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Dopo gli accordi dello scorso luglio tra Gorbaciov e il cancelliere della Germania occidentale Kohl, l'unificazione delle due Germanie può considerarsi cosa fatta.
Gorbaciov, in cambio ha ottenuto un prestito di mille miliardi di marchi, il rimborso delle spese per il mantenimento dell'armata rossa di stanza a Berlino Est e la garanzia che la Germania dell'Est, benché inserita nel patto Nato, resterà zona denuclearizzata. Americani, inglesi e francesi, facendo buon viso a cattivo gioco, si sono impegnati, per parte loro, a rinunciare ai diritti su Berlino e a ritirare le loro truppe dopo il ritiro dell'armata rossa che dovrebbe avvenire nel corso di un paio di anni.
La rapidità con cui è stato raggiunto l'accordo e il fatto che la Russia abbia rinunciato alla iniziale richiesta di neutralità della Germania unificata potrebbere far ritenere che l'accordo del Caucaso segni la tappa conclusiva della lunga vicenda tedesca e che con la riunificazione si sia definitivamente aperta una fase storica segnata dal calo della conflittualità internazionale e della concorrenza interimperialistica. D'altra parte, sin dal crollo del muro di Berlino tutti i mezzi di informazione borghesi si sono impegnati in una tale opera di mistificazione dell'evento che risulta ben difficile, senza un'attenta analisi dei processi reali in corso, un'esatta comprensione sia di quanto già accaduto che delle prospettive di medio e lungo termine che si vanno delineando.
All'uopo è necessario innanzitutto sbarazzare il campo di tutta la paccottiglia di menzogne tese a dimostrare che l'unificazione intanto si è resa possibile in quanto le tanto represse aspirazioni alla "libertà" dei tedeschi orientali hanno finalmente trovato la capacità di coagularsi in una opposizione politica di tale forza da disintegrare l'apparato statale della Rdt. Alla luce dei dati obbiettivi appare invece evidente che il motore primo del processo di disintegrazione della Germania di Berlino Est è da ricercarsi nella profonda crisi che rode il sistema capitalistico mondiale sin dai primi anni settanta e sta mettendo in ginocchio uno dopo l'altro tutti i continenti e che ora si accanisce non solo contro le aree endemicamente depresse, ma anche contro quelle di media o scarsa industrializzazione quali quella dell'ex blocco sovietico. Nella fattispecie la crisi, per versi contrapposti, ha portato da una parte la Germania Occidentale a un ruolo sempre più autonomo rispetto al blocco di appartenenza e dall'altra l'Unione sovietica a una ritirata su tutti i fronti, impensabile soltanto qualche anno addietro. Dalla convergenza dell'interesse tedesco-occidentale a guardare verso nuovi mercati dove esportare i propri surplus di merci e capitale finanziario e quello sovietico a ridurre i costi di mantenimento di un impero allo sfascio e di cercare capitali per il finanziamento della perestrojka, è nata la potente spinta che ha rotto nel volgere di pochi mesi equilibri consolidati da anni e che sembravano destinati a durare per un tempo infinito.
La crescita della Rft
Se soffermiamo l'attenzione sullo stato di salute della economia tedesco-occidentale e su alcune linee di tendenza che sono andate sviluppandosi negli ultimi dieci anni, scorgiamo che l'interesse all'unificazione delle due Germanie, per ragioni opposte, era tanto forte per Bonn quanto per Mosca. (1)
A partire dal 1982 la bilancia commerciale tedesca ha fatto registrare un costante e crescente attivo cosicché se si raffronta il suo andamento con quello della bilancia commerciale statunitense si rileva una divaricazione a forbice che ha raggiunto il suo apice negli ultimi anni 1980 con uno scarto fra le due che nel 1980 è risultato pari a circa 1200 miliardi di dollari che ammonterà alla fine del 1990, a circa 1500 miliardi di dollari. Alla fine del 1989 il surplus commerciale tedesco-occidentale ha superato, per la prima volta dagli anni 1970, quello giapponese avendo superato gli 80 miliardi di dollari. Già alla fine del 1988 il risparmio complessivo ammontava a circa 186 miliardi di marchi e l'esportazione di capitale finanziario superava i cento miliardi di marchi.
