaie è sempre stato al centro dell'attenzione dei partiti e delle minoranze d'avanguardia che si richiamano ai principi ed alla prassi del marxismo-leninismo. Logicamente questo problema, e più specificatamente l'aspetto principale e più importante del problema che noi comunemente definiamo “Questione sindacale”, costituisce ed ha sempre costituito per la corrente politica che rappresentiamo, una delle preoccupazioni maggiori, tanto in sede teorica quanto in sede pratica ed organizzativa.
La prima parte della Piattaforma sindacale presentata nel 1963 al III Congresso, riassume e condensa le valutazioni e le posizioni del nostro partito in merito al problema sindacale e al rapporto partito-masse.
Dalla fondazione del partito ad oggi, non solo abbiamo sempre difeso e considerato come nostro prezioso patrimonio, la continuità, teorica e tattica, della nostra azione con le posizioni caratteristiche e tradizionali della Sinistra Italiana; ma abbiamo a suo tempo regolato i conti ed eliminato una volta per sempre due pericolose deviazioni che si tentò 'di imporre al nostro indirizzo di lavoro, due gravissimi errori d'interpretazione: uno sul ruolo e sull'attività del partito nel campo delle lotte economiche e rivendicative, e l'altro sul ruolo attuale del sindacato e sull'atteggiamento dell'organizzazione rivoluzionaria di classe nei suoi confronti.
Contro l'infantilismo, contro l'estremismo anarchico e parolaio di certe posizioni abbiamo al II Congresso di Milano nel 1952 chiaramente riaffermato la necessita della ricerca dei più stretti rapporti e legami del partito con il rimanente delle masse proletarie, attraverso la partecipazione attiva alle lotte economiche dei lavoratori, anche per risultati limitati e parziali.
Posizione classica questa, che ritroviamo nelle Tesi di Roma del 1922 e nelle tesi sindacali del nostro I Congresso di Firenze, nel 1948.
Se possiamo considerare liquidata, e non solo teoricamente, la prima deviazione - quella “balorda teoria”, come la definì Lenin nella polemica con i “sinistri” tedeschi - dobbiamo considerare invece come ancora attuale la seconda, sempre presente al di fuori dei confini del nostro partito.
Anche qui la nostra posizione è quanto mai chiara e inequivocabile, ed anche qui possiamo vantare la nostra linearità alle tesi sindacali del Congresso di Firenze.
Là dove altri, con una spregiudicata virata di timone, affermano oggi la necessità della riconquista del sindacato alla lotta rivoluzionaria di classe e la possibilità della riconquista dall'interno della dirigenza dei sindacati, noi abbiamo denunciato questa posizione come storicamente assurda, come una posizione che mira ad offuscare la vera natura del sindacato attuale ed a deviare quindi la giusta tattica dell'avanguardia di classe.
Vediamo di rivedere e di analizzare brevemente ancora una volta questa nostra visione e questa nostra interpretazione.
Il sindacato sorge all'inizio dello sviluppo del sistema di produzione capitalistico, come la forma di organizzazione degli operai che permette loro di difendersi sul terreno economico contro lo sfruttamento del capitale. Esso rappresenta un gigantesco progresso per il proletariato “poiché rappresenta il passaggio dalla dispersione e dall'impotenza degli operai ai primi germi dell'unione di classe” (Lenin).
Alla evoluzione del sistema di produzione capitalistico tendente verso le forme monopolistiche e statali, si accompagna inevitabilmente la trasformazione e la degenerazione del sindacato. Se dapprima il sindacato, in contrapposizione anche al sorgere ed allo sviluppo del partito rivoluzionario di classe, comincia a rivelare “alcuni tratti reazionari, un certo angusto spirito corporativo, una certa propensione all'apoliticismo, una certa fossilizzazione” (sono parole di Lenin), in seguito esso mostra chiaramente i segni della sua trasformazione da organo tendenzialmente di classe in organo di difesa legato allo Stato capitalistico.
