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Home ›“Potere al popolo” - L'ennesimo cartello elettorale riformista
Si chiama «Potere al popolo» il nuovo cartello elettorale ideato da “Ex OPG Occupato - Je so' pazzo”, trainato dal PRC e composto da altre organizzazioni del vario e variegato mondo “delle sinistre”.
Il nome scelto, decisamente ambizioso e battagliero, stride non poco con i contenuti del programma, riformistico per stessa ammissione di organizzazioni e soggetti coinvolti nell’operazione.
Vogliamo costruire un fronte popolare che riunisca le varie vertenze del territorio. Non un progetto calato dall’alto ma dal basso. Dobbiamo fare egemonia.
Questo aggregato non nasce solo per le elezioni ma vuole riempire un vuoto a sx che possa proporre riforme sociali e risolvere i problemi della gente. Vogliamo usare lo spazio mediatico che si apre con la campagna elettorale, per riempirlo con una proposta riformista su cui si basa il nostro programma minimo.
Bisogna difendere la democrazia e promuovere la cultura. Sui territori mancano spazi di aggregazione. Dobbiamo riportare la gente a votare a sinistra.
Vent’anni di berlusconismo hanno distrutto la cultura. Bisogna fare, fare, fare nei territori per riportare la gente a votare a sinistra.
Questi, in sintesi, alcuni dei commenti da noi raccolti all’assemblea organizzata dal suddetto cartello al Municipio X di Roma.
Iniziamo col dire che questa ossessione del voto mal si concilia con le dichiarazioni di uso strumentale, cioè tattico, delle elezioni politiche che in momenti diversi (spesso subito prima o subito dopo) gli esponenti di «Potere al popolo» sembrano avallare.
Perché delle due, l’una: o «le elezioni sono una scusa per fare propaganda rivoluzionaria» (è la parola d’ordine leniniana del «parlamentarismo rivoluzionario», che tante organizzazioni sedicenti comuniste trattano alla stregua di un dogma intoccabile, valido sempre e comunque, e che invece noi riteniamo fuori contesto e fuori tempo per una democrazia, come la nostra, tanto matura da essere ormai… marcia?), dunque un mezzo e non il fine, oppure il fine è proprio «riportare la gente a votare a sinistra», e in prospettiva… che altro se non conquistare la maggioranza parlamentare e costruire un “governo delle sinistre”? E allora ricadiamo sempre nella vecchia concezione riformistica/revisionistica che il comunismo (dando per buono che sia questo l’obiettivo massimo di «Potere al popolo») è raggiungibile attraverso una lunga guerra di posizione entro le istituzioni parlamentari e statuali esistenti – le quali il materialismo, che dovrebbe essere patrimonio di chi si proclama comunista, ci suggerisce invece essere espressione politica della classe a noi avversaria, costituite al fine di perpetuare il dominio degli sfruttatori sugli sfruttati e pertanto non utilizzabili allo scopo inverso! – a grado a grado, riforma dopo riforma, conquista dopo conquista: quando noi siamo invece convinti che se c’è una cosa che il leninismo e l’Ottobre hanno insegnato, è che il “potere al popolo” può essere conquistato solamente tramite una rottura extralegale dello Stato e dell’ordine capitalista, cioè da un evento rivoluzionario.
Fuorviante, molto fuorviante e infelice, allora, il nome scelto per perpetuare una volta in più le illusioni – come sempre del resto: a che sarebbe ridotto il riformismo senza il suo apparato di fumisterie e attrazioni illusorie? – elettoralistiche e democratiche di una parte ancora significativa – benché costantemente in calo – del “popolo della sinistra”.
Da parte nostra, noi siamo intervenuti a quell’assemblea facendo notare inoltre che il programma di «Potere al popolo» è, per quanto minimo, comunque irrealizzabile entro i legacci del sistema capitalista in questa sua fase di crisi profonda, in cui i margini di mediazione con gli interessi padronali sono ridotti all’osso fino quasi a scomparire: ancora non si comprende che chi verrà eletto avrà come compito l’amministrare della crisi negli interessi del capitale, non altro!
Lo stesso «lavorare meno per lavorare tutti» non è un obiettivo raggiungibile durante il capitalismo, ma una delle prime misure della fase di transizione, una volta che il proletariato abbia conquistato il potere politico ed estromessa la borghesia da tale esercizio!
Volendo invece prendere per buona – ma non ci sembra questo il caso – la versione che ci assicura trattarsi di elezionismo rivoluzionario, quali spazi di visibilità mediatica potrebbe avere una lista comunista che si presenti alle elezioni, nell’epoca dell’industria mediatica tutta in mano alla borghesia?