Il mercato borsistico nel corso del 1989 ha raddoppiato il suo volume e oggi rappresenta il doppio di quello della Gran Bretagna che pure, nel corso del 1989, è cresciuto di circa un terzo, tanto che ormai le borse della Repubblica federale trattano più affari della storica City londinese. Dalla caduta del muro di Berlino i corsi azionari sono cresciuti mediamente di oltre il 20% e ciò la dice lunga sulle reali aspettative del grande capitale finanziario tedesco-occidentale per l'eventuale unificazione.
Il favorevole andamento dell'economia ha dato luogo, più che altrove, a un poderoso processo di concentrazione economica e finanziaria che, nel volgere degli ultimi cinque anni, ha letteralmente trasformato la struttura finanziaria e industriale della Germania, tanto che ormai troviamo alla testa di quasi tutti i grandi gruppi le grandi banche. In parti-colar modo ha assunto un ruolo e una dimensione gigantesca la Deutsche-Bank. Attualmente la DB siede nel consiglio di amministrazione di quasi tutte le grandi imprese tedesche e detiene più del 10% del capitale delle prime dieci imprese industriali. Ma il legame più significativo è quello con la Daimler-Benz di cui possiede il 29% delle azioni e che da sola rappresenta il 12% dell'intero capitale tedesco-occidentale.
L'acquisizione da parte della Daimler-Benz, lo scorso anno, della Messerschimdt-Bolkov-Blohm (MBB) ha dato luogo alla costituzione di un gigantesco apparato industrial-militare che copre tutti i segmenti del ciclo produttivo. Con questa fusione è divenuta di gran lunga la più potente delle 476 grandi società quotate in borsa.
L'espansione della DB non si è arrestata ai confini tedeschi e al controllo di numerose aziende industriali. All'estero la sua posizione di maggior prestigio è data dal controllo del 15,2% delle azioni Fiat (ex quota libica) che ne fa, nel grande gruppo industriale italiano, il secondo azionista dopo Agnelli. Già leader del mercato delle eurobbligazioni, con l'acquisizione, nel 1986, della Banca d'America e d'Italia e, nel novembre scorso, della britannica Morgan Grenfell, la DB può ritenersi anche uno dei maggiori centri finanziari mondiali tanto che se fino ad oggi, su questo terreno, la Germania ha dovuto muoversi all'ombra degli Stati Uniti, ora può legittimamente aspirare a un ruolo di primo attore. Se poi dovessero concludersi, fino a una fusione, i vari accordi che la DB ha in corso con la giapponese Mitsubishi, si avrebbe la costituzione di una concentrazione di tali dimensioni da rendere veramente ridicole tutte le ciance che si ascoltano quotidianamente sul liberomercato e le sue strabilianti capacità di garantire ovunque libertà.
Dal quadro che abbiamo descritto, seppure in modo sintetico, se ne deduce chiaramente che mentre a Est la crisi dell'Urss indeboliva la Rdt, essendo, di fatto, verso l'Urss che erano dirette quasi tutte le esportazioni, ad Ovest la Rft, sfruttando il vento favorevole della congiuntura internazionale, accresceva ulteriormente il suo apparato economico-produttivo e il suo potere finanziario. Con gli Stati Uniti in declino, ma pur sempre detentori delle leve di comando del mercato finanziario internazionale, la Germania ha sentito con sempre maggiore insofferenza quello status che la voleva comunque e sempre all'ombra dei vincitori della seconda guerra mondiale. In particolar modo sul terreno finanziario ciò ha implicato, per lungo tempo, forti condizionamenti all'impiego dei capitali in surplus. Per garantire continuità alle proprie esportazioni la Germania, come il Giappone, da almeno dieci anni si sobbarca l'onere di sottoscrivere i buoni ordinari emessi dalla Fed statunitense senza poter influire più di tanto sul processo di formazione dei tassi d'interesse sul mercato internazionale; anzi subendo, il più delle volte, le variazioni imposte da Washington.