Il carattere “reazionario” e “controrivoluzionario” delle alte sfere sindacali, nelle quali si andava annidando quello “strato di aristocrazia operaia corporativistica, piccolo-borghese, asservita e corrotta dall'imperialismo”, e che fu già denunciato apertamente da Lenin, dall'Internazionale e dai partiti comunisti nell'immediato primo dopoguerra, ha assunto nell'esperienza del secondo dopoguerra una ampiezza ed una evidenza tale da riflettersi a volte, seppure in modo ancora embrionale, nella coscienza critica di alcuni strati della stessa massa operaia.
Un processo di involuzione inevitabile per noi marxisti, che conosciamo a fondo qual'è la sostanza e quali sono i limiti che la stessa azione sindacale - organizzata in regime borghese - contiene nel suo svilupparsi ed adeguarsi alla struttura economica capitalistica, verso l'unica direzione di una tecnica riformistica che non va e non può andare al di là della “vertenza salariale” per una meno svantaggiosa applicazione della “legge del salario”. “I sindacati -- ha scritto Engels -- non lottano contro la legge del salario”.
In Italia e in Francia particolarmente, il ruolo giocato dallo Stalinismo, che alla fine della II guerra mondiale succede alle forze della Socialdemocrazia nel comando della ricostituita Confederazione del lavoro, è stato determinante in questo processo degenerativo del sindacato, la cui politica veniva dallo stesso spostata dal terreno di classe a quello dell'interclassismo e della collaborazione al servizio degli interessi della Nazione.
L'accentuata fase imperialistica, e da ultima la manifesta trasformazione monopolistica di Stato, non possono che imporre agli organismo di massa in generale, e al Sindacato in particolare, un carattere di chiara e netta dipendenza dagli organi fondamentali dello Stato borghese; non solo, ma - e la stessa scissione sindacale ne è la dimostrazione - la situazione politico-economica creatasi alla fine del secondo conflitto mondiale, ha fatto e fa tuttora dei sindacati altrettante pedine degli interessi imperialistici delle massime potenze capitalistiche oggi dominanti.
I sindacati non sono dunque più manovrati come nel passato soltanto da organizzazioni riformistiche, dominati da apparati burocratici piccolo-borghesi ed opportunistici; ma sono soprattutto manovrali in funzione delle maggiori forze imperialistiche e dei loro interessi.
“... Se i capitalisti non avessero nelle loro mani i sindacati -- diceva Lenin in un discorso al IV Congresso degli operai tessili nel 1921 -- per mezzo di capi che si chiamano socialisti ma che in realtà fanno la politica dei capitalisti, tutta l'impalcatura del capitalismo crollerebbe...”
Il sindacato è oggi, nella situazione italiana come in quella di tutti i paesi ad avanzato capitalismo, uno strumento indispensabile alla politica conservatrice e blandamente riformistica del cosiddetto neo-capitalismo. Le possibilità di manovra del capitalismo nazionale, particolarmente per quanto riguarda le sue possibilità di concorrenza con gli altri monopoli stranieri nell'area del MEC e al di fuori di essa, sono intimamente legate alla conquista degli apparati sindacali e conseguentemente delle masse a questa sua politica. La classe borghese ha infatti apertamente riconosciuto il ruolo e l'utile funzione del sindacato come strumento di collaborazione, diretta o indiretta, alla sua nuova linea di programmazione economica.
L'analisi critica dei risultati e della condotta delle diverse agitazioni sindacali conferma pienamente questa nostra interpretazione. Il sindacato sì è dimostrato in tutte le ultime vertenze già pienamente integrato nella politica di pianificazione capitalistica, pienamente aderente ai piani ed alle esigenze del capitalismo monopolistico, sia nel campo produttivo che in quello del mercato. Si è dimostrato chiaramente legato agli interessi del capitale con la sua tattica di lotta dispersiva, spezzettata, aziendale; e con la sua politica di compromessi, di moderazioni, di patteggiamenti, il cui unico scopo e fine è quello di mantenere intatto il clima di pace sociale, di coesistenza tra le classi, di via pacifica legale e parlamentare al potere, che unico garantisce al capitalismo la continuazione della sua esistenza e del suo sfruttamento.
