Una dialettica di... organi, organismi e organicità

Nelle numerose esternazioni con cui Bordiga amava affascinare il proprio uditorio, si può trarre in effetti la concezione del partito come di un osservatore che avanza la pretesa di prevedere lo svolgimento della lotta di classe, limitando al minimo il rischio di una propria partecipazione attiva. Il pensiero, la teoria è tutto; l'azione, la prassi è secondaria. La dialettica materialistica, per la quale "le circostanze fanno gli uomini non meno che gli uomini le circostanze" (Marx), viene deformata da un sottinteso fatalismo meccanicistico.

Il vero Bordiga aveva invece e giustamente affermato nelle fondamentali Tesi di Roma, al II Congresso del P.C.d'Italia (1922):

Tutta la tattica del partito comunista non è dettata da preconcetti teorici o da preoccupazioni etiche ed estetiche, ma solo dalla reale proporzione dei mezzi al fine e dalla realtà del processo storico, - in quella sintesi dialettica di dottrina e di azione che è il patrimonio di un movimento destinato a essere il protagonista del più vasto rinnovamento sociale, il condottiero della più grande guerra rivoluzionaria.

Nei primi anni del secondo dopoguerra, Bordiga improvvisa la previsione di una egemonia mondiale ultra-imperialistica dell'America, o dello "Stato unico Angloamericano". Siamo nel 1949 e, sempre secondo il pensiero di Bordiga, viene dato per scontato l'acquisto della Russia da parte degli Stati Uniti con "una cifra che Stalin avrebbe già precisata in due miliardi di dollari". Stando così le cose, la linea politica del partito si sarebbe dovuta ridurre a una semplice funzione di registrazione-decifrazione. Una vita dalle caratteristiche prevalentemente vegetali, alimentata dalla linfa dottrinaria del marxismo, restaurato da un superiore e infallibile "muscolo cervello". E dalla onnipotenza del medesimo, dalla sua efficienza e autorità, derivava l'idea della abolizione degli organi collegiali di partito. Eliminando tutto ciò che si additava come una pericolosa fonte di possibili infezioni democraticistiche, si passava di fatto all'esaltazione dell'autocratismo, con un paternalismo ideologico spinto fino alla intolleranza di ogni verifica critica, e alla abolizione di ogni facoltà di una seria discussione e verifica interna.

Contro il meccanismo della centralizzazione democratica, che la Sinistra italiana ha sempre inteso e applicato in funzione della organicità della teoria marxista, del programma comunista e dell'azione storica del partito, Bordiga agitava la rivendicazione, l'opposizione e il "superamento dialettico" del centralismo organico:

Poichè il partito è un particolare organo della classe, la formula organizzativa del partito sarà organica!

1964

Seguiva la proclamazione della...

irrevocabile soppressione nella struttura organizzativa interna del partito di ogni applicazione di meccanismi consultivi o elettivi.

Condannati Congressi e Comitati in quanto "esecrabili buffonate", mezzi assolutamente inutili e dannosi per il partito, quest'ultimo non poteva che essere diretto da una figura al di sopra di ogni possibile critica. Ufficialmente, le forme organizzative non venivano ancora definitivamente stabilite, ma "si svilupperanno rispondendo alla rivendicazione fondamentale della centralizzazione organica, nella difesa di un totale e irrevocabile antidemocratismo"...

La posizione di Lenin e della Sinistra Italiana

Non facciamo qui che ripetere ancora una volta Lenin affermando (e questa è sempre stata la posizione della Sinistra Italiana):

Solo per mezzo delle discussioni, risoluzioni e proteste, può educarsi l'effettiva opinione pubblica del nostro partito. Solo a questo patto il nostro sarà un partito vero e proprio, capace di esprimere sempre il suo parere e di trovare la strada giusta per trasformare questa opinione in una decisione del Congresso.

E Trotsky aggiungeva:

Nel partito la vita delle idee non può concepirsi senza raggruppamenti provvisori [...] Raggruppamenti e divergenze sono un male, ma un male necessario, una componente necessaria della dialettica della evoluzione del partito.

Nessun scandalo, perciò, se nel partito sorgono divergenze d'opinione, a condizione che esse vengano discusse, confrontate e giudicate da tutto il partito. E sarà proprio lo stesso Bordiga, quale rappresentante della Sinistra, che dichiarerà al IV Congresso dell'Internazionale Comunista:

Ma, dunque, si dirà, domandate voi che ai congressi comunisti vi sia lotta e dissidio aperto e violento senza possibilità di una comune soluzione? Rispondiamo subito che se la unanimità si raggiungesse per lo studio e la considerazione oggettiva e superiore dei problemi, ciò sarebbe l'ideale; ma che la unanimità artificiale è assai più dannosa dell'aperto dissenso nella consultazione del Congresso - salva sempre la disciplina esecutiva.