Ben si comprende, quindi, l'esigenza tedesca di guardare altrove. E dove meglio della Russia di Gorbaciov? Con l'Urss, la Germania mantiene da lungo tempo rapporti privilegiati. Ma finora si era sempre trattato di rapporti di natura commerciale e per di più condizionati dalle esigenze militari ed economiche statunitensi che spesso determinavano forti limitazioni alle esportazioni tedesche verso l'Urss sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. La crescita di concentrazioni così potenti ha determinato una forte spinta verso nuovi sbocchi di mercati e pressioni sul potere politico affinché si muovesse in tale direzione. All'indomani dell'abbattimento del muro di Berlino, accanto a Kohl troviamo il presidente del consiglio di amministrazione della Deutsche-Bank. Come ci informa il settimanale Der Spiegel dell'11 novembre 1989 il famoso piano Kohl che "di economia non sa niente" è frutto della DB e in particolar modo del suo ex presidente Alfred Herrahausen ucciso, come è noto, il 30 novembre dello scorso anno.
La crisi dell'Urss
A fronte della poderosa crescita dell'economia della Rft, già a partire dalla seconda metà degli anni 1970, si registra un inesorabile declino di quella sovietica. L'undicesimo Piano quinquennale approvato nel marzo 1981 dal 25o congresso del Pcus (l'ultimo dell'epoca brezneviana) fissava per gli anni 1981-85 traguardi eccezionalmente modesti, ma quel che è peggio è che in esso veniva indicato l'arresto della crescita della produzione dei prodotti energetici. Pur rimanendo, con 600 milioni di tonnellate metriche, il maggior produttore mondiale di petrolio, il tasso di crescita della produzione non era adeguato ai bisogni dell'economia sovietica e soprattutto rendeva difficoltosa la gestione dei rapporti con i paesi satelliti fino ad allora riforniti abbondantemente e a prezzi di gran lunga più bassi di quelli esistenti sul mercato mondiale. La produzione di petrolio, che già a partire dagli anni 1970 aveva iniziato il suo declino, passando dal 7,8 al 6,8% nel 1975 e al 4,2% nel 1980, toccava ora il suo punto più basso con una previsione di crescita oscillante tra lo 0,6% e l'1,4%. Né le cose vanno meglio per gli altri prodotti energetici. Nella produzione del carbone si passa da un tasso di crescita del 2% ad uno dello 0,4%. Soltanto la produzione di gas metano è prevista ad un tasso di crescita accettabile tra il 6 e 1'8% ma anch'essa è la più bassa del ventennio precedente.
Per poter mantenere livelli produttivi adeguati al proprio fabbisogno e a coprire le esportazioni verso i paesi satelliti a prezzi più bassi di quelli del mercato internazionale, l'Urss avrebbe dovuto avviare lo sfruttamento dei pozzi siberiani per l'apertura dei quali erano necessarie tecnologie molto avanzate in possesso solo dei paesi industrializzati dell'Occidente, cosa che è stata fatta solo in minima parte e in anni successivi. Ad ogni modo, benché nel 1975 l'Urss riesca a imporre ai paesi aderenti al Comecon un adeguamento del prezzo dei prodotti energetici e la loro revisione annuale anziché ogni cinque anni, con un incremento della sua rendita petrolifera di circa il 12%, i rapporti di scambio con i partner del Comecon andranno sempre peggiorando.
L'Urss non potrà mai allineare i prezzi praticati loro a quelli del mercato internazionale anche perché si tratta di paesi in cui la crisi imperversa come un uragano. Alla fine degli anni 1980 tutto ciò costa all'Urss circa 40 miliardi di dollari all'anno senza contare le spese per il mantenimento del patto di Varsavia che i russi coprono per 1'80%.
