Sugli scontri di piazza del 15 ottobre: violenza, non-violenza, lotta di classe

Il 15 ottobre ha rappresentato la prima manifestazione globale (estesa su circa 90 Paesi) contro gli effetti della crisi.

Le manifestazioni si sono caratterizzate ovunque per un carattere pacifista ed interclassista. Due caratteristiche che, in generale, rappresentano i grossi limiti di questo “movimento”. Il pacifismo è per noi un limite non perchè i cortei - in generale le manifestazioni di lotta e protesta - debbano esprimere violenza cieca, ma perchè la “non violenza” è un'ideologia che esclude a priori reali forme di contrapposizione di classe che possono a volte assumere anche forme “violente”, in particolare come reazione alla repressione borghese, così come ovviamente porta ad escludere la stessa azione rivoluzionaria. Interclassismo significa non riconoscere la divisione in classi della società, negare di fatto il meccanismo di funzionamento del capitalismo - basato sulla sfruttamento del proletariato da parte della classe borghese - non riconoscere la centralità del proletariato, senza il protagonismo del quale non ci sarà mai una reale conflittualità sociale né tanto meno un processo di trasformazione della società.

Musica, tamburi, meditazioni collettive, festa ecc., oltre alla caratterizzazione non violenta, interclassista ed alle parole d'ordine neoriformiste (non paghiamo il debito, democrazia reale ecc.), ci confermano che il pallino del movimento di indignazione è nelle mani di componenti ideologicamente umaniste-piccolo borghesi; il proletariato è qui presente in maniera frammentata e dispersa, non esprime la propria identità sociale né tanto meno una propria identità politica.

Il fatto che l'opposizione alla crisi si manifesti attraverso accampate di piazza, cortei caratterizzati dall'ideologia non violenta e pacifista, in due parole piccolo borghesi, va di pari passo con la scarsa presenza di lotte nei luoghi di lavoro e nel territorio. Ci si sta muovendo su un terreno ideologico, quando il problema è come contrastare concretamente gli attacchi sferrati dal capitale.

In ogni caso la riuscita - in termini numerici - delle manifestazioni, ed in particolare di quella italiana, è un evidente segnale di come la crisi stia erodendo le condizioni di vita e di lavoro di masse proletarie, e non, sempre più estese. Una rabbia sociale che si è espressa anche a Roma, ma sotto forme che non andranno ad intaccare minimamente il dominio economico e politico della borghesia. Indignati e cosiddetti “anarco-insurrezionalisti” sono state a Roma due diverse valvole di sfogo di questa rabbia, ma nessuna delle due conduce al reale conflitto sociale, che deve esprimersi innanzitutto sul luogo di lavoro. Il conflitto sui posti di lavoro, in generale la contrapposizione padroni-lavoratori, è il reale termometro dello scontro sociale, uno scontro che poi inevitabilmente si riversa anche nelle piazze, nelle strade. Questo è quello che, per esempio, è successo in Grecia, dove il conflitto lavoro-capitale si combatte anche sul posto di lavoro, con scioperi che spesso hanno assunto forme selvagge e incontrollate, dove quindi la “violenza di piazza” ha assunto un significato sociale molto differente da quella portata avanti a Roma. In Italia questo termometro segna ancora una temperatura molto bassa e gli episodi di Roma non sono ancora un'espressione diretta della conflittualità sul posto di lavoro.

Gli episodi di violenza avvenuti a Roma hanno visto la compresenza di fattori distinti, inclusi:

  • La sempre possibile presenza di provocazioni, provenienti da ambienti istituzionali o ad essi contigui, quali, per esempio, elementi ultrà neofascisti che potrebbero essersi infiltrati nel corteo per favorire un disegno - gli anni '70 e Cossiga insegnano - di disgregazione della manifestazione, fornendo argomenti all'intervento violento delle forze dell'ordine. Queste ultime, non hanno esitato a caricare con le camionette e gli idranti i manifestanti, ma, ancor prima, a spezzare il corteo con gli assalti contro spezzoni dello stesso, attuando così una azione repressiva più violenta e generalizzata verso le realtà organizzate che portavano avanti le azioni di guerriglia e i giovani che a questi si sono affiancati man mano; azione repressiva che è continuata anche il giorno successivo.
  • C'era poi la presenza di elementi definiti dalla disinformazione dei media borghesi “anarco-insurrezionalisti”, i quali si caratterizzano per il progetto insurrezionale, per azioni contro i simboli del potere borghese (banche, agenzie di lavoro interinale, forze dell'ordine ecc). Evidentemente questa ideologia vorrebbe rendersi interprete della rabbia e del disagio vissuto in ampi settori di popolazione, in particolare proletaria, incanalandoli verso pratiche estreme (propaganda del fatto e progetto di generalizzazione della rivolta come proposta politica). Ovviamente, manca di una progettualità rivoluzionaria, di una visione classista, nega la centralità del conflitto (lotta di classe) sui luoghi di lavoro e sul territorio attraverso la crescita dell'organizzazione proletaria; per questo, sebbene potrebbero essere generalmente condivisibili i motivi che la muovono, nei fatti la prassi legata a questa ideologia non è una prospettiva praticabile né utile alla classe proletaria.
  • Infine, un numero piuttosto esteso di partecipanti al corteo, in larga parte proletari, che hanno reagito spontaneamente e con una giusta carica di rabbia all'arroganza delle forze dell'ordine borghese che caricavano i manifestanti.