Dal discorso: "La tattica della I.C. nel progetto di Tesi presentato dal P.C.d'Italia al IV Congresso mondiale"

La minoranza - queste sono le precise indicazioni di Lenin - deve essere subordinata alla maggioranza poich‚ questa è la condizione per ottenere l'unità della organizzazione e quindi della centralizzazione del lavoro. Non deve essere ignorata o messa semplicemente alla porta (ammesso poi che si tratti veramente di una minoranza) per l'arbitrio di un supremo Capo che non tollera discussioni sul proprio pensiero e procede col metodo delle scomuniche di tipo cattolico.

È questa la giusta concezione del partito ricavabile dalla corretta applicazione del metodo dialettico e nella tradizione rivoluzionaria comunista. La struttura organizzativa formale è indispensabile per stabilire un vero legame di partito, assieme alla unità nelle questioni di programma e quindi di tattica.

Ed è a dir poco assurdo che dopo un secolo di storia e di insegnamenti del movimento comunista, dalla Comune parigina all'Ottobre dei bolscevichi, il bordighismo abbia partorito negli anni Cinquanta, e successivamente allo stalinismo, un'altra idea del partito-mostro, inventandosi cioè l'esistenza del partito esclusivamente attraverso la presenza di un Cervello Unico, assistito da un altrettanto unico Commissario Delfino. "Va benissimo e benissimo andrà la formula attuale con un centro anonimo egregiamente tenuto da Maffi per la organizzazione e il giornale" (Bordiga, luglio 1960).

Ciò che viene emanato da quel Centro Organico deve essere ciecamente accettato quale indiscutibile articolo di fede, altrimenti si abbandona la Sacra Chiesa. Nel Catechismo, depositato e custodito nell'Archivio delle Tesi (Dottrina, Programma e Tattica), sigillato dall'Invarianza, c'è tutto ciò che occorre per la Guida infallibile della Rivoluzione. Domande e risposte sono già state formulate e catalogate; regole fissate e codificate una volta per tutte, con l'intento di evitare ogni equivoco ed errore, da quell'Unico al quale è stato concesso in esclusiva il diritto di interpretare, elaborare e infine dettare ordini secondo una propria e superiore coscienza teorica di classe. Questo era il dettato del verbo bordighista.

La nuova "forma strutturale" che il movimento bordighista "trovò per via organica e spontanea" si basava perciò sull'ascolto di una periodica serie di relazioni, naturalmente... organiche, tradotte in Tesi indiscutibili che "venivano riverberate da tutti i presenti", ammessi alle lezioni del Maestro (Tesi di Napoli - 1965). E per i più sfortunati assenti, tale "materiale storico veniva trasportato a contatto di tutto il partito, nelle riunioni di periferia", eccetera (Tesi di Napoli).

Inevitabilmente, anche l'apologia storica della Sinistra italiana, che accompagnava questa operazione di assolutismo ideologico, si trasformava qualche volta in una mistificazione personalistica, nonostante... l'anonimato.

Democrazia ed elettività nel Che fare? di Lenin

Prima di proseguire, è bene chiarire le posizioni di Lenin sostenute nel suo famoso scritto, Che fare?, a proposito della pretesa di fondare l'organizzazione del partito - nella Russia zarista - sul "democraticismo", sull'uso del "principio democratico".

Una tale pretesa, proveniente dall'esterno e fatta propria dagli ambienti dell'economicismo russo, era inapplicabile all'organizzazione rigorosamente segreta dei socialdemocratici russi alle prese con una rigida oppressione autocratica. La critica di Lenin, quindi, si inseriva nel contesto di una ben determinata situazione storica dello sviluppo del partito; di fronte, cioè, alla impossibilità sia di una completa pubblicità dei lavori del partito, e sia della elettività di tutte le funzioni.

Lenin stesso lo affermerà a chiare lettere nel 1907 nella sua prefazione alla raccolta "Dodici anni". Al partito socialdemocratico russo riconosceva, infatti, il merito della attuazione della "ideale struttura democratica di una organizzazione aperta, col sistema elettivo e con la rappresentanza ai congressi in base al numero dei membri organizzati del partito. Questo dal II Congresso unitario al III Congresso bolscevico e al IV Congresso unitario di Stoccolma".