Inizialmente la perestrojka prevedeva il ritiro dell'armata rossa dall'Afghanistan e la semplice riduzione degli uomini e dei mezzi schierati nei paesi aderenti al patto di Varsavia. Tale riduzione si pensava potesse essere compensata dall'impiego di mezzi più moderni. Alla prova dei fatti però la perestrojka non solo non ha dato i frutti sperati nei tempi preventivati, ma non è neppure decollata e l'economia sovietica anziché avviarsi sulla strada di una profonda ristrutturazione capace di restituirle dinamismo e competitività si è accartocciata su se stessa tanto che oggi rischia il collasso definitivo.
Alla fine del 1989 la Russia di Gorbaciov ha dovuto affrontare il toro per le corna e così a conti fatti si è resa conto che il mantenimento dell'impero non solo non ne favoriva la fuoriuscita dalla crisi, ma, dati i costi, aumentava i rischi di crollo verticale.
La stessa Germania Orientale, pur disponendo dell'apparato produttivo più avanzato dell'intero blocco, accusa scarti di produttività con la Germania occidentale di circa il 40%. In queste condizioni, per l'Urss importare merci dalla Germania come dalla Polonia o dall'Ungheria, in cambio di materie prime e prodotti energetici a basso prezzo, era come rimetterci due volte poiché pagava di più ciò che importava e vendeva a meno ciò che esportava. Situazioni di questo tipo, in genere, vengono sostenute per ragioni di opportunità strategica; ma quando esiste il pericolo imminente di affondare con esse è evidente che liberarsene cercando di trarne il maggior vantaggio possibile o il minor danno è l'unica via di uscita.
Saranno state anche coincidenze, ma certo non sono mancati calcoli di questa natura nella decisione di Gorbaciov di recarsi a Berlino Est, mentre erano in corso manifestazioni di intellettuali e studenti tedesco-orientali contro Honeker, per esprimere il suo disappunto per l'intervento della polizia contro i manifestanti. Né ci pare tanto casuale che le prime brecce nel muro di Berlino siano state aperte su ordine del successore di Honeker, di ritorno da un viaggio di consultazioni con Mosca. Certo è che quella stessa Russia, che in passato non aveva mai esitato a impiegare i carri armati contro qualunque manifestazione di dissenso (anche quando non esistevano concreti rischi di disfacimento del proprio impero), non ha mosso un dito e un soldato per frenare la corsa di Berlino verso Bonn. Anzi, consentendo alla Cecoslovacchia (all'epoca ancora controllata da Husack) di lasciare transitare i profughi tedesco-orientali diretti in Germania Occidentale attraverso l'Austria, ha praticamente sancito la liquidazione della Rdt. Probabilmente mai sapremo se in precedenza erano stati sottoscritti accordi più o meno segreti per eventuali contropartite; ma è evidente che, cedendo la Rdt a Bonn, la Russia ha creato le condizioni più favorevoli perché possa determinarsi uno spostamento dei surplus finanziari tedeschi verso la proprio disastrata economia così come auspicano anche le grandi concentrazioni finanziarie e industriali tedesco-occidentali quali la Deutsche Bank.
Per la Russia, accedere ai mercati finanziari dell'Europa occidentale significa aprirsi la strada verso quelle nuove tecnologie senza le quali ogni ipotesi di ristrutturazione è destinata al fallimento. Come vedremo in seguito, si tratta di una scelta ad alto rischio, ma che, qualora dovesse concretizzarsi, per il semplice fatto che determinerebbe, oltre ai vantaggi economici cui abbiamo accennato, un obbiettivo spostamento della Germania verso Est, compenserebbe ampiamente la perdita di un muro ormai divenuto di burro.
La Germania dell'Est che era stata sin dalla sua nascita una pedina fondamentale dell'imperialismo sovietico, tanto da essere considerata un invalicabile confine nazionale, è divenuta in meno di un decennio un pesante fardello di cui liberarsi e nello stesso tempo una utile pedina di scambio.
