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Home ›La barca galleggia, affondando
Gli economisti borghesi sembrano spiritualmente sollevati (anche se a giorni alterni) quando le Borse (specie quella Usa) danno qualche segnale di “ripresa” dei titoli esposti sui loro listini: la tanto attesa nuova fase espansiva è in arrivo? Rosee prospettive per gli affari del capitale?
Dietro le quinte, la situazione rimane però poco rassicurante a fronte degli allarmi riguardanti il persistere di un ammasso di debiti (globali) in crescita. Sono fonti ufficiali borghesi (Global Debit Monitor) a dichiarare cifre da capogiro, sia in debiti pubblici che privati: quasi 250.000 mld di dollari nel 2017! E sono numeri ogni anno in aumento per tutti i Paesi.
Con un occhio alla Cina… – Ovunque, dilagano gli effetti (inevitabilmente negativi) di una “turbofinanza” che scorazza per il mondo e che non risparmia (anzi, proprio il contrario!) quella Cina che per molti sarebbe l’esempio di un “capitalismo socializzato”! Anche qui, infatti, aumenta la cifra dei crediti deteriorati (centinaia di mld di dollari) e del debito pubblico e privato, quello ufficializzato.
Restando per un momento tra i confini del nazional-socialismo cinese, c’è da rimarcare l’aumento costante dei crediti deteriorati (Npl, Non Performing Loans) che aggravano i bilanci delle principali banche (organi fondamentali dello Stato cinese!): Industrial and Commercial Bank of China (ICBC) – China Construction Bank – Bank of China – Agricoltural Bank of China. Complessivamente ci si avvicina a circa un migliaio di mld di dollari!
Dopo aver iniettato fiumi di liquidità attraverso le Banche, gli indebitamenti sono andati alle stelle e ora stanno per cadere nelle… stalle! Con una valanga di prestiti in scadenza, si prospetta come probabile rimedio quello dell’annullamento di molti debiti, con una necessaria ricapitalizzazione delle Banche (socialiste…) e con un peggioramento dei “rendimenti” anche nel settore finanziario dopo quello industriale, da tempo già in caduta. Un sistema nel suo complesso sempre più fragile e precario con all’orizzonte pericoli di un’alta deflazione. Con sulle spalle, oltre alla massa di Npl, un debito pubblico che risulterebbe superiore ai 4.600 mld di dollari (queste le cifre che estrapoliamo da comunicati del Governo cinese…). Da altre fonti (“attendibili”?) questa cifra andrebbe almeno moltiplicata per 2,5 volte considerando anche i debiti delle municipalità locali cinesi, che addirittura supererebbero i 2.500 mld. Alla fine risulterebbero debiti complessivi “aggregati)”(pubblici, privati e aggregati) vicino al 260% del Pil cinese dichiarato. Il tutto sommerso da una valanga di bond e prestiti obbligazionari (che presto andranno pagati, con l’incubo di default a catena!), creati da città e regioni al di fuori del sistema bancario ufficiale.
Circolano voci – da Hong Kong – che la cifra andrebbe moltiplica per 15. Aggiungiamo che anche negli Usa, con 11.500 mld di dollari in debiti, l’atmosfera finanziaria si fa sempre più pesante). E poi, a preoccupare Pechino, ci sono i crediti al consumo (con prestiti che nel 2017 hanno raggiunto 75,3 mld di dollari, quasi 5 volte le cifre dell’anno prima!). Di questo passo anche il World Economic Forum teme – entro il 2020 – una crescita del passivo cinese di almeno 20.000 mld di dollari… (o addirittura – secondo gli attuali ritmi – di 50.000 mld), con le “ombre” del sistema bancario collaterale (shadow banking) che si allungano... (Fonte: CNBC)
…e l’altro rivolto al resto del bel mondo capitalista
Di certo, il volume delle operazioni creditizie, che da decenni si è ingigantito a livello globale (fornendo inizialmente quello sviluppo artificioso del mercato mondiale tanto esaltato dagli economisti borghesi), sta mostrando sempre più le sue incoerenze e e fragilità, innanzitutto nel settore produttivo vero e proprio, per poi ripercuotersi in quello finanziario. Sarebbe di ben 233mila mld di dollari la catasta di debiti che gravita sul mondo capitalista. La realtà è quella di forze produttive che hanno fatto balzi in avanti tali da accelerare la ormai famosa caduta del saggio di profitto che sta diventando uno spettro di morte per il capitale. Aggravata da un enorme sviluppo del credito, che non si è affatto verificato a favore dello sviluppo della produzione capitalistica come invece fu alle sue origini nell’Ottocento. Ora ha effetti devastanti e in tutt’altra direzione.