Quando Lenin, discutendo sulla elettività, accenna alla "selezione naturale" dei più capaci membri del partito, vediamo con precisione che cosa egli intende (sempre dal Che fare?):

Nei paesi di libertà politica questa condizione (la elettività) si sottintende da s‚. - Membro del partito è chiunque accetti i principi dl programma del partito e sostenga il partito nella misura delle sue forze -, dice il primo paragrafo dello statuto organizzativo del partito socialdemocratico tedesco. E poich‚ tutta l'arena politica è visibile a tutti come un palcoscenico davanti agli spettatori, tutti sanno dai giornali e dalle pubbliche assemblee chi accetta o non accetta, chi sostiene o si oppone. A tutti è noto che quel dato uomo politico ha esordito in un certo modo, ha avuto una certa evoluzione, ha preso un certo atteggiamento in un momento difficile della sua vita, si distingue per certe qualità, e perciò, naturalmente, tutti i membri del partito possono, con cognizione di causa, eleggerlo o non eleggerlo a una certa carica di partito. Il controllo universale (nel senso letterale della parola), esercitato su ogni passo di un esponente del partito nel corso della sua attività politica, crea un meccanismo che funziona automaticamente e che assicura quello che in biologia si chiama sopravvivenza dei più adatti. La selezione naturale, garantita dalla pubblicità, dalla elettività e dal controllo universale, fa sì che ogni uomo politico si trovi, alla fine, al suo posto, assuma il compito più adatto alle sue forze e capacità, provi su se stesso tutte le conseguenze dei suoi errori e dimostri davanti agli occhi di tutti la propria capacità di comprendere i propri errori e di evitarli.

Ma - conclude a questo punto Lenin - "provatevi a mettere questo quadro nella cornice della nostra autocrazia". È impensabile. Un movimento come quello che si stava organizzando in Russia non poteva che essere dominato da "un unico serio principio organizzativo: la cospirazione più rigorosa, la scelta più rigorosa dei membri, la preparazione dei rivoluzionari di professione". E l'unico concetto dominante in un ambiente rivoluzionario è "la fraternità tra compagni", concetto nel quale entra, "come parte del tutto, il democratismo autentico, non puerile".

Dunque, era pienamente valida - e i risultati conseguiti lo dimostreranno - la tesi di una direzione del partito affidata "al numero più piccolo possibile di esperti rivoluzionari di professione, il più omogenei possibile". Una siffatta direzione si conserva "naturalmente, non con la forza del potere, ma con la forza dell'autorità, con la forza dell'energia, con la maggiore esperienza, con la maggiore versatilità, col maggiore ingegno" (Lenin, Lettera a un compagno sui nostri compiti organizzativi).

Quanto al pericolo costituito dalla presenza, in una centralizzazione rigorosa, di "una persona incapace dotata di un enorme potere", Lenin risponde:

La cosa è possibile, naturalmente, ma il mezzo per combatterla non può essere l'elettività e la decentralizzazione, assolutamente inammissibili in misure di una certa ampiezza e persino francamente nocive nella lotta rivoluzionaria sotto l'autocrazia. Il mezzo per combatterla non lo dà alcun statuto, e possono darlo soltanto i mezzi dell'azione fraterna esercitata, a partire dalle risoluzioni di tutti quanti i sottogruppi per continuare con un loro appello all'Organo Centrale e al Comitato Centrale e per finire (nel peggiore dei casi) con il rovesciamento del potere assolutamente incapace.

La prima versione del centralismo organico

A proposito della questione del centralismo organico e del meccanismo democratico, riguardante cioè le forme concrete di organizzazione interna del partito comunista, riportiamo il brano finale dello scritto di A.Bordiga - "Il principio democratico" - pubblicato nel n. 18 di Rassegna Comunista del 28 febbraio 1922.

