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Home ›Le tigri asiatiche nella bufera della crisi finanziaria
Fine di un mito
Dopo la crisi messicana del dicembre 94, che nel volgere di pochi mesi ha portato alla caduta verticale le borse latinoamericane ed a una svalutazione del peso rispetto al dollaro di oltre il 60%, un altro terremoto finanziario sta scuotendo il sistema finanziario mondiale. Il precario equilibrio che regola le attività finanziarie internazionali in questi giorni è messo a dura prova dalla crisi scoppiata nel sud-est asiatico.
Indicati dalla borghesia internazionale come il prodotto più genuino della mondializzazione dell’economia capaci nel prossimo futuro di contrapporsi allo strapotere del capitalismo europeo e statunitense, i paesi del sud-est non riescono più a riconfermare gli straordinari ritmi di crescita degli anni passati. Il mito delle Tigri asiatiche sembra definitivamente svanito. Infatti, dopo anni di crescita costante, con listini gonfiati oltre misura dalle attività speculative, gl’indici delle borse dei paesi del sud-est asiatico da qualche mese registrano pericolosi scivoloni.
Iniziata nei primi giorni di luglio in Thailandia, la crisi finanziaria rischia sempre di più di propagarsi negli altri paesi della regione, coinvolgendo anche il gigante nipponico. L’origine dell’attuale crisi finanziaria è da ricercare in una situazione dell’economia reale particolarmente difficile, in cui le contraddizioni accumulate nell’ultimo decennio stanno pericolosamente esplodendo.
Il capitombolo della borsa, che in poche sedute ha perso quasi la metà del proprio valore, e il deprezzamento del 20% del baht thailandese rispetto al dollaro statunitense, non possono essere spiegati con la semplice mancanza di fiducia degli operatori internazionali. L’ideologia borghese, sempre pronta a nascondere le vere ragioni delle crisi finanziarie ed a esaltare le virtù del mercato, nella sua folle logica dà una valutazione positiva alle “scosse” dei mercati in quanto rappresentano una sorta di punizione contro politiche giudicate poco liberiste.
Ma la realtà è profondamente diversa e le cifre dell’economia thailandese sono pronte a dimostrarlo. Paese tra i più contraddittori dell’intera area asiatica, la Thailandia per oltre dieci anni ha fatto registrare un tasso di crescita dell’8-9%; ora non è più in grado di riconfermare tali risultati. Infatti le previsioni più ottimistiche, fatte dalla banca centrale thailandese, parlano di una crescita nell’ordine del 4-4,5%, mentre altri istituti più autonomi rispetto al governo di Bangkok prevedono una crescita inferiore all’1,5% se non addirittura recessione. Con un mercato interno di modeste dimensioni, in virtù dei bassissimi salari percepiti dal proletariato indigeno, i risultati dell’economia thailandese sono stati in gran parte dovuti alla capacità del paese di vendere i propri prodotti sul mercato mondiale. La crescita economica è stata possibile solo ed esclusivamente grazie all’aumento costante delle esportazioni; queste nel 1995 crescevano in volume ad un ritmo del 23%, mentre lo scorso anno diminuivano dello 0.2% e l’obiettivo di una crescita nel 97 del 10% rappresenta una mera fantasia governativa. Questa tendenza non è un caso isolato dell’economia thailandese ma è possibile osservarla negli altri paesi della regione, ad eccezione delle Filippine, unico paese dove le esportazioni continuano a crescere.
La situazione economica della Thailandia precipita quando alla contrazione delle esportazione si aggiungono altri fenomeni come l’aumento del deficit della bilancia dei pagamenti e un forte calo della domanda interna. L’azione congiunta di questi fattori e la prospettiva di saggi di profitti sempre più bassi, sono all’origine della massiccia fuga di capitali verso mercati ritenuti più remunerativi, fuga che ha determinato sia il crollo della borsa di Bangkok che la repentina svalutazione del baht. Le conseguenze sui mercati internazionali non si sono lasciati attendere. Nel giro di qualche giorno nella bufera rimangono coinvolte le borse dei paesi del sud-est asiatico e l’insieme delle monete regionale s’indeboliscono rispetto al dollaro americano. Proprio in questi movimenti di capitali, che dal sud-est asiatico si sono spostati verso altre piazze borsistiche, è da ricercare il fortissimo apprezzamento del dollaro fatto registrare nello scorso mese di luglio. Infatti gli operatori in fuga dai mercati asiatici hanno modificato i propri portafogli, privilegiando gli investimenti verso il biglietto verde.
Il Giappone, vero dominatore economico della regione e primo investitore di capitali in Thailandia, per evitare una pericolosa degenerazione della crisi si è fatto promotore di un piano di salvataggio finanziario per dare ossigeno all’economia thailandese. La massiccia fuga di capitali ha messo i serie difficoltà il governo di Bangkok, il quale ha corso il pericolo di dichiarare la propria insolvibilità, con conseguenze catastrofiche per l’intero sistema finanziario internazionale. Grazie all’intervento del Fondo monetario internazionale la Thailandia riceverà un credito di ben 16 miliardi di dollari. I due maggiori finanziatori del prestito sono il Fondo monetario internazionale e il Giappone che contribuiranno rispettivamente con 4 miliardi di dollari, mentre l’insieme degli altri paesi dell’area si sono impegnati a versare i restanti otto miliardi. Per la prima volta in questo secondo gli Stati Uniti non sono intervenuti direttamente per gestire una crisi finanziaria di così vaste dimensione. Il capitalismo giapponese non solo ha coordinato l’elaborazione del piano di aiuti, ma di fatto ha imposto agli altri paesi dell’area di contribuire nel finanziamento, dimostrando ancora una volta di essere il vero padrone del sud-est asiatico.
Il piano approvato, fino al momento in cui scriviamo, non ha fruttato i benefici sperati. Infatti, le piazze borsistiche della regione continuano a registrare quotidianamente un’emorragia di capitali. Il pericolo che l’intero capitalismo è che la speculazione internazionale insista nello spostare capitali verso aree ritenute più remunerative, con la conseguenza che altri paesi del sud-est asiatico (soprattutto l’Indonesia e la Malesia) rischiano una crisi di solvibilità. Se ciò dovesse verificarsi, e sono molti tra gli stessi economisti borghesi a prospettarlo, la folle corsa alla speculazione finanziaria riceverebbe un duro colpo dal quale difficilmente sarebbe in grado di riprendersi.
plBattaglia Comunista
Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.
Battaglia Comunista #9
Settembre 1997
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