La attuale capitalizzazione delle Borse, anche quando sarebbe in traballante ripresa, fa seguito all’agitarsi delle masse di capitale finanziario che si aggrappano ad ogni forma possibile di speculazione (monetaria e mercantile), dove il capitale fittizio (una massa monetaria di semplice circolazione di denaro e senza creazione di alcun valore reale) vi si getta a capofitto.
Migliaia di miliardi di dollari sono stati e sono "iniettati nel sistema" per essere bruciati senza altro effetto che quello di alimentare (oltre ad “affari sporchi” di ogni genere, compresi quelli apertamente criminali) anche la speculazione di borsa. Ed ovunque i debiti privati e pubblici, nonostante le mascherature, superano il PIL.
Si è imposta, autoproclamandosi come il sostegno del migliore dei mondi possibili, una massa di capitale fittizio in forma monetaria, che ha la pretesa di autoriprodursi senza alcun legame con quella che è la condizione materiale originaria: denaro contro merce o servizio e viceversa. Oggi, con ammassi di derivati e di swaps, si alimenta una serie di operazioni che non hanno dietro di sé alcun concreto nesso. Ci si “scambia” dieci o più ordini “finanziari” a brevissima distanza l’uno dall’altro, ma dietro a quel tipo di “scambio” astratto c’è un vuoto totale. Il quale avrebbe la pretesa di rappresentare un mercato “reale”, mentre ciò che si gonfia è una piaga cancerosa di dimensioni globali. Il capitalismo, regno del valore, si sta lentamente sgretolando minacciando una implosione di dimensioni epocali, soffocando l’umanità sotto un accumulo di derivati finanziari basati su valori fasulli, in cifre da capogiro: centinaia e centinaia di miliardi di dollari con l’aggiunta di altre decine e decine di migliaia di miliardi in Credit default swaps, mutui, carte di credito e altre misteriose figurazioni, evanescenti e sofisticati strumenti finanziari in cui tutta la follia del capitale si dispiega selvaggiamente, con assoluta libertà e prepotenza.
Tutto questo dietro il franare della produzione di plusvalore, indispensabile alla riproduzione stessa del capitale oltre che a compensare la massa monetaria virtualmente creata. In più, la maggior parte del plusvalore, ancora estorto alla forza-lavoro nei settori produttivi di merci, non ritorna affatto la dove è stato “prodotta” e per alimentare (capitalisticamente parlando) un nuovo ciclo produttivo. Essa invece si disperde per sorreggere (uscite senza…entrate e bilanci in rosso!) le impalcature scricchiolanti della società borghese.
Questo nonostante lo sfruttamento della forza-lavoro, ancora impiegata, sia spinto a forme e livelli incredibili. Paradossalmente, più la produttività del lavoro aumenta, e più si incaglia la produzione di plusvalore, aumentando la caduta del saggio medio di profitto.
La circolazione della massa monetaria se non è corrispondente, in una determinata velocità e quantità, al valore delle merci prodotte ed aumenta più di queste, non trova altra via sulla quale avventurarsi se non la speculazione come tentativo di autovalorizzazione. I suoi gestori credono di poter fare a meno di ogni scambio mercantile materiale. Ed ecco l’impressionante aumento di moneta speculativa che ha finito con lo sconvolgere a livello mondiale lo stesso mercato finanziario. Un sistema che dipende dalla circolazione di colossali prestiti di denaro virtuale, dietro il quale vi è il nulla se non uno Stato (come quello Usa) che lo “garantisce” in modo imperativo con la propria forza militare, imponendolo (anche sotto forma di semplici cedole statali) ad altri Stati potenzialmente inferiori, al momento, e in condizioni creditizie sempre più allarmanti.
E’ evidente che fino a quando si crea moneta in modo proporzionale al nuovo valore prodotto (merci) e alla velocità di circolazione del denaro, il sistema sembra funzionare; ma se si accumulano solo debiti o crediti senza un concreto equivalente valore, si gonfiano bolle e quindi, alla fine, si avranno esplosioni macroscopiche. Ancora una volta: se il capitalismo non produce e vende merci, non si forma alcun valore. Nonostante si vociferi di miliardi, biliardi e triliardi di dollari e altre valute, la realtà è quella di una catasta di non-valore!