Insomma, è un quadro complesso che va letto nella sua complessità, evitando di cadere in uno schematismo tipo bianco o nero.

Con tutta probabilità sempre più i cortei si troveranno a dover affrontare dinamiche simili. La crisi porta tagli ai salari e a ciò che rimane dello "stato sociale", licenziamenti, precarietà ancor più massiccia, etc. Questo genera una crescente frustrazione tra i settori colpiti, in particolare tra i giovani proletari che non hanno un lavoro e, quando ce l'hanno, sono sottoposti al ricatto della precarietà, che impedisce loro di partecipare anche agli innocui (per la borghesia) scioperi sindacali. I cortei sono una delle espressioni di questa frustrazione. Quello che abbiamo visto a Roma e nel 2001 a Genova è lo schema attraverso il quale la borghesia si preoccupa di gestire situazioni di malcontento potenzialmente esplosive (l'accampata finale di migliaia di persone, se ci fosse stata, avrebbe rappresentato un fattore innovativo e, mettendo in pratica una critica fattiva ai tradizionali meccanismi di gestione della piazza, dunque di rottura).

L'ideologia dominante si è fondamentalmente divisa in tre letture differenti di quanto accaduto:

  1. La destra becera che dice "non ci sono differenze tra i manifestanti, sono tutti criminali, vanno arrestati tutti, ci vogliono leggi speciali"; con poca sorpresa, Di Pietro ha scavalcato a destra queste posizioni, rispolverando la funesta legge Reale.
  2. La destra liberale (Draghi), la sinistra liberale e parte della sinistra riformista, le quali affermano che la manifestazione era pacifica e festosa, positiva, i violenti "incappucciati" hanno rovinato la festa (come se ci fosse qualcosa da festeggiare!). Questa visione pone già le basi per la solidarietà tra manifestanti buoni e forze dell'ordine e, quindi, per la preparazione di un consenso di massa alla repressione di domani: se fai la sfilata festosa e pacifica ok la polizia è con te, se esprimi contenuti radicali, metti in atto pratiche non innocue (occupazioni, blocchi, scioperi selvaggi ecc.) esprimendo la tua rabbia sei un cattivo e vai represso.
  3. Il radical riformismo istituzionale (editoriale di Valentino Parlato e articolo di Loris Campetti sul manifesto di domenica) che sostiene che in questa situazione socio-economica gli scontri "era inevitabile che ci fossero" e riconduce questa espressione di rabbia al progetto di "un rinnovamento della politica”. Per loro "è una sfida positiva agli attuali partiti di sinistra a uscire dal passato e prendere atto di quel che nel mondo è cambiato" e quindi "ci dovranno essere cambiamenti anche nelle lotte sul lavoro e nel sindacato, e nella politica economica".

In queste visioni è naturalmente assente il punto di vista del proletariato che si può riassumere in tre istanze:

  1. la necessità di sviluppare la resistenza agli attacchi del capitale fuori e contro le logiche sindacali a partire dall'autorganizzazione delle lotte nei territori e nei luoghi di lavoro;
  2. la necessità che i settori proletari dei cortei siano in grado di garantire una propria autodifesa rispetto alle forze dell'ordine e gli infiltrati, differenziandosi da chi porta avanti un progetto politico alquanto confuso da punto di vista di classe, perciò non condivisibile (seppure comprensibile nelle motivazioni), ma senza scadere nell'errore strategico di confondere la violenza borghese (che si esercita nei cortei, ma in maniera ancora più vasta nella nostra vita quotidiana) con la rabbia di chi sviluppa un progetto politico sbagliato e fallimentare;
  3. l'assoluto bisogno di dare forza e sostanza ad una direzione rivoluzionaria che sappia incanalare la più che legittima rabbia sociale nei corretti binari di una coerente lotta anticapitalistica.

