Anche in Iraq il nemico è la borghesia

Quando l'antimperialismo è inteso a senso unico si passa oggettivamente dall'altra parte della barricata

Tra le tante accuse campate per aria che ci vengono rivolte dal sottobosco di una sinistra che si pretende - a torto - rivoluzionaria, una delle più ricorrenti è quella di avere un atteggiamento indifferentista e perciò stesso sterile e negativo nei confronti degli ultimi conflitti imperialisti, in cui la superpotenza statunitense ha svolto il ruolo di direttore d'orchestra. In poche parole, poiché noi, coerentemente con i principi del comunismo, abbiamo rifiutato e allo stesso tempo denunciato ogni appoggio ai due fronti contrapposti, evidenziandone la comune natura borghese e quindi antiproletaria, più o meno esplicitamente dalla sinistra di cui sopra non solo siamo stati intruppati tra i sostenitori dell'imperialismo più forte, ma, in modo altrettanto ridicolo, additati al pubblico disprezzo in qualità di settari interpreti di un rivoluzionarismo astratto e inconcludente. La realtà, invece, è esattamente l'opposto: è proprio chi rumina un marxismo mal digerito e per di più abbondantemente inquinato dai veleni dello stalinismo, magari in veste maoista, che non sa inquadrare le manifestazioni odierne del capitalismo nella giusta prospettiva anticapitalista, finendo così - lui sì! - per appoggiare una delle fazioni borghesi in lotta. Su questa strada diventa allora normale regredire fino ad assumere i classici principi del nazionalismo borghese più becero che non vede le classi, ma solo fantomatiche "masse popolari" più o meno connotate in senso nazional-religioso. Così, alla lotta di classe si sostituisce la lotta tra le nazioni o addirittura tra entità geografiche: il "Nord contro il Sud del mondo" o il "popolo serbo" e "le masse islamiche" irachene aggredite dall'imperialismo occidentale e, in primo luogo, yankee.

Nonostante sappiamo bene di che pelo vadano vestiti i nostri severi critici, fa ugualmente un effetto conturbante sentire echeggiare sulla loro stampa appelli che ricordano tanto le invettive contro le nazioni "demo-plutocratiche" (ossia ricche e democratiche) del fu "Duce del fascismo", il quale, come tutti sanno, mandava i proletari al macello e a macellare in nome della grande nazione proletaria italiana. Dunque, anche in guerra - anzi, a maggior ragione - la contrapposizione tra le classi continua ad esistere e se è vero che, come sempre, chi ne fa maggiormente (se non quasi esclusivamente) le spese sono il proletariato e gli strati sociali più bassi della società, è altrettanto vero che i responsabili delle enormi sofferenze prodotte dalle guerre sono in maniera paritaria tanto le nazioni (cioè le borghesie) attaccanti quanto le classi dominanti (ancora una volta le borghesie) delle nazioni formalmente aggredite, legate alle prime da solidi, benché non sempre immediatamente individuabili, fili di interessi economico-finanziari. Insomma, si tratta di capire la natura dell'imperialismo o di rimanere agganciati a vecchi schemi già a loro tempo di difficile e pericoloso uso, ma oggi, più che inservibili, dannosi ai fini della lotta anticapitalista.