Da questa conferma, da questa riaffermazione di principi fondamentali, si delinea la nostra posizione di fronte al problema sindacale, che ci caratterizza anche di fronte a quei gruppi e gruppetti che particolarmente dagli ultimi episodi di spontaneismo sindacale caratterizzanti parte delle più recenti agitazioni e lotte, hanno tratto come era d'altronde prevedibile e quindi già scontato in sede teorica, alimento per rinnovate affermazioni di sindacalismo rivoluzionario, di operaismo libertario, di aziendismo, ecc.; tutte posizioni che il marxismo condanna a priori come fenomeni dell'influenza piccolo-borghese sulle masse.
Ecco dunque la nostra posizione, chiaramente definita nella prima parte della “Piattaforma Sindacale” e che rimane quella ormai tradizionale alla Sinistra Italiana:
- definizione del sindacato attuale come organo indispensabile alla conservazione stessa del capitalismo ed alla strategia degli opposti imperialismi;
- condanna di ogni politica di boicottaggio del sindacato e delle agitazioni proletarie, e di ogni cedimento tattico imposto da una politica illusionista che consideri attuale e possibile la conquista del sindacato dall'interno e su basi maggioritarie;
- condanna di ogni politica di marca sindacalista, di origine operaistica o libertaria che vede nel sindacato lo strumento dell'azione autosufficiente delle masse e della conquista rivoluzionaria senza la necessità del partito, così come è concepito e realizzato nel solco della tradizione leninista.
Restano da precisare ora le direttive della nostra politica sindacale, le basi programmatiche e gli strumenti su cui poggia e dovrà poggiare nel futuro la nostra attività.
“Lavorare assolutamente là dove sono le masse -- questo è l'imperativo che Lenin andava ripetendo ai partiti comunisti europei -- ... Bisogna saper sopportare qualsiasi sacrificio, saper superare i maggiori ostacoli per svolgere una propaganda e una agitazione sistematiche, tenaci, costanti, pazienti, proprio nelle istituzioni, nelle società, nelle leghe - anche nelle più reazionarie - dovunque si trovino delle masse proletarie o semiproletarie”.
E noi non rifiutiamo, come non abbiamo mai rifiutato, il lavoro sindacale tra le masse operaie, tentiamo con tutti i mezzi a nostra disposizione di inserirci nelle agitazioni economiche, nelle lotte rivendicative anche parziali, al fine di trarre da esse tutta la sostanza politica che le centrali opportunistiche vanno in esse offuscando, e tutta quella somma di esperienze che sono indispensabili alla maturazione politica delle masse.
Poiché numerosi sono oggi i lavoratori che per protesta o altre ragioni disertano il Sindacato (e gli ultimi scioperi hanno dimostrato come la parte più attiva degli operai sfugge al controllo sia dei Sindacati che dei partiti ufficiali), il nostro lavoro di critica, di denuncia, di opposizione rivoluzionaria dobbiamo portarlo non solo dentro ma anche fuori del sindacato, nella fabbrica, in ogni organismo in cui siano presenti gruppi di operai.
Il nostro scopo è quello di aiutarli a meglio colpire gli interessi fondamentali del capitale ed a difendere i propri interessi di classe; ma soprattutto è quello di aiutarli a smascherare e a riconoscere negli attuali dirigenti e nelle attuali strutture organizzative e burocratiche del sindacato, i principali nemici dei loro interessi anche contingenti e delle loro finalità di classe.