Infine, lo Stato di fatto esce dal corteo di Roma abbondantemente vincitore. Non solo ha mostrato una grossa capacità nel pilotare la piazza a proprio piacimento, ma porta a casa risultati di non poco conto. Innanzitutto - ed è una dato da non sottovalutare - in questo modo è fallito il progetto degli indignados di accamparsi a Piazza San Giovanni. Il movimento degli indignados ha enormi limiti, ma almeno - se pur in modo molto confuso - porta avanti una critica a Partiti e Sindacati. Un accampamento di un movimento limitato, ma che vuole essere realmente “apartitico”, che in alcuni casi mette in discussione anche le stesse istituzioni, non avrebbe di certo fatto piacere allo Stato. Basta ricordare quello che è successo in Spagna, dove gli indignados - e lì non c'erano i black bloc - sono stati cacciati dalla piazza con la violenza.

Riteniamo inoltre doveroso condannare le pratiche di tutti coloro che, dal 15 stesso in poi, prima in piazza, aggredendo chi si difendeva dalle cariche della polizia, poi attraverso i media, ha dato vita ad una fitta rete di dichiarazioni e denunce nei confronti di chiunque venisse giudicato un teppista. Non si tratta qui di mettere in discussione l’inutilità della violenza cieca laddove non ha un senso e uno scopo anticapitalista, come abbiamo spiegato nel nostro documento, ma si tratta di ricordare che lo Stato, in quanto strumento di conservazione degli interessi della borghesia, assolve già egregiamente il ruolo di repressore, e che dunque la polizia di uno Stato, soprattutto in un periodo di crisi profonda come quello attuale, non può essere pacifica. Agli aspiranti delatori consigliamo allora di lasciare fare agli apparati dello stato lo sporco lavoro o, coerentemente, di arruolarsi in polizia per espletare fino il fondo il ruolo di zelante difensore del sistema di sfruttamento e oppressione chiamato capitale.

2011-10-18

Comments

Estremamente contrario allo spirito di questo articolo, probabilmente redatto o fortemente influenzato da qualcuno della "Commissione Lavoro" di Roma.

Molto, troppo semplicistico. Gli utenti del forum hanno saputo fare un'analisi di ben altro livello, in particolare nonick.

Faccio notare come il resto del corteo, deviato al circo massimo, avrebbe potuto comunque fare la sua accampata. Faccio notare come ci sia già stata questa opportunità anche in italia e sia finita nell'indifferenza collettiva.

Faccio notare come la lotta di classe non sia frutto di prescrizioni dogmatiche. Lo Stato non ha vinto per niente a Roma, anzi. Se non avessero spezzato il corteo, avrebbero dovuto mandare l'esercito (che che ne dicano di caschi e mazzi, io di gente con i caschi al braccio ne ho visto migliaia e migliaia, anche a cortei pacifici come "uniti per l'alternativa").

Le assemblee di piazza sono preziose, ma non solo rivoluzionarie di per se. E l'affermazione che lo Stato le tema, fa ridere: in maggio scorso ci hanno lasciato fare tranquillamente, senza reali interferenze. Tanto eravamo in un centinaio al massimo (a Bologna, poi...) che a fatica riuscivamo a tirar fuori qualcosa di serio persino da un workshop dedicato all'economia.

In san giovanni si è espressa semplice e pura resistenza, voglia di combattere contro lo Stato. Se si cercano entusiasmanti contenuti teorico-politici, se ne rimane delusi; il 15 è andata così, rabbia, resistenza, rivolta. Ha preso quella forma perché lo Stato ha mostrato la sua faccia più stupida e repressiva. Ma ciò non significa che quella sarà sempre l'unica forma di lotta del movimento, anche perché è stupido prescrivere un unica forma "naturale" di lotta di classe, come fa questo articolo. Dai luoghi di lavoro, dice: certo, e chi un lavoro non ce l'ha? Non lotta? NOn è un proletario? Senza tenere conto che è proprio chi ha un lavoro che in momenti come questo risulta essere la parte più debole e meno combattiva. Senza tenere conto che una tale concezione di lotta è ugualmente idealistica: il mito dei lavoratori che, ad un certo punto, prendono coscienza del fatto che sono un classe, ecc, e quindi ribaltano tutto.

Io, personalmente, ritengo più materialistico pensare che una società cade (e con essa la sua forma di potere politico) quando essa perde il potere (i mezzi) per continuare a dominare. Ed è proprio ciò che sta avvenendo oggi, come vediamo nella forma della crisi del debito sovrano (che altro non è se non espressione della crisi dell'economia capitalistica). Lo Stato è strumento DOMINANTE: la sua sconfitta non dipende dalla nostra coscienza, ma dal suo declino contemporaneo alla nostra forza. Se lo Stato è forte perché l'economia è forte (quindi può permettersi alte tasse o alto debito per finanziare il suo apparato repressivo), non c'è coscienza nei luoghi di lavoro che possa fare alcunché. Abbiamo avuto nientemeno che periodi come il biennio rosso che, con tutti i suoi limiti, comunque non si può dire fossero di tipo interclassista. Ma con un sistema di stati comunque forte, è stato schiacciato con il fascismo.