A ennesima conferma di tutto questo basta leggersi una serie di servizi apparsi su alcuni numeri del Manifesto di aprile. Da essi emerge chiaramente come nell'Iraq devastato da nove anni di embargo la borghesia locale ha responsabilità primarie (o, se preferite, "comprimarie") e dirette per le drammatiche condizioni di vita di gran parte della popolazione, schiacciata sia dall'embargo che dagli effetti della crisi del ciclo di accumulazione capitalistico. Infatti, anche a Baghdad - come a Belgrado e in qualsiasi altra parte del mondo - la borghesia non si discosta affatto dalle politiche economiche di tutte le altre borghesie del pianeta, con la differenza che se nei centri del capitale il cosiddetto neoliberismo - ossia il corso odierno del capitalismo - produce finora precarietà e sottosalario, nelle diverse "periferie" porta con sé anche distruzione e morte in massa. Infatti, a fronte delle tragiche condizioni in cui versa il proletariato iracheno, vecchia e nuova borghesia non solo non sono toccate dalla miseria e dalle malattie dilaganti, ma, al contrario, hanno trovato nell'embargo un'ottima occasione per accumulare ricchezze sfacciate. Grazie al contrabbando più fiorente che mai, passante in gran parte per i territori di un altro "popolo oppresso" ossia il nord kurdo di cui sta facendo la fortuna (cioè, dei borghesi kurdi), la borghesia, compresa quella installata nelle stanze del regime rappresentante le "masse islamiche", si arricchisce spudoratamente mentre i bambini proletari e di settori della piccola borghesia muoiono per malattie altrove curabilissime. Il cinico commento di un commerciante di Baghdad sintetizza bene la situazione irachena: "L'embargo è per i meschini senza un dinaro, non per chi ha i soldi" (il Manifesto, 6/4/'00). E all'embargo assassino si aggiunge, come si diceva, la politica neoliberista del governo che demolisce uno "stato sociale" un tempo considerato tra i più efficienti del Medioriente, liberalizzando e privatizzando tutto il privatizzabile, a cominciare dalla sanità. Così, mentre negli ospedali pubblici si fa fatica a trovare anche un cerotto, spuntano come funghi carissimi ospedali privati per soli ricchi, modernamente attrezzati: "Per chi ha i soldi necessari vi sono cliniche che ormai praticano senza problemi trapianti di reni comprati e prezzi stracciati da donatori alla fame" (il Manifesto, cit.). E nel divario crescente tra ricchi e poveri (anzi, anche per questo) il regime sfonda capitali enormi nella costruzione di moschee da "mille e una notte" per deviare la rabbia dei diseredati nel fanatismo religioso e nazionalista; operazione che, in mancanza di un riferimento rivoluzionario, riesce molto bene, se è vero - com'è molto probabile che lo sia - che "L'odio degli esclusi [è] non tanto per i ricchi locali, diventati personaggi da imitare, quanto per l'Occidente che con l'embargo ha distrutto ogni loro barlume di vita" (il Manifesto, cit.). Ora, che la borghesia alimenti l'odio nazionalistico interclassista è del tutto normale; lo è un po' meno per quelle forze che si pretendono comuniste e magari anche internazionaliste... Tanto più che, come si diceva, dietro la facciata di un'accesa propaganda anti USA il regime di Baghdad intrattiene floridi rapporti commerciali con quello che, a parole, è il nemico assoluto e proprio attraverso quei personaggi che nel '91 ricoprivano un ruolo di primo piano nella guerra contro l'Iraq. Un ex altissimo funzionario della CIA e lo stesso ex ministro della difesa, Dick Cheney, sono oggi importanti dirigenti di società statunitensi che si occupano della ricostruzione e del potenziamento dell'industria petrolifera irachena. Ma la tutt'altro che disprezzabile presenza dei capitali statunitensi non si ferma qui: "Si calcola che almeno 700.000 barili dei circa 2 milioni esportati al giorno dall'Iraq finiscano negli Stati Uniti [i quali] sarebbero quindi col 40% del totale il maggiore acquirente del petrolio iracheno" (il Manifesto, 17/4/'00). In tal modo gli USA ottengono i classici due (o tre, quattro...) piccioni con una fava: mediante l'embargo tengono artificialmente alto il prezzo del petrolio (vedi BC 3/2000), escludono forzatamente - od ostacolano fortemente - il capitale europeo e asiatico dalla ricostruzione, permettono ad alcune grandi imprese nordamericane di realizzare enormi profitti in barba ad un embargo imposto proprio dalla repubblica a stelle e strisce esclusivamente con questi obiettivi.

Lasciamo dunque volentieri ai tanti sedicenti comunisti il ruolo di valletti o chierichetti di questa o quella frazione della borghesia mondiale. Per parte nostra, la difesa esclusiva degli interessi immediati e storici del proletariato - il che, tra l'altro, significa l'unione del proletariato internazionale oltre e contro tutte le frontiere - è e rimarrà sempre il nostro unico faro.

cb

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.