E così, gira e rigira – come dichiarava Marx fin dal lontano 1846 – il mondo in cui viviamo e più che mai quello dove il modo delle relazioni sociali fra gli uomini «non corrisponde più alle forze produttive acquisite».
Esplode drammaticamente e distruttivamente la contraddizione tra la ricerca costante di diminuire il tempo di lavoro necessario (quello che sarà pagato col salario), dietro la spinta di un progresso scientifico e tecnologico sbalorditivo, ma con ciò il capitale nega quella che è «la condizione necessaria per la sua riproduzione e valorizzazione». Conclude Marx:
Uno sviluppo delle forze produttive materiali (come quello che sta avvenendo oggi – ndr) toglie ad un certo punto il capitale stesso.
Il processo di produzione capitalistico ha infatti un solo scopo: produrre plusvalore e avere nello stesso tempo un sempre più ampio mercato e un maggior numero di consumatori paganti le merci, altrimenti diventa impossibile realizzare il plusvalore in esse contenuto. Ma tutta la produzione di plusvalore (la cui quantità dovrebbe sempre aumentare per le “esigenze” del capitale) tende invece a calare via via che diminuisce il lavoro vivo da sfruttare per la produzione di merci, affidata progressivamente a macchine automatizzate e a pochi sorveglianti.
Poiché il valore è “creato” dal tempo di lavoro degli uomini, la quantità di questo è fondamentale per la vita del capitale, altrimenti si incepperà la valorizzazione del valore stesso, giacché il capitale «come un vampiro si impregna costantemente di lavoro vivo come sua anima». (Grundrisse). Quindi, proprio perché «il tempo (di lavoro) è tutto, l’uomo non è più niente; è tutt’al più la carcassa del tempo». (Marx, Miseria della filosofia)
La crisi sconvolge quindi il mercato del lavoro; ma il lavoro salariato è l’altra faccia del capitalismo che ha bisogno assoluto – per «conservarsi ed eternizzarsi» – di questo lavoro (che invece tende a restringere al minimo in tutti i settori produttivi).
Come dare allora un salario anche se minimo ai proletari se essi non sono più in condizioni di fornire pluslavoro e quindi plusvalore? Nel contempo il capitale pretende (esige) che il tempo di lavoro occorrente per produrre le merci sia
ridotto ad un minimo, mentre – d’altro lato – pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza. Esso diminuisce, dunque, il tempo di lavoro nella forma di quello necessario (a tenere in vita, con il più basso salario, l’operaio di cui sfrutta la forza-lavoro – ndr), per accrescerlo nella forma di quello superfluo. Pone perciò il lavoro superfluo (quello che non paga – ndr) in misura crescente come condizione (questione di vita o di morte per il capitale – ndr) per quello necessario.
Marx, Grundrisse, La nuova Italia, pag. 593/4
Chiodi ribattuti
Si arriva alla esplosione della crisi quando nel capitalismo si producono troppe merci con lo scopo. vendendole, di ottenere maggior profitto. Specifica Marx:
“troppo” non per il consumo, ma troppo per mantenere il giusto rapporto tra consumo e valorizzazione, troppo per la valorizzazione.
Grundrisse
Il capitale sfrutta in modo sempre più intenso la forza-lavoro, soprattutto riducendo al minimo il valore del lavoro (con meno salario) e così aumentando il plusvalore estorto ad ogni singolo operaio (il cui numero però diminuisce!). Oltre a «produrre più merci allo stesso prezzo», in quelle merci «è contenuto più lavoro non pagato». (Marx, Capitolo VI) Aumentando la massa di capitale (fisso e costante, ma non variabile) occorrente alla produzione di merci ed anche (necessariamente) alla loro circolazione, quello che è il soggetto reale della produzione (il lavoro umano) viene mascherato nella sua diminuzione. Esso, unica fonte di valore nella produzione di merci, è totalmente assoggettato al capitale fisso il quale «pone come fine se stesso». E il proletariato, centinaia e centinaia di milioni di esseri umani, diventa una popolazione superflua che il capitale non può più mantenere in vita e si prepara a sopprimere nei conflitti militari che stanno per sconvolgere il pianeta…
Nulla, tuttavia, è scontato – meccanicamente – in una direzione o nell’altra. Ed è per quello che siamo particolarmente attenti a quel che succede attorno a noi seguendo gli insegnamenti di Lenin: “Studiare, propagandare, organizzare”.
DCBattaglia Comunista
Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.
Battaglia Comunista #03-04
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