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Home ›Sul movimento delle Sardine
Il movimento delle sardine ha fatto la sua comparsa sulla scena a metà novembre nell’ambito della campagna elettorale per le regionali in Emilia-Romagna, esplicitamente dichiarando la volontà di impedire la vittoria alla candidata leghista e di conseguenza schierandosi in campo per l’altro principale contendente, l’attuale presidente in carica ed esponente del partito democratico Bonaccini. In pochi mesi, sull’esempio di quelle bolognesi, le sardine si sono sparse a macchia d’olio in molte città italiane, riuscendo a portare in ogni piazza decine di migliaia di persone. È un movimento al momento ancora estremamente acerbo, che avanza richieste vaghe e contraddittorie, spesso caratterizzate da un’ingenuità politica disarmante. Ciò che si capisce da subito, se non altro per l’assenza di qualunque riferimento al mondo del lavoro, è la natura di movimento di opinione, espressione politica del ceto medio, come pochi anni fa sono stati il movimento dei girotondi e del popolo viola. Le rivendicazioni contenute nel loro programma si riferiscono principalmente ad una sorta di “galateo” della politica e della comunicazione a cui tutti devono attenersi per garantire le regole del gioco democratico. L’unica richiesta nel loro programma, che significativamente non è preceduta dal verbo “pretendiamo” ma dal verbo “chiediamo”, è la revisione dei decreti sicurezza di Salvini, che vengono rappresentati come un errore dal punto di vista umanitario.
Quello che emerge, anche nei suoi rappresentanti più giovani è meno coinvolti in ruoli di responsabilità, è il fatto che politicamente parlando la sinistra ha “mollato” gli strati sociali più poveri e abbracciato in tutto e per tutto la logica economica del mondo in cui viviamo, e ora viene identificata dalla destra come sostenitrice delle élites, in una rappresentazione furba e opportunistica delle cose, e non perché essa non lo sia, ma perché a fianco delle élites lo è anche la destra. Sinistra e destra sono oggi, in modi diversi, entrambe fautrici dell’agenda dettata dal potere economico, la differenza è che i populisti e i destri usano ancora strumentalmente temi sociali che un tempo erano patrimonio di sinistra: la riforma della legge sulle pensioni, la critica del salvataggio delle banche, il reddito di cittadinanza, e sfruttano la rabbia e l’abbrutimento sociale come arma politica dirigendole contro gli avversari. Dall’altra parte, invece, la sinistra parla ormai quasi esclusivamente in qualità di rappresentante delle istituzioni della classe dominante, mette al primo posto la difesa formale delle regole (pur sempre borghesi), della Costituzione, della democrazia, tacendo però il fatto che queste regole sono state progressivamente svuotate di significato e non rappresentano più nulla se la realtà sociale, nella sua materialità di rapporti, esprime invece - in forma sempre più aperta e spietata - esclusione, sfruttamento, concentrazione crescente della ricchezza e quindi ingiustizia sociale. Ovviamente ne conseguono frustrazione e rabbia da parte di chi vive questo squilibrio seduto sul piatto della bilancia che sta sotto. Proprio come succede ai piatti di una bilancia, quanto più uno scende tanto più aiuta l’altro piatto ad elevarsi sempre più, lavorando gratis o quasi, laddove chi sta sopra concentra ricchezze abnormi sfruttando lavoro altrui ed evadendo le tasse.