Per questo, nella “piattaforma rivendicativa” approvata nell'ultimo Congresso Nazionale il partito ha affrontato con serietà ed organicità il problema di affiancare alla critica e alla denuncia dell'opera conservatrice e opportunistica del sindacato, un proprio programma rivendicativo con parole d'ordine e indicazioni capaci di attirare l'attenzione degli operai, capaci di suscitare e di stimolare in essi la lotta di classe, con il fine di una più approfondita maturazione politica negli strati più sensibili e coscienti della classe proletaria.
Come Marx e Lenin insegnano, solo la più stretta unità di rapporti tra il partito di classe - “elemento cosciente” - e il proletariato - elemento subordinato ma indispensabile - è presupposto e garanzia al successo della emancipazione rivoluzionaria della classe operaia.
Il problema dello sviluppo della coscienza socialista nelle masse è strettamente collegato a quello dell'inserimento dell'azione del partito di classe in quel terreno nel quale il proletariato è quotidianamente impegnato alla difesa delle proprie condizioni elementari d'esistenza. La funzione dell'avanguardia rivoluzionaria non è solo quella della critica e della propaganda, ma è anche quella di trascinare le masse nel vivo della esperienza politica, col fine di sfruttare gli insegnamenti che le masse trarranno inevitabilmente dalle loro lotte per quel «capovolgimento delle opinioni della maggioranza della classe operaia senza di cui la rivoluzione è impossibile».
Si deve tener presente l'insegnamento di Lenin ad operare nel campo sindacale e in “tutti i campi della vita” con la propaganda, l'agitazione e l'organizzazione, ricercando i mezzi e gli strumenti più adatti a stabilire e a mantenere un contatto non solo “ideologico” ma anche fisico tra i lavoratori e il loro “reparto d'avanguardia”, poiché il partito “è un prodotto e un fattore al tempo stesso della lotta di classe”.
Nei limiti che le condizioni generali ci impongono, e la scarsità di uomini e mezzi ci permettono, questo è l'indirizzo sul quale ci sforziamo di adeguare la nostra attività.
La lotta contro i licenziamenti, l'aumento generale ed unitario dei salari, la riduzione generale dell'orario legale di lavoro sono le tre direttrici principali sulle quali si articola l'azione della classe operaia nelle vicende della sua resistenza e della sua lotta economica contro il capitale.
L'avanguardia rivoluzionaria deve far sue queste rivendicazioni e portarle avanti, difenderle e diffonderle tra gli operai, là dove le dirigenze social-opportunistiche del sindacato con tutti i mezzi a loro disposizione non fanno che minimizzare, ridurre e frazionare queste fondamentali rivendicazioni comuni all'intera classe, in una babele di richieste parziali a spirito corporativistico, a livello di settore, di azienda, di reparto, addirittura di banco di lavoro, disperdendo così il potenziale di forze della classe operaia e minando alla base quella grande arma del proletariato che è la solidarietà di classe.
Quali gli strumenti per questa nostra attività sindacale?
I “gruppi sindacali internazionalisti” di fabbrica e di cascina, formati da militanti e da operai simpatizzanti iscritti o non iscritti ad alcun sindacato, con una funzionalità indipendente da ogni sindacato ma con una azione che si articola anche nel sindacato, con una piattaforma propria di partito, rispondono pienamente alle esigenze attuali della nostra prospettiva di azione.
Il partito ha sempre insistito, fin dal periodo clandestino pre-insurrezionale e nella definizione del suo primo schema programmatico, sulla costituzione nelle fabbriche di questi gruppi sindacali, giustamente affidando ad essi l'unica possibilità per noi di far giungere agli operai, nel cuore stesso dei luoghi di lavoro, le parole d'ordine del partito, la critica e l'orientamento rivoluzionario di classe.
I risultati ottenuti là dove è esistita la possibilità di costituire e di organizzare dei gruppi sindacali, hanno ampiamente dimostrato l'utilità e l'indispensabilità di questi strumenti.