La Rdt in liquidazione
Sin dai giorni immediatamente successivi al crollo del muro di Berlino i mass media occidentali hanno presentato la Rdt come un campo di rovine senza alcuna possibilità di salvezza e la Rft il generoso fratello che accorre in suo aiuto incurante dei rischi e dei pericoli.
La Rdt, in realtà, non era una repubblica delle banane. Ci informa le Monde Diplomatique dello scorso aprile che:
Nel 1988 il suo prodotto nazionale lordo era superiore a quello della Spagna e la produzione industriale ne costituiva il 60% circa. Le riserve in divise forti ammontavano a circa 18 miliardi di marchi e, per il numero dei suoi ricercatori nella matematica, nella fisica e nell'ingegneria, il paese non ha nulla da invidiare a tanti paesi del mondo sviluppato.
Ma ciò non è valso a sottrarla alle ferree leggi della logica imperialista che ne determinarono la nascita con gli accordi di Yalta e la sua liquidazione ora che quegli accordi e gli equilibri che ne scaturivano sono miseramente andati in frantumi.
D'altra parte basta leggere gli accordi stipulati nella scorsa primavera fra le due Germanie che hanno reso possibile, a partire dallo scorso 2 luglio, l'unificazione monetaria nei due stati per rendersi conto che si è trattato di una vera e propria acquisizione, di un affare di migliaia di miliardi a danno di milioni di lavoratori. Dal 2 luglio scorso gli stipendi e le pensioni vengono cambiati, nella Rdt, al corso di uno a uno. I risparmi che alla data del 2 luglio risultavano in possesso dei cittadini della Germania dell'Est sono stati cambiati a un corso differenziato. Ai cittadini al di sotto dei 14 anni è stato possibile cambiare al corso di uno a uno una somma non superiore ai 2 mila marchi; a quelli di età compresa fra i 15 e i 59 anni una somma non superiore ai 4 mila marchi e ai cittadini di oltre 60 anni una somma non superiore ai 6 mila marchi. Dal 2 luglio il cambio ufficiale, che prima era di uno a tre, è passato a un marco occidentale contro due orientali. Il piano che ha reso possibile l'unificazione monetaria prevede inoltre, però, letteralmente la distruzione dell'apparato produttivo della Rdt con la conseguente perdita di circa tre milioni di posti di lavoro. Delle imprese industriali è previsto che se ne salvi solo il 10%. Tutta l'industria chimica dovrà essere smantellata perché non conforme alla normativa di difesa ambientale in vigore nella Rft. Smantellate dovranno essere anche le cooperative agricole che pur essendo aziende di buon livello con la loro produzione creano notevoli problemi di eccedenza rispetto ai contingentamenti Cee per contenere le sovrapproduzioni.
L'insieme di queste misure mostra che a fronte di un pur considerevole esborso di capitali da parte della Rft (ufficialmente si parla di 500 miliardi di marchi, ma secondo molti economisti l'intera operazione non costerà meno di mille miliardi di marchi) la Germania raggiunge obbiettivi fondamentali per la sua economia in forte espansione. Acquisisce materie prime a basso costo ed eredita il mercato della Rdt nell'Est europeo e in Russia. Inoltre, poiché unificazione monetaria non significa anche pari livelli salariali, pur avendo fissato un cambio di uno ad uno, i salari nella parte orientale risulteranno per molto tempo di gran lunga inferiori a quelli dell'Ovest; ciò significa che alla lunga anche i salari a Ovest tenderanno a scendere non fosse altro che per la prevedibile concorrenza che si scatenerà fra gli stessi lavoratori a causa dell'alto numero di disoccupati che si avranno in un arco di tempo breve.
Come si vede sono obbiettivi tutti in linea con il trend espansivo della Germania occidentale e tutti rispondenti alle esigenze di una potenza alla ricerca di una collocazione strategica più consona alla propria forza. Più aderente alla realtà non è l'immagine del buon fratello offerta dai mass-media, ma quella, se si vuole stereotipata, del paese grosso che mangia il piccolo.