Qui mi riallaccio a Lenin, sperando di interpretarlo correttamente: le possibilità oggettive per una rivoluzione sono 1) condizioni di vita miserabili delle masse; 2) non possibilità per lo Stato di continuare a garantire tali condizioni di vita (quindi, non possibilità di costringere ancora queste masse alla miseria).

Nessuno sciopero, sampietrino o altro sarà in grado di far mollare il potere a una borghesia con eserciti, aviazioni e armi nucleari. Solo un declino di tutti gli stati (declino dell'economia capitalistica) contemporanea alla sollevazione dei popoli.

Ciao Anonimo. Il documento è stato redatto da Battaglia Comunista, in particolare ha sintetizzato le opinioni dei militanti di BC che sono stati a Roma il 15. È fisicamente impossibile che sia stato influenzato dalla “Commissione lavoro” di Roma. Alcuni lavoratori della “Commissione” sono stati con noi in piazza ma la “Commissione”, ti ricordo, non è uno strumento di Battaglia Comunista, è per Battaglia “semplicemente” un interessante ambito di intervento; noi di Battaglia siamo poco influenzabili, abbiamo la capa tosta :-)) Ovviamente il documento è criticabile, e cerco di rispondere con il mio pensiero alle tue critiche, molto stimolanti inoltre. Io credo che questo documento sia ottimo, non si ferma – come hanno fatto molti – ad una critica basata sulla forma (“violenza o non violenza”?, “buoni” o “cattivi”?, “duri” o “sciocchi”?) ma porta avanti una critica sui contenuti espressi in piazza, sia per quanto riguarda l’ala diciamo “pacifista” (indignati) sia per quanto riguarda l’area dei “duri”. Non critichiamo l'"azione dura" in sè, critichiamo i contenuti che ci sono dietro queste due diverse impostazioni. Predniamo inoltre atto che questa "azione dura" è stata promossa da un area politica ma che è stata anche momento di espressione di rabbia giovanile (giovani di estrazione proletaria o provenienti da ceto medio). Così come non critichiamola voglia di “non violenza” in sé ma critichiamo l’impostazione politica pacifista che – piena dell’ideologia borghese – porta ad associare reale scontro di classe con “violenza” e di conseguenza ad escludere ogni possibile forma di una vera contrapposizione sociale.

1)Dopo quello che è successo tu credi che gli “indignati” si sarebbero tranquillamente potuti accampare? Io credo proprio di No. Pensa che si parla di vietare anche il corteo della CGIL-FIOM di questa settimana a Roma…

2)Dici: “Se non avessero spezzato il corteo…”. Appunto ma lo hanno fatto!!!! Questa è per lo Stato una vittoria. Lo Stato ha vinto perché ha portato a pieno compimento il proprio “dovere”… ma non mi dilungo, tutto è spiegato nell’articolo.

3)Scrivi: “Le assemblee di piazza sono preziose, ma non solo rivoluzionarie di per se.”. Condivido al 100 per 100.

4)Scrivi: “Le assemblee di piazza sono preziose, ma non solo rivoluzionarie di per se. E l’affermazione che lo Stato le tema, fa ridere”. Come ti spieghi allora il comportamento della Polizia spagnola? Ti ricordo che in Spagna il “movimento” era arretrato almeno quanto quello italiano e stavano facendo semplici assemblee di Piazza. Lo “Stato” non gradisce iniziative fuori dai binari istituzionali, che mettono – se pur in modo molto vago e con contenuti moto molto limitati come quelli idealisti degli indignati– il discussione Partiti e sindacati e magari anche le stesse Istituzioni.

5)“In san giovanni si è espressa semplice e pura resistenza, voglia di combattere contro lo Stato.”. Vero ma con quali contenuti? C’è chi è arrivato a Roma organizzato per gli scontri, perché vede negli scontri il modo di alzare il livello dello scontro sociale. Questa è una posizione che non condivido e che critico, così come viene fatto anche nell’articolo. C’è chi, proletario e non, ha espresso la propria rabbia partecipando anche a atti “violenti”, questo è dato di fatto.

6)“Se si cercano entusiasmanti contenuti teorico-politici, se ne rimane delusi; il 15 è andata così, rabbia, resistenza, rivolta. Ha preso quella forma perché lo Stato ha mostrato la sua faccia più stupida e repressiva. Ma ciò non significa che quella sarà sempre l’unica forma di lotta del movimento, anche perché è stupido prescrivere un unica forma “naturale” di lotta di classe, come fa questo articolo.” Dove viene scritto?