Hanno dimostrato come sia necessario saper guadagnare tra gli operai quell'influenza e quell'appoggio che deriva da una condotta politica responsabile, la quale sappia affrontare i loro problemi con una chiara visione e prospettiva di classe; come sia indispensabile tener fede ad una coerenza politica che ci vedrà sempre irriducibili nemici del disfattismo e del tradimento opportunista, perpetrato a danno della classe operaia dalle organizzazioni sindacali e dai partiti che le sostengono.
Naturalmente, l'azione dell'avanguardia rivoluzionaria di classe deve saper tener conto della situazione generale, economica, politica e sindacale, nel momento stesso in cui tenta il suo inserimento nel movimento di classe. La fase attuale di “recessione” economica che ha colpito il capitalismo italiano ed in parte quello europeo dopo il periodo, durato alcuni anni di uno sviluppo produttivo esaltante ma al tempo stesso contraddittorio e incontrollato, ha certamente inasprito con l'ondata di licenziamenti e di riduzioni di orario di lavoro, le condizioni di vita di vasti settori della classe operaia ma non ha ancora portato le masse ad una reazione profonda e cosciente contro il nuovo attacco del capitale.
Il merito di questa ennesima “cloroformizzazione” delle capacità di reazione e di lotta del proletariato va tutto alle direzioni sindacali, la cui politica di attesa se non addirittura di rinuncia ha come scopo quello di permettere al capitalismo il riassestamento, sulle spalle delle masse operaie, del suo sistema economico. Una politica, quella sindacale attuale e della CGIL in particolare, condizionatrice - e al tempo stesso condizionata - del nuovo indirizzo di programmazione economica, al servizio cioè degli interessi fondamentali del capitalismo.
Non si devono tuttavia trascurare, al di là dell'attuale momento di stasi del movimento operaio, e soprattutto nel periodo precedente ad esso, i sintomi manifesti di una ripresa del movimento generale di classe, ripresa che si caratterizza alla base con un ritorno a certi metodi tradizionali della lotta di classe, con masse operaie che hanno fornito a più riprese la prova della loro coraggiosa capacità di lotta, della loro eroica volontà di difesa e, se necessario, di offesa contro il padronato.
Gli operai manifestano spontaneamente la tendenza a spingere le loro stesse agitazioni verso forme più avanzate di lotta, con un contenuto di classe più elevato e con un indirizzo tattico differente da quello tradizionale del sindacato social-opportunista. Rinascono i picchetti operai contro i crumiri, sorgono spontaneamente forme di aiuto e di solidarietà economica fra gli operai in sciopero, si risponde alle cariche della polizia, si oppone la violenza proletaria contro la violenza borghese.
Abbiamo visto in questi ultimi anni gli operai portare la loro lotta nelle piazze, ed abbiamo avuto i luminosi episodi di Reggio Emilia, Palermo, Alicata, di Piazza De Ferrari a Genova, di Piazza Statuto a Torino, della lotta degli edili a Bari, della ribellione alle forze di Polizia a Taranto durante le agitazioni contro l'INAM, e, ultimi, i fatti di Piazza Santi Apostoli a Roma.
Particolarmente i lavoratori edili e metalmeccanici hanno agito come punte avanzate di una situazione nuova di cui il partito di classe deve tener conto nella sua attività di propaganda e nella sua azione sindacale e politica.
I lavoratori, questo è un fatto certo, dimostrano oggi, con una chiarezza ed una forza maggiore che non nel passato, la loro ribellione a certi metodi e a certe “disposizioni” delle direzioni sindacali ufficiali; e sono frequenti i casi in cui singoli lavoratori o gruppi, criticano e dimostrano con i fatti di non gradire le posizioni di più aperto disfattismo è di più evidente tradimento delle varie segreterie sindacali di categoria.