Il «vuoto a sinistra» che tanti lamentano si può riempire, piuttosto, con una campagna che delegittimi la farsa del teatrino elettorale: invece la farsa democratica viene una volta in più legittimata! Per fortuna tanto “popolo della sinistra” si rende conto, ogni giorno di più, della realtà delle cose, dimostrandosi ben più accorto di quelli che dovrebbero essere i suoi… dirigenti.
Questo cartello elettorale, infatti, non è nato “dal basso”, dato che “dal basso” poco o nulla si sta muovendo: è l’ennesimo agglomerato di forze politiche variamente riformiste e centriste che vogliono tornare a sedersi in parlamento.
Visto che spesso veniamo accusati di essere poco concreti ci permettiamo di suggerire agli ideatori di questa iniziativa di valutare i risultati ottenuti da due esperienze di “governo popolare” sostenute dall’ “Ex Opg occupato”. Ci riferiamo al governo di Tsipras in Grecia e alla “Rivoluzione arancione” del sindaco Luigi de Magistris a Napoli.
Il primo governo capeggiato da un “No Global” non solo non è riuscito a contrastare le richieste di austerità provenienti dalla Troika ma negli anni successivi ha continuato a premere sull’acceleratore, applicando le stesse politiche dei governi borghesi precedenti, reprimendo con la violenza le reazioni proletarie. Lo stesso referendum in Grecia non sortì alcun effetto di contrasto alle politiche antiproletarie.
Quali sono stati i risultati concreti ottenuti da sette anni (sette!) di governo locale di de Magistris? Bisogna avere veramente degli enormi paraocchi ideologici per valutare positivamente la “rivoluzione arancione”. Il sindaco di Napoli aveva promesso mari e monti: contrastare la disoccupazione, migliorare i servizi sociali, i trasporti, la viabilità, ecc. ecc. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Le condizioni dei proletari a Napoli erano pessime e non sono state intaccate minimamente dalla rivoluzione “arancione”, sono solo peggiorate. O il sindaco faceva promesse esagerate - che andavano inoltre oltre le “competenze locali” - sapendo di non poterle mantenere oppure, se in “buona fede”, dovrebbe almeno ammettere che la “rivoluzione arancione” è stata impotente rispetto ai problemi che doveva affrontare. In ogni caso un fallimento.
Le illusioni riformiste, per quanto ci riguarda, vanno sempre contrastate ma oggi, come dicevamo in precedenza, dobbiamo aggiungere che il riformismo – in tutte le sue forme, referendum compresi – non riesce nemmeno a contrastare il peggioramento delle condizioni dei proletari.
L’unica forma di potere che può assumere “carattere progressivo” è il potere proletario, volto alla trasformazione comunista della società. Le condizioni di ciò vanno preparate, è inutile ripetere continuamente che… le condizioni per ciò mancano e quindi… si ripiega su un progetta “minimo” riformista, remando quindi in senso controrivoluzionario.
Apprezziamo spesso l’interesse che hanno i ragazzi e le ragazze dell’ “Ex Opg” rispetto le condizioni proletarie, così come possiamo apprezzare lo spirito che anima le loro iniziative di sostegno ai lavoratori e le attività di “carattere sociale”. Ma non condividiamo i contenuti politici che trasmettono. Dovrebbero coinvolgere i proletari che avvicinano con la loro attività in una politica comunista e non verso il riformismo elettorale. Il compito dei comunisti non è semplicemente quello di “muovere le masse”, men che meno sul terreno elettorale: al contrario, è preparare lo strumento politico rivoluzionario, cioè il Partito, in modo tale che quando la spontaneità delle masse tornerà a mostrarsi esso, indipendente dagli altri partiti e radicato nella classe, potrà dirigere il movimento dei lavoratori verso una prospettiva veramente rivoluzionaria.
La storia ci ha insegnato che la rivoluzione ha vinto solo laddove il partito ha saputo difendere la propria indipendenza politica ed organizzativa contro tutte le frazioni della sinistra borghese: non dunque escogitare «fronti popolari» con le forze borghesi “progressiste”, storicamente sempre deleteri per la causa rivoluzionaria, ma al contrario costruire e rafforzare il partito rivoluzionario, che per via delle forme di produzione della cultura e della coscienza non può che essere un partito di quadri ed un’organizzazione di minoranza.
Compito dei comunisti oggi è costruire e radicare il partito rivoluzionario nella classe e nella società (perché anche dalla classe avversa possono fuori uscire disertori che abbracciano il programma rivoluzionario) agitando ovunque la prospettiva rivoluzionaria.
Battaglia Comunista #01-02
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