7)“Dai luoghi di lavoro, dice: certo, e chi un lavoro non ce l’ha? Non lotta? Non è un proletario? Senza tenere conto che è proprio chi ha un lavoro che in momenti come questo risulta essere la parte più debole e meno combattiva. Senza tenere conto che una tale concezione di lotta è ugualmente idealistica: il mito dei lavoratori che, ad un certo punto, prendono coscienza del fatto che sono un classe, ecc, e quindi ribaltano tutto.” Chi non lavoro deve sostenere le lotte di altri lavoratori!!! Del padre, del fratello, di tutti i lavoratori. Questa è l’indicazione politica che mi sento di dare. Poi la rabbia può riversarsi anche per strada ma il problema, come ti dicevo, sono i contenuti! L’area politica che ha organizzato la guerriglia non vede la centralità dello scontro sul posto di lavoro, non vede che questo è il reale modo per lazare lo scontro sociale, è un area autoreferenziale che non ha come referente la classe proletaria ma se stessa. Crede che essa stessa, come area politica, può rappresentare lo scontro sociale, cercando a attrarre a se anche i proletari. Molti giovani incazzati – anche fuori da questa area – hanno partecipato agli scontri. Preso atto di questo noi comunisti non facciamo un discorso di “violenza e non violenza” ma un discorso di contenuti non diciamo a questi “non si fa”, “viva la non violenza”. Prendiamo atto ella rabbia proletaria e giovanile e diciamo che questa rabbia va riversata sul posto di lavoro, che è quello il luogo centrale dello scontro, che non potrà essere semplicemente lo scontro con la Polizia, con l’apparato, con le vetrine delle banche ad innalzare il livello della lotta sociale.

8)Dici: “Io, personalmente, ritengo più materialistico pensare che una società cade (e con essa la sua forma di potere politico) quando essa perde il potere (i mezzi) per continuare a dominare.” Questo è il punto. La società cade non perché cade lo Stato. La società capitalistica cade se ci sarà un progetto alternativo a questa, portato avanti dall’azione rivoluzionaria della classe proletaria; essenziale per questo è un Partito rivoluzionario che si ponga come riferimento e guida politica. La caduto dello Stato è una condizione necessaria ma non sufficiente per la caduta del capitalismo. Lo Stato borghese deve cadere ma al posto di questo deve esserci la dittatura del proletariato per imporre la trasformazione economica della società. L’area politica che ha promosso le iniziative “violenti” (uso ovviamente le virgolette…) porta avanti un progetto di indebolimento dello Stato, ma – supponiamo – caduto questo cosa ci mettiamo? Non è attraverso l’indebolimento dello Stato in se che cade la società – ed è questo che pensa l’area politica di cui sopra… - lo stato è l’espressione politica e burocratica della Borghesia, esso risulta realmente indebolito se risulterà indebolita la Borghesia, questo indebolimento lo si ottiene solo con la ripresa della lotta di classe, proletari contri i lavoratori, classe proletaria (lavoratrice o meno!!! Non ci fermiamo al singolo è una questione di classe!!!) contro classe borghese, se manca lo scontro sul posto di lavoro manca un reale scontro tra classi.

9)Scrivi: “Qui mi riallaccio a Lenin, sperando di interpretarlo correttamente: le possibilità oggettive per una rivoluzione sono 1) condizioni di vita miserabili delle masse; 2) non possibilità per lo Stato di continuare a garantire tali condizioni di vita (quindi, non possibilità di costringere ancora queste masse alla miseria).” NO, secondo me lo interpeti in modo non corretto. Manca il soggetto della rivoluzione! Il proletariato. Le condizioni miserabili – e le difficoltà dello Stato - non significano automaticamente rivoluzione. Prendiamo il ’17 in Russia. C’erano le condizioni miserabili, c’era la difficoltà dello Stato ma c’era anche un Partito Comunista rivoluzionario capace di trasformare contadini e proletari in soggetto rivoluzionario. Senza questo soggetto e senza Partito non ci sarebbe stata rivoluzione. Quelle che tu riporti son le condizioni necessarie oggettive, ci vogliono poi anche quelle soggettive, la classe capace di fare la rivoluzione., il partito che deve lavorare affinché la classe acquisti tale capacità di azione rivoluzionaria. La storia è piena di condizioni miserabili e stati deboli ma meno piena di rivoluzioni…

Ciao Anonimo,

ci tengo a dire due cose, in qualità di militante di BC e della Commissione Lavoro. Infatti, quando siamo arrivati a Piramide alla fine della giornata, abbiamo sviluppato una assemblea spontanea e ci siamo diretti proprio all'accampamento degli Indignati a Santa Croce in Gerusalemme. C'è stato un accampamento, seppure molto piccolo. Non era quindi impossibile accamparsi. Quel che è stato sicuramente impossibile era accamparsi tutti... cioé tutte quelle migliaia di persone che erano venute in piazza. La polizia non lo avrebbe permesso, e avremmo avuto sicuramente problemi grossi a rimanere.. come credo che presto ne avranno anche quelli che ancora sono all'accampamento (qualche decina di persone)!