La nuova potenza
Secondo l'istituto di ricerca economica di Monaco (Ifo) (2), negli anni 1990, la Germania Federale avrà una crescita media del 2,8%, ma se dovesse arrestarsi il flusso di manodopera proveniente dall'Est essa difficilmente supererebbe il 2,5%. Se poi dovesse realizzarsi l'unificazione, non solo la Germania federale non avrebbe più bisogno di importare manodopera, ma si troverebbe a disporre di un serbatoio di manodopera altamente qualificata con livelli salariali pari a quelli spagnoli o portoghesi e il costo medio del lavoro, che oggi è fra i più alti fra i paesi maggiormente industrializzati, scenderebbe ai più bassi livelli.
Per questo solo fatto la Germania diventerebbe leader incontrastata in Europa e terza potenza mondiale dopo Stati Uniti e Giappone. Ma tenuto conto che a unificazione compiuta avremmo uno stato, nel cuore dell'Europa, con 80 milioni di abitanti e un prodotto nazionale lordo di oltre 1300 miliardi di marchi e con la possibilità di collegarsi direttamente al mercato russo, non è difficile ipotizzare che, nel volgere di pochi anni, la Germania potrebbe trovarsi in condizioni di competere direttamente con gli stessi Stati Uniti più e meglio di quanto già oggi non faccia. Né è da trascurare il potenziale militare del nuovo stato poiché, se è vero che Mosca ritirerà o ridurrà la presenza dell'armata rossa nella Rdt, è pur vero che la nuova Germania continuerebbe a disporre di tutte le infrastrutture che hanno fin qui consentito la permanenza di un'armata composta da circa 400 mila uomini armati fino ai denti. La nascita di una simile potenza implicherebbe che essa, giusta la sua precisa collocazione economica e militare, reclamerebbe un suo specifico ruolo nei rapporti fra Est e Ovest sia nei confronti degli Stati Uniti che della Russia.
Le contraddizioni interne
Alla luce di quanto abbiamo appena visto si potrebbe concludere che ormai si è aperta una fase di grande espansione dettata dall'obbiettivo confluire sul medesimo terreno tanto degli interessi dei grandi potentati industriali e finanziari tedeschi quanto di quelli russi. Lo stesso Kohl, nel dare annuncio della conclusione della trattativa con Berlino Est sull'unificazione monetaria, ha parlato di un accordo "che metterà in libertà nuove forze di crescita". Ci pare, però, che si stia vendendo la pelle dell'orso prima di averlo ucciso. Il fatto è che ben presto si dovranno fare i conti innanzitutto con le conseguenze del processo di ristrutturazione della Germania dell'Est che, come abbiamo visto, prevede lo smantellamento della sua struttura produttiva. Tre milioni di disoccupati, su una popolazione di dodici milioni di abitanti, sono tantissimi e soprattutto se si considera l'assenza di forze politiche e sindacali radicate nel tessuto sociale e capaci di canalizzare l'inevitabile malessere sociale che ne scaturirà nell'ambito di una conflittualità agevolmente controllabile.
I partiti che si sono affermati nelle elezioni di marzo hanno ottenuto il successo cavalcando la tigre del nazionalismo e della demagogica promessa di un benessere senza limiti. Basti pensare che il leader della Cdu, il partito che ha vinto le elezioni, ha utilizzato nella campagna elettorale la sigla DM - deutsche mark - per significare che la soluzione di tutti i mali sarebbe venuta dall'unificazione economica delle due Germanie in tempi brevi, di cui era sostenitore. Una simile base di consenso è evidente che può sgretolarsi con la stessa facilità con cui è stata costruita qualora, anziché il benessere, dovesse arrivare un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita.
E, date le premesse che sono alla base della unificazione, le condizioni di vita dei lavoratori della Germania orientale non potranno che peggiorare. D'altra parte anche nella Germania occidentale è facile prevedere ripercussioni sui livelli salariali e occupazionali non trascurabili. A causa dei più bassi salari esistenti nell'altra Germania, le grandi industrie saranno fortemente tentate di indirizzare verso Est i loro investimenti e, comunque, disponendo in casa di manodopera qualificata, ma a più buon mercato, potranno operare una generale riduzione dei salari reali.