Resta infine l'analisi dell'organizzazione partito, dei cui caratteri abbiamo tuttavia già detto a proposito dell'ingranaggio dello Stato operaio. Il partito non parte da una identità di interessi economici così completa come il sindacato, ma in compenso stabilisce l'unità della sua organizzazione su una base tanto più vasta quanto è la classe in confronto alla categoria. Non solo il partito si estende sulla base dell'intera classe proletaria nello spazio, fino a divenire internazionale, ma altresì nel tempo: ossia esso è lo specifico organo la cui coscienza e la cui azione rispecchiano le esigenze del successo nell'intero cammino di emancipazione rivoluzionaria del proletariato. Queste note considerazioni ci obbligano, nello studiare i problemi di struttura e di organizzazione interna del partito, a tener di vista tutto il processo della formazione e della vita di esso nei complessi compiti a cui risponde. Non possiamo alla fine di questa già lunga trattazione entrare nei dettagli a proposito del meccanismo con cui nel partito dovrebbero avvenire le consultazioni della massa degli aderenti, il reclutamento, la designazione delle cariche in tutta la gerarchia. È indubitato che finora non vi è di meglio da fare che attenersi per lo più al principio maggioritario. Ma, secondo quanto insistentemente mettiamo in vista, non è il caso di elevare a principio questo impiego del meccanismo democratico. A fianco di un compito di consultazione analogo a quello legislativo degli apparati di Stato, il partito ha un compito esecutivo che corrisponde addirittura nei momenti supremi di lotta a quello di un esercito, che esigerebbe il massimo di disciplina gerarchica. In via di fatto, nel complicato processo che ci ha portato ad avere dei partiti comunisti, la formazione della gerarchia è un fatto reale e dialettico che ha lontane origine e che risponde a tutto il passato di esperienza, di esercitazione del meccanismo del partito. Non possiamo concepire una designazione di maggioranza del partito come aprioristicamente tanto felice nella scelta quanto quella di un giudice infallibile e soprannaturale che dia i capi alle collettività umane, a cui credono coloro secondo i quali è un dato di fatto la partecipazione ai conclavi dello Spirito Santo. Perfino in un organismo nel quale, come nel partito, la composizione della massa è il risultato d'una selezione, attraverso la spontanea adesione volontaria, e il controllo del reclutamento, il pronunziato della maggioranza non è per se stesso il migliore, e solo per effetto di coincidenze nel lavoro concorde e ben avviato esso viene a contribuire al migliore rendimento della gerarchia operante, esecutiva del partito. Che esso debba essere sostituito da un altro meccanismo, e quale sia questo, qui non proponiamo ancora n‚ indaghiamo in dettaglio: certo che una simile organizzazione che sempre più si liberi dai convenzionalismi del principio di democrazia è ammissibile, e non deve essere respinta con giustificate fobie, quando si potesse dimostrare che altri coefficienti di decisione, di scelta, di risoluzione dei problemi, si presentano più consoni alla reale esigenze dello sviluppo del partito e della sua attività, nel quadro della storia che si svolge.
Il criterio democratico è finora per noi un accidente materiale per la costruzione della nostra organizzazione interna e la formulazione degli statuti di partito: esso non è l'indispensabile piattaforma. Ecco perché‚ noi non eleveremmo a principio la nota formula organizzativa del 'centralismo democratico'. La democrazia non può essere per noi un principio; il centralismo lo è indubbiamente, poiché i caratteri essenziali dell'organizzazione del partito devono essere l'unità di struttura e di movimento. Per segnare la continuità nello spazio della struttura di partito è sufficiente il termine centralismo, e per introdurre il concetto essenziale di continuità nel tempo, ossia nello scopo a cui si tende e nella direzione in cui si procede verso successivi ostacoli da superare, collegando anzi questi due essenziali concetti di unità, noi proponiamo di dire che il partito comunista fonda la sua organizzazione sul 'centralismo organico'. Così, conservando quel tanto dell'accidentale meccanismo democratico che ci potrà servire, elimineremo l'uso di un termine caro ai peggiori demagoghi e impastato di ironia per tutti gli sfruttati, gli oppressi, e gli ingannati, quale quello di 'democrazia', che è consigliabile regalare per esclusivo loro uso ai borghesi e ai campioni del liberalismo variamente paludato talvolta in pose estremiste.

In questo primo intervento di Bordiga, appare chiaro come la messa in discussione dell'attributo "democratico" fosse allora esclusivamente legata a motivi di ordine terminologico, nell'intento cioè di evitare ogni possibile e indesiderata confusione con un valore "politico" della classe borghese.

Il principio indiscutibile è il centralismo; formalmente, la sua applicazione attraverso il meccanismo democratico non avviene certo per virtù di intrinseche prerogative di garanzia fornite dallo stesso meccanismo. Semplicemente, si ricorre a tale applicazione perché né allora né in seguito l'esperienza del proletariato come classe rivoluzionaria ha saputo fornirci altre migliori, concrete e attuabili, indicazioni.