Per il resto mi associo alle considerazioni precise e giuste di Nun.

p.s.: è tanto difficile firmarsi, anche con un po' di fantasia, così risulta più facile l'appellarsi!?

@nun. Grazie della precisazione su BC e la Commissione Lavoro. La mia non era un accusa, ma una solo un "sospetto".

Vorrei precisare un punto, in risposta alla tua introduzione sulle analisi non banali di BC su "buoni" e "cattivi": io non ho dato esplicitamente merito a BC per questo non perché non l'abbia capito, ma solo perché conosco BC e do per scontato un certo livello di analisi politica. Mi spiego: sono in disaccordo con parecchie vostre posizioni e metodi, ma non ho alcun minimo dubbio sulla vostra appartenenza al fronte proletario e al futuro Partito Comunista; certe cose io le do' per scontate, altrimenti non avrei perso tempo. E' un po' come quando si rimprovera il primo della classe per non aver preso 9 o 10, ma "solo" 7 o 8.

1) Io credo di si, invece. La maggior parte del corteo gli scontri li ha visti solo in tv, non ne è stato minimamente coinvolto: né fisicamente né psicologicamente. Non vedo quale fosse il problema; non mi pare neanche che la questura abbia posto particolari diktat. La storia della FIOM e dei cortei negati per un mese è un pretesto adottato DOPO aver constatato l'entità straordinaria dei danni e della guerriglia. Oltretutto lo Stato è tutto impegnato a prodigarsi per elogiare gli accampatori e gli "indignados": per quanto dementi penso che siano i responsabili dell'ordine pubblico romano, persino uno come Maroni avrebbe consigliato di non reprimere gli accampati pacifici, per di più lontano da San Giovanni. Si sarebbe sputtanata ogni immagine legalista dello Stato.

2) Eheh, ma NESSUNO era davvero convinto che avremmo tenuto quella piazza in eterno! Ma ti pare che avremmo potuto combattere a lungo contro esercito e decine di migliaia di poliziotti? Non si parla di vittoria assoluta, e nemmeno di vittoria. Ma dire che lo Stato ha vinto il 15 significa sostenere che tutto è andato secondo i loro piani: il che è palesemente ridicolo.

4) Lo Stato spagnolo è stato relativamente soft con le assemblee (tenendo conto della dimensione e della loro forza, immensamente più grande di quella che realisticamente avrebbe potuto mostrare Roma il 15), cosi come lo Stato greco. Gli Stati hanno mostrato di saper fare ben altro, per molto meno. E' vero che lo Stato non gradisce cose al di fuori dei suoi binari, però è anche vero e realistico che le sue risposte sono diverse a seconda dei tempi e dei contesti. Certamente lo Stato non gradisce nemmeno gruppi come BC, e certamente è in grado di perseguitarli, ma il grado di repressione varia sulla base della forza rivoluzionaria effettiva di un soggetto.

5) Io penso che tu stia valutando le cose in modo molto scorretto. E' ora di dire le cose come stanno: a Roma CHIUNQUE (a parte vecchi rincoglioniti della FIOM e dello SPI) si aspettava un qualche scontro forte. Decine e decine di migliaia di persone avevano una qualche forma di protezione, tipicamente un casco. Lo scontro era nell'aria e, io credo, un po' tutti lo volevano. Nessuno ha organizzato piazza san giovanni: nessuno. Ed è strano che tutti quelli che là ci stavano ora abbiano tutti la stessa opinione a riguardo; vorrà dire qualcosa. La situazione del 15 era una situazione pasticciata, altamente instabile: per dirla in altri termini, era combattimento senza tattica né strategia e necessariamente non vincente. il 15 ottobre è un qualcosa difficile da capire perché è stato molto emozionale, più che politico. Nessun libro marxista citerà il 15 ottobre come Marx ha fatto con la Comune di Parigi; ma resterà nel cuore di tutto colore che erano in quella piazza.

6) Mi è parso di comprendere una visione a senso unico della lotta senza tener conto che la lotta è un qualcosa che si costruisce nel corso reale degli eventi, non si attua.