Ragione di più per ritenere la sbornia nazionalista, che ha operato fin qui da collante di profondissime contraddizioni, non debba esaurirsi quando la nuda e cruda realtà avrà mostrato chi sono i veri vincitori e qual'è la posta in gioco.
Le contraddizioni internazionali
Sin dalla prima presentazione del piano Kohl, al di là delle frasi di circostanza, gli Stati Uniti, la Francia e l'Inghilterra non hanno nascosto le loro perplessità nei confronti di un evento tanto formalmente auspicato quanto non desiderato. Gli Stati Uniti, in modo particolare, hanno subito posto una serie di condizioni che vanno dalla permanenza della Germania nella Nato, all'impegno di non allargare in maniera eccessiva la base-monetaria. Francia e Inghilterra, a loro volta, hanno posto la questione del rispetto delle frontiere uscite dalla Seconda guerra mondiale e la necessità che il processo di unificazione venisse gestito nell'ambito della Cee e sotto il controllo delle quattro potenze vincitrici. Anche da Est sono venuti avvertimenti e manifestazioni di dissenso. Teme la Polonia per le sue frontiere; temono l'Ungheria e la Cecoslovacchia per la presenza di forti gruppi di popolazione tedesca nel loro territorio e tutte insieme temono colpi mortali per le loro già disastrate economie. Questi paesi benché si siano dati regimi ufficialmente non più dipendenti da Mosca continuano, per ragioni economiche, a orbitare attorno alla Russia dalla quale continuano a importare energia e materie prime.
È cosi forte la loro dipendenza, che quando Gorbaciov ha posto, in sede Comecon, la questione della riforma del sistema dei pagamenti per armonizzare i prezzi a quelli esistenti sul mercato internazionale vi è stata una generale richiesta di moratoria motivata dalla evidente incapacità delle loro economie di reggere la concorrenza dei paesi occidentali.
L'unificazione delle due Germanie significa per loro dover competere anche sul mercato russo con una delle maggiori potenze mondiali con la quasi totale certezza di soccombere. La stessa Russia, che pure ha contribuito non poco a favorire il riavvicinamento delle due Germanie, se da un lato aspira alla intensificazione dei rapporti economici con la Germania, dall'altra avverte che il nuovo stato tedesco potrebbe alla lunga soppiantarla soprattutto se la perestrojka dovesse tardare ancora a decollare o tradisse le aspettative.
Timori, dunque, da una parte e dall'altra che, seppure diversamente motivati, operano come controtendenza al processo appena avviato. D'altra parte sono tali e tanti i rischi che è impensabile un processo dallo svolgimento lineare che possa conciliare interessi tanto divergenti fra loro. Sia che la Russia riesca a superare la sua crisi, sia che crolli, gli Stati Uniti hanno molto da perdere. Nel primo caso potrebbero ritrovarsi a doversi misurare con un nuovo sistema di alleanze in Europa che abbia nell'asse Berlino-Mosca il centro propulsore. Nel secondo caso, con una potenza in forte ascesa e potenzialmente in grado di inglobare il blocco imperialista russo in disfacimento.
Se si considera che gli Usa hanno problemi non indifferenti anche con il Giappone ci si rende facilmente conto di quanto forti possano essere le spinte al congelamento della situazione attuale e comunque di quanto superficiali e mistificanti siano tutti quei tentativi di presentare la fase storica che si è aperta come una fase di dolce navigazione verso la pace e il benessere economico generalizzato. In realtà chi ha visto nella crisi dei paesi dell'Est il fallimento del socialismo e la conferma storica del definitivo trionfo del capitalismo deve ora fare i conti con un mondo in cui tutto si è rimesso a correre vertiginosamente e dove non c'è più nulla di scontato e certo.