Altro fatto nuovo, e che noi abbiamo più volte segnalato, è la presenza dei giovani in prima fila in tutte le agitazioni; essi sono stati in più casi l'elemento iniziatore della lotta, e costituiscono una nuova generazione operaia degna di ogni attenzione, senza complessi e senza miti, generosa, istintiva, tenace e combattiva.
Dobbiamo inoltre tener conto che la tendenza del capitalismo a servirsi sempre più apertamente e profondamente dello Stato, fino ad identificarsi con esso, per la sua necessaria politica di controllo e di pianificazione economica, porterà ad inasprire fino a forme insostenibili il suo sfruttamento sulla mano d'opera salariale.
L'industrializzazione delle zone arretrate e depresse, la proletarizzazione di masse sempre più vaste, l'emigrazione della mano d'opera agricola verso i grandi centri industriali, l'introduzione di sistemi e metodi di lavoro ad accentuata meccanizzazione e automatizzazione, hanno fin qui indicato e preparato l'esplosione delle insanabili contraddizioni interne del sistema capitalistico.
I conflitti tra il lavoro e il capitale saranno dunque destinati in questo quadro di sviluppo ad esacerbarsi ed a farsi sempre più acuti; gli episodi, le tendenze sopra accennate non sono che i primi sintomi, le prime avvisaglie dì quella che potrebbe trasformarsi in una situazione di estremo interesse per l'organizzazione rivoluzionaria di classe, se la sua azione saprà inserirsi in questo movimento e saldarsi con l'avanguardia di esso; se riuscirà a smascherare o comunque ostacolare e disturbare in tutti i modi la manovra delle forze borghesi e social-opportunistiche che si propongono di legare e di trascinare al seguito del carro capitalistico la classe proletaria, con le catene politiche ed economiche di un riformismo statale.
Le agitazioni operaie di questi ultimi tempi sono infatti servite ai socialisti e ai comunisti unicamente come forze di sostegno alla loro politica parlamentare e come mezzi di ricatto per il loro tentativo di inserimento governativo; e nello stesso tempo come argine alle tendenze di ribellione affiorate tra le masse operaie: il fine dei partiti e dei sindacati social-opportunistici non sarà mai infatti quello di mettere in difficoltà il capitalismo per scopi di classe e di preparare il proletariato alla conquista rivoluzionaria del potere, ma all'opposto sarà quello di conciliare le rivendicazioni operaie con le esigenze dell'industria monopolistica e del capitalismo di Stato.
Da qui i continui inviti alla “legittimità e all'ordine”, la condanna degli “atti di ingiustificata violenza”, la denuncia delle “provocazioni teppistiche” e l'invito a “manifestazioni popolari compatte e disciplinate”.
Una situazione dunque quella che si presenta davanti a noi in continuo movimento, nella quale sono sempre possibili svolte brusche e improvvise. Siamo naturalmente ancora lontani dallo spostamento di un rapporto di forze tra borghesia e proletariato, che potrà volgere a favore di quest'ultimo soltanto quando la classe operaia ritroverà il proprio partito di classe, la propria avanguardia rivoluzionaria.
Soltanto quando i lavoratori sapranno imporre alle loro lotte economiche un indirizzo che vada oltre i limiti di una impostazione corporativistica e legalitaria.
La rivoluzione comunista richiede nella classe operaia un alto grado di coscienza- politica, per cui è necessario che il proletariato passi attraverso la scuola delle lotte rivendicative. Per questo il partito comunista internazionalista ed i suoi gruppi sindacali di fabbrica salutano con soddisfazione le prime avvisaglie di una forse non lontana ripresa generale di classe; e sono e saranno sempre al fianco dei lavoratori in tutte le loro lotte, per aiutarli nella difesa dei propri interessi di classe e per guidarli alla conquista della propria emancipazione rivoluzionaria.
DavidePrometeo
Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.
Prometeo #7
III Serie - Gennaio 1965
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