7) lo abbiamo sempre, sempre fatto. Nei cortei studenteschi non abbiamo mai lesinato solidarietà e condivisione delle lotte dei lavoratori, con tutti i limiti di tutti. Semmai è spesso avvenuto il contrario: chi ha un lavoro, soprattutto se discreto, non lotta per i figli. E questo, aggiungo io, è abbastanza normale, anche se parlando a livello di classe, immorale. Che ci piaccia o meno lotta chi è spinto a lottare, non chi viene convinto della giustezza o no di una causa. io non credo affatto che chi abbia partecipato agli scontri abbia creduto che l'unico problema sia lo stato o la polizia; l'internazionalismo è ormai trionfante ovunque e il nemico è chiaramente l'economia. Semmai i dubbi da dissipare sono le convinzioni di chi crede che esista un capitalismo del benessere contrapposto al capitalismo (finanziario). Ma, in realtà, io tutta sta "politica del riot" non la vedo.

8) ci sono certamente aree politica di tipo autonomista/anarchico che portano avanti lotte di questo genere; il 15 ottobre certamente erano presenti ed erano importanti. non mi nascondo su questo. La critica della loro concezione utopistica della storia fa parte del nostro lavoro di marxisti; nessun passo indietro. ma dobbiamo prendere atto del fatto che è comprensibile e normale che in tempi di grande sconvolgimento e confusione, nella fase iniziale della lotta di classe dura prendano un certo piede queste concezioni "facili". I comunisti sono ancora una forza "fantasma", devono rafforzarsi per primi loro stessi. Per questo l'istituzione del Partito Comunista è urgente e all'ordine del giorno: lancio un sasso nello stagno, ma io sono per la creazione SUBITO di questo partito, composto da tutte le forze e i gruppi comunisti del mondo che condividono la piattaforma dell'instaurazione del comunismo. Un partito dove le visioni su questioni particolari restano e si confrontano e dove non esiste alcuna espulsione per frazionismofobia, ma dove si agisce in maniera unitaria non appena la lotta verte su quei punti fondamentali. Solo in questo modo il marxismo può contrapporsi all'anarchismo.

9) Io parlavo della POSSIBILITA' oggettiva della rivoluzione, delle sue condizioni oggettive senza le quali nessuno è in grado di abbattere il sistema. Il soggetto rivoluzionario è un altra cosa. so bene che le condizioni miserabili non implicano la rivoluzione: infatti sostengo anche che il potere dominante deve essere anche sufficientemente debole e impossibilitato nel perpetrare il suo dominio. E la storia non è tanto piena di condizioni miserabili e forme di potere deboli: non appena Roma prestò il fianco e non riuscì più a gestire il suo impero (a causa dell'inefficienza dell'economia schiavista), crollò attaccata dalla ormai potente e autosufficiente signoria rurale sparsa nell'impero. Idem per la classe feudale, non appena la nascente borghesia fu ormai padrona di una forza militare (le masse e gli eserciti di massa) più forte di quella aristocratica.

@Karim: grazie delle notizie sull'accampamento. Tuttavia è impossibile non notare (e la massa io credo lo noti) la debolezza di quel movimento. Un Soviet che deve chiedere il permesso alla polizia per costituirsi è palesemente un controsenso e indice che c'è qualcosa di fuori posto.

Non pensavo che la non firma fosse un qualcosa di così manchevole. comunque, su internet, sono rpk. Fantasioso ma non troppo.

Ciao

PS: ma anche Daniele, come questo computer ha automaticamente provveduto a inserire. :)

Chiare le tue critiche Daniele. Su molte questioni ci basiamo sulle ipotesi: quali erano le intenzioni dello Stato italiano o spagnolo? Alla luce di queste quindi possiamo ritenere che lo Stato abbia “vinto” o “perso”? Il documento fa delle ipotesi, secondo me plausibili e arriva ad una conclusione. Tu fai delle altre e arrivi ad altre conclusioni. Il tempo e l’esperienza ulteriore ci aiuterà ma il punto sulla manifestazione di Roma non è questo. A Roma è andata di scena – oltre alla solita sfilata istituzionale e sindacale che non è mancata – l’incazzatura e l’insoddisfazione proletaria. Questa rabbia è andata ad incanalarsi dentro due binari –escludendo quello istituzionale solito – politici presenti: il pacifismo degli indignati, la guerriglia organizzata di autonomi/anarchici alla quale si sono uniti anche giovani non autonomi-anarchici. Quale è il lavoro che noi comunisti dobbiamo fare in queste situazioni? Prendere atto della rabbia e delle valvole di sfogo presenti, non accodarci alle due ideologia politiche citate, criticarle politcamente e presentare l’alternativa comunista, politica e organizzativa. Abbiamo fatto questo con: un assemblea in piazza Esedra, con i lavoratori che partecipano alla “Commissione Lavoro”, distribuendo massicciamente il volantino di Battaglia Comunista, promuovendo con la Commissione lavoro un assemblea di lavoratori che si terrà sabato prossimo presso una nostra sede, diffondendo il nostro giornale lungo il corteo, slogan politici, interventi al megafono, striscione “Contro i padroni, senza il sindacato, il potere al proletariato”. Insomma un lavoro che mirava a criticare le impostazioni politiche arretrate presenti e che cercava di far passare una impostazione politica comunista. Questo per dire che il documentino è solo una piccola parte del lavoro che abbiamo fatto. Piccola parte che rientra nel lavoro complessivo: si trattava di uscire fuori dallo schema buoni o cattivi e riprendere il lavoro di analisi e critica delle realtà politiche che hanno dominato: anrchico-autonimi e pacifisti. Questo era l'obiettivo pricipale del documentino, ripeto tutto il resto è una cosa in più, basata su ipotesi che possono essere giuste quanto sbagliate.