A Est non si è mai costruito socialismo ma capitalismo di stato e pertanto la crisi che dilaga, lungi dall'essere risolta, non potrà, in un tempo più o meno lungo, che dar luogo alla accentuazione di tutte le contraddizioni della società capitalista da cui si genera la concorrenza e la tendenza allo scontro interborghese. A ben riflettere i problemi connessi alla unificazione della Germania, evidenziando una situazione così contraddittoria e dal futuro così incerto, costituiscono la migliore prova che ad essersi confrontati per anni sono stati due sistemi economico-sociali sostanzialmente equivalenti tant'è che anche la crisi verticale di uno dei due apre la strada alla soluzione dei conflitti, ma li ripropone in maniera più complessa e drammatica sia sul piano sociale che sul terreno del confronto internazionale.
(1) Per i dati cfr. AGEFI, lo dicembre e Da Yalta alla Perestrojka - G. Mammarella - Ed. Laterza.
(2) Mondo Economico 3 marzo 1990.
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- 1925: Comitato d'Intesa
- 1926: General strike in Britain
- 1926: Lyons Congress of PCd’I
- 1927: Vienna revolt
- 1928: First five-year plan
- 1928: Left Fraction of the PCd'I
- 1929: Great Depression
- 1950s
- 1970s
- 1969-80: Anni di piombo in Italy
- 1971: End of the Bretton Woods System
- 1971: Microprocessor
- 1973: Pinochet's military junta in Chile
- 1975: Toyotism (just-in-time)
- 1977-81: International Conferences Convoked by PCInt
- 1977: '77 movement
- 1978: Economic Reforms in China
- 1978: Islamic Revolution in Iran
- 1978: South Lebanon conflict
- 2010s
- 2010: Greek debt crisis
- 2011: War in Libya
- 2011: Indignados and Occupy movements
- 2011: Sovereign debt crisis
- 2011: Tsunami and Nuclear Disaster in Japan
- 2011: Uprising in Maghreb
- 2014: Euromaidan
- 2016: Brexit Referendum
- 2017: Catalan Referendum
- 2019: Maquiladoras Struggle
- 2010: Student Protests in UK and Italy
- 2011: War in Syria
- 2013: Black Lives Matter Movement
- 2014: Military Intervention Against ISIS
- 2015: Refugee Crisis
- 2018: Haft Tappeh Struggle
- 2018: Climate Movement
Persone
- Amadeo Bordiga
- Anton Pannekoek
- Antonio Gramsci
- Arrigo Cervetto
- Bruno Fortichiari
- Bruno Maffi
- Celso Beltrami
- Davide Casartelli
- Errico Malatesta
- Fabio Damen
- Fausto Atti
- Franco Migliaccio
- Franz Mehring
- Friedrich Engels
- Giorgio Paolucci
- Guido Torricelli
- Heinz Langerhans
- Helmut Wagner
- Henryk Grossmann
- Karl Korsch
- Karl Liebknecht
- Karl Marx
- Leon Trotsky
- Lorenzo Procopio
- Mario Acquaviva
- Mauro jr. Stefanini
- Michail Bakunin
- Onorato Damen
- Ottorino Perrone (Vercesi)
- Paul Mattick
- Rosa Luxemburg
- Vladimir Lenin
Politica
- Anarchism
- Anti-Americanism
- Anti-Globalization Movement
- Antifascism and United Front
- Antiracism
- Armed Struggle
- Autonomism and Workerism
- Base Unionism
- Bordigism
- Communist Left Inspired
- Cooperativism and Autogestion
- DeLeonism
- Environmentalism
- Fascism
- Feminism
- German-Dutch Communist Left
- Gramscism
- ICC and French Communist Left
- Islamism
- Italian Communist Left
- Leninism
- Liberism
- Luxemburgism
- Maoism
- Marxism
- National Liberation Movements
- Nationalism
- No War But The Class War
- PCInt-ICT
- Pacifism
- Parliamentary Center-Right
- Parliamentary Left and Reformism
- Peasant movement
- Revolutionary Unionism
- Russian Communist Left
- Situationism
- Stalinism
- Statism and Keynesism
- Student Movement
- Titoism
- Trotskyism
- Unionism
Regioni
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