Sulla base della formula del "centralismo democratico" fu stabilita l'adesione e l'organizzazione dei comunisti nella Terza Internazionale. Il tredicesimo dei 21 punti di Mosca stabiliva testualmente: "I partiti che appartengono all'Internazionale devono essere organizzati secondo il principio del centralismo democratico. Nell'epoca attuale di guerra civile acuta, il partito comunista potrà assolvere il suo compito soltanto se sarà organizzato nel modo più centralizzato, se in esso dominerà una disciplina ferrea, confinante con la disciplina militare e se il centro del partito sarà un organo di potere autorevole, fornito di ampi pieni poteri e godrà della fiducia generale degli iscritti al partito".

Al Secondo Congresso dell'Internazionale viene esattamente stabilito:

Il partito comunista deve essere basato su una centralizzazione democratica. La costituzione a mezzo di elezioni di comitati secondari, la sottomissione obbligatoria di tutti i comitati al comitato che è loro superiore e l'esistenza di un Centro munito di pieni poteri, di cui l'autorità non può, nell'intervallo fra i Congressi del Partito, essere contestata da nessuno; tali sono i principi essenziali della centralizzazione democratica.

Ancora, nella Tesi 6 del secondo paragrafo delle "Tesi sulla struttura, i metodi e l'azione dei partiti comunisti", approvate al Terzo Congresso dell'Internazionale, si legge:

Il centralismo democratico nelle organizzazioni del partito comunista deve essere una vera sintesi; una fusione della centralizzazione e della democrazia proletaria. Questa fusione non può essere ottenuta che con una attività permanente comune, con una lotta egualmente comune e permanente dell'insieme del partito.

La Sinistra italiana aderì pienamente a questi principi in stretta coerenza con il marxismo; fece propri tutti gli statuti e applicò tutte le risoluzioni organizzative in tal senso emanate dall'Internazionale nei primi anni della sua vita, fino al Terzo Congresso.

Immagini biologiche e aritmetiche

Ma veniamo al preteso "filo storico" costruito dal tardo bordighismo nel suo rapporto con la tradizione del marxismo rivoluzionario. Il centralismo organico diviene per il Bordiga, per esempio, del 1964 la risposta alla "esigenza solida e di lotta politica di liberarsi della nozione di democrazia, abbattendo la quale avevamo potuto con Lenin riedificare l'Internazionale rivoluzionaria". In due righe, la contrapposizione della democrazia proletaria alla democrazia borghese - e questa fu la battaglia condotta da Lenin e l'insegnamento che ci ha lasciato - non esiste più. Nel club riservato a compiacenti studiosi della pura teoria e a fabbricanti di fantasie politiche, dominano l'accademismo e il formalismo, mentre la concezione dialettica di un processo di sviluppo storico-sociale si trasforma in una visione puramente meccanicistica e organicistica.

Si cade quindi nel pieno del ridicolo politico, culminante nella pretesa scoperta "per via organica, di una forma strutturale della attività del movimento". E se, nonostante la nuova forma, l'indirizzo e l'attività del partito non ingranano la giusta marcia? La risposta scivola nell'ovvia banalità:

È stata però sempre ferma e costante posizione della sinistra che, se le crisi disciplinari si moltiplicano e diventano una regola, ciò significa che qualche cosa non va nella conduzione generale del Partito, e il problema merita di essere studiato...

Dalle citate Tesi bordighiane del 1965

Sostituendo l'aggettivo "democratico" con "organico", il bordighismo senile si liberava dalla "nozione di democrazia" e nella sua astrazione valorizzava "l'esattezza di una immagine di tipo biologico rispetto alla sbiadita immagine di natura aritmetica". (2)

L'immaginazione letteraria non eliminava però la differenza - evidente e concreta - esistente tra gli organismi di tipo biologico, animali o vegetali, e quel particolare organismo politico che è il partito. Cioè, l'avanguardia di una classe, di una forza sociale il cui dinamico potenziale non deve essere disperso ma raccolto, collegato e concentrato verso un obiettivo strategico dall'organizzazione stessa del partito, attraverso la teoria e la prassi rivoluzionaria. È un grave errore introdurre, al posto di questa chiara concezione del partito, una pretesa superiorità di leggi biologiche e l'applicazione di insormontabili divisioni fisiologiche.

A uno sviluppo spontaneo, caratterizzante gli organismi biologici, il marxismo contrappone uno sviluppo dialettico, quale necessariamente deve essere per il partito. Una evoluzione organica e una selezione naturale - nel primo caso. Il rapporto reciproco tra una attività critico-pratica, programmata e organizzata dal partito stesso, e la forza materiale del movimento della classe - nel secondo caso. E fra la concezione marxista e leninista del partito, della sua organizzazione e attività e dei suoi rapporti con l'insieme della classe, e certi scivolamenti idealistici e metafisici del bordighismo più deteriore esiste una evidente differenza.