Non mi dispiacerebbe chiacchierare con te telematicamente anche in privato, se vuoi puoi passarci il tuo contatto in privato, se sei di qualche città dove siamo presenti possiamo continuare la chiacchierata dal vivo :-)

@nun: io non ho elementi per poter valutare se gli scontri di piazza sono stati un seguito di qualcosa di organizzato. Chiunque era presente non potrà che concordare con me: eravamo solo un puntino in mezzo a una marea troppo grande e tempestosa per essere compresa con un colpo d'occhio. Io, che stavo nello spezzone dello sciopero precario (e di molti studenti), non ho affatto respirato quest'aria. Come hanno già comunicato in rete, l'intenzione (anche annunciata dal camion) era quella di deviare dal percorso ufficiale per occupare la piazza di Monte Citorio, o comunque in giro per Roma, e "omaggiarla" all'occupazione di piazza San Giovanni. Nessuno stava deviando per San Giovanni, ci ha cacciati lì la polizia a suon di cariche e lacrimogeni: per questo io ritengo, nel limitato della mia visione, che l'intenzione dello Stato era di non permettere alcuna deviazione, alcuna forma di autodecisione sulla manifestazione. E in questo, lo Stato ha vinto, ma è stata una vittoria di pirro perché è costata una guerra di oltre tre ore che, a dispetto di quello che molti pacifisti pensano, ATTIRERA' in futuro altre persone avulse nella stessa rabbia. Ha vinto quanto può aver vinto un genitore dispotico che tiene il figlio in casa la sera contro la sua volontà, ma questo gli devasta la casa e comincia a costruire barricate per la prossima lotta.

Questo è più o meno quello che ho detto anche nell'intervista che mi hanno fatto a Radio Popolare.

vi ho visto il 15, come anche nelle altre manifestazioni a dare giornali. di certo non si può rimproverarvi la non presenza.

Chiacchiero volentieri con chiunque, soprattutto con compagni. La mia email è pol.rpk KIOCCIOLINA gmail.com

Io sono di Bologna, so che siete presenti anche qui. Non mi sono mai avvicinato alla vostra organizzazione, pur essendo un vostro lettore, anche perché, lo dico sinceramente, alcuni vostri membri (o simpatizzanti) non mi piacciono affatto. Ma per una chiacchierata (e perché no, per anche per ricredermi), tempo permettendo, sono sempre disponibile.

Ciao!

in piazza eravamo presenti con un piccolo spezzone. io una chiacchierata con gli internazionalisti non me la perderei ;-)...

adesso che dici la mail mi ricordo qualche tuo intervento sul forum giovaniinternazionalisti. giusto?

Che strano, i miei compagni di Partito son tutti così simpatici, sarà che sono di parte ; )

Cartolina dalla Grecia: mail.google.com

Non si vede

@lotus: no, non mi pare di aver mai partecipato a quel forum.

Ops, rimedio con il link del forum internazionalista di cui parlava Lotus: giovaninternazionalisti.forumcommunity.net

Approvo e concordo con il comunicato ufficiale del mio stesso partito. Scherzi a parte, la temperatura proletaria, fomentata dalla crisi, sta effettivamente anche se lentamente crescendo. Un movimento come gli indignati, per quanto non rivoluzionario, sta a testimoniarlo. Il punto è questo; politicanti e padroni non tollerano movimenti politici spontanei, ne hanno paura. Quando si fanno avanti viene tirato fuori tutto il repertorio da strategia della tensione che ha già caratterizzato gli anni 70. La similitudine con quel periodo riguarda i padroni e non i proletari. Rispetto ad allora la presa dello stalinismo oggi chiamato CGIL, PD, gruppi fintamente autonomi come "popolo viola" e simili, è minore e fortunatamente ulteriormente in calo. Questo freno castrante è sempre stato, insieme al Vaticano, una delle armi migliori dei padroni. La crisi è peggiore di quella del '29, il nemico userà tutti i trucci. Nostro dovere essere più attivi di sempre ma con acume e circospezione.

Articolo molto interessante e diretto:

infoaut.org

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.