Il quadro nella sua interezza è reso più difficile da vedere a occhio nudo per il fatto che il mondo è diventato un “villaggio globale” legato da meccanismi finanziari e commerciali che a noi sono in parte preclusi, ma la logica è sempre la medesima su scale diverse. Telefonini e computer fabbricati da lavoratori cinesi a costi risibili, abbigliamento prodotto da operai e operaie birmani o bengalesi che arrivano sui mercati a prezzi mai visti, merci consegnate con una velocità impressionante in tutte le case da fattorini di ogni “razza” e provenienza e potremo andare avanti molto. Tutti processi nei quali è all’opera quella straordinaria forza creatrice che è il lavoro umano - alla faccia della presunta “fine del lavoro” - ma la natura umana, ciò che ci accomuna, è invece ridotta sempre più spesso al rango di bestia o poco più. E’ vero che queste merci e questi servizi vanno anche a soddisfare in una certa misura i bisogni dei lavoratori, ma solo a condizione che abbiano un salario e una posizione sociale adeguata ad attingere a quota parte di ciò che loro stessi hanno prodotto e, dato che i processi di riproduzione e valorizzazione dei capitali sono ad ogni ciclo più difficoltosi, la quota parte di prodotto sociale diretta ai salari e alla soddisfazione dei bisogni dei lavoratori è destinata a essere sempre minore, se si vuole che i profitti siano salvaguardati. Parafrasando il primo articolo della costituzione potremmo dire che “l’Italia è diventata ancor più una repubblica democratica fondata sullo sfruttamento del lavoro”, finché di lavoro ce ne rimane perché è produttivo di nuovo profitto, altrimenti cassa integrazione e sussidi sono il massimo a cui si può aspirare.
Le Sardine in questa situazione esprimono il disagio di chi sta in mezzo tra i due piatti della bilancia, a volte colgono dalla loro prospettiva aspetti autentici del processo: per esempio, per quanto riguarda ciò che è diventata la comunicazione sui social media, usati con strategie scientifiche per vendere prodotti materiali o ideologici e per rappresentare ad una popolazione di utenti individuali una realtà sociale costruita ad arte e offerta come “la Realtà”, ora i social sono usati sempre più anche per mettere a tacere il dissenso tramite la violenza verbale e l’annientamento metodico dell’avversario, che deve essere ridotto al silenzio. Per reazione, le Sardine dichiarano ingenuamente che vogliono portare i loro “corpi” in piazza. Non si rendono conto di quanto la loro protesta anti-populista sia funzionale alla logica del sistema nel quale nuotano, come dimostra l’accoglienza festosa che hanno ricevuto su tutti i media, per esempio quando affermano, per bocca di uno dei fondatori: “La verità è che la pentola era pronta per scoppiare, poteva farlo e lasciare tutti scottati. Per fortuna le Sardine le hanno permesso semplicemente di fischiare”. A parte l’aperta e buffa contraddizione tra il non volere bandiere e simboli di partito in piazza e poi tirare la volata elettorale al Partito democratico, non è la prima volta che movimenti del genere si auto-dichiarano valvola di sfogo della tensione sociale; era successo anche con Beppe Grillo che diceva che senza i Cinque stelle ci sarebbe stata una rivolta sociale, pretendendo implicitamente riconoscenza dalla classe dominante. Questo ruolo di addomesticamento del dissenso in Italia è sempre stato svolto per tradizione dai sindacati, che in genere indicono scioperi generali innocui o grandi manifestazioni sventolando slogan che non corrono nessun rischio di ottenere dei risultati concreti. In questo momento forse si ritiene che anche solo portare dei lavoratori in piazza a fare passeggiate sia diventato sconsigliabile, non si sa mai che poi con una scrollata si vogliano liberare del guinzaglio. Perfino Landini, leader sindacale considerato molto radicale, va dicendo in giro che è il momento di “fare una nuova concertazione tra operai e padroni”, ed allora ad incanalare il malcontento ci pensa il ceto medio.
Per il momento la classe del lavoro non riesce a muoversi su un terreno rivendicativo autonomo, non diciamo a prospettare una rivoluzione, perché quella non appare neanche all’orizzonte al momento, ma nemmeno come pure si fa di questi tempi in Francia (per tacer del resto del mondo) a rivendicare per sé stessa condizioni di vita migliori.
Battaglia Comunista
Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.
Battaglia Comunista #01-02
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