Vicende jugoslave: emerge il carattere guerrafondaio di Rifondazione Comunista

Introduzione

Quando abbiamo analizzato il programma politico di Rifondazione comunista ne abbiamo evidenziato la completa estraneità al marxismo. Esso, presupponendo la immodificabilità dei rapporti di produzione capitalistici, si riduce ad essere una somma di demagogiche rivendicazioni ispirate ad un genericissimo ideale di giustizia sociale intrecciate ad una serie di proposte di rilancio economico impostate secondo la logica del mercato e tenendo conto dei vincoli imposti dalle necessità della valorizzazione del capitale. Oltreché irrealizzabile, questo programma finisce per essere l’ennesimo imbroglio per il proletariato dato che ripropone l’illusione di un capitalismo riformabile secondo criteri di uguaglianza e giustizia nel permanere di tutte le leggi relative allo sfruttamento del capitale sul lavoro. Questo, il classico ruolo del riformismo che trova oggi in Rifondazione il modo per riproporsi in una accattivante veste radicaloide che può fare ben presa sull’attuale malcontento della classe operaia che non trova ancora un saldo ancoraggio ad un autentico programma comunista.

Anche in politica estera Rifondazione ripropone la contraddizione tra l’accettare le leggi del capitale e l’affermare generici principi di giustizia sociale. Da una parte questa organizzazione pone al centro del suo programma economico il rilancio del capitale italiano, la qual cosa implicherebbe un suo rafforzamento sui mercati internazionali e un suo più marcato ruolo imperialistico, dall’altra si proclama a favore della collaborazione tra i popoli per un riequilibrio dei rapporti tra paesi avanzati e sottosviluppati. Due cose ovviamente incompatibili dato che il capitalismo, per sua natura fondato sui rapporti di forza tra le diverse aree economiche e pertanto esprime solo il dominio violento dei centri imperialistici sulle aree periferiche.

Anche da questo punto di vista Rifondazione evidenza le sue inconsistenti basi teoriche e dimostra di essere forza politica capace di seminare all’interno del proletariato solo confusione, illusioni e disorientamento. Data la sua incapacità di criticare l’imperialismo, le sue basi economiche e la sua politica, e data la mancanza nel suo programma di una qualsiasi prospettiva internazionalista della lotta di classe, questa organizzazione, destinata a farsi risucchiare dagli eventi dello scontro imperialistico sostenendo, di volta in volta, il nazionalismo di questo o quel fronte borghese in contesa.

Non appena si affacciano sulla scena politica fatti, come quello dell’attuale guerra balcanica, per i quali Rifondazione deve assumere una precisa posizione uscendo dalle facili e comode affermazioni sulla solidarietà e collaborazione tra i popoli, si vede immediatamente da una parte il vuoto teorico sul quale si fonda la linea politica, dall’altra il concreto sostegno alle rivendicazioni nazionaliste e guerrafondaie della borghesia. Approfittiamo di un “autorevole” articolo apparso sul Bollettino internazionale numero 8 del febbraio-marzo 1993, redatto dalla Commissione internazionale della federazione torinese di Rifondazione comunista e firmato dalla penna di Costanzo Preve con l’intento, così egli si esprime, di “disporre un orientamento teorico e politico che non abbia paura di entrare nel merito delle questioni”, per mostrare l’aberrante metodo di analisi che alberga tra i teorici dell’organizzazione e le nefaste conclusioni politiche a cui questi ultimi giungono.

Il richiamo a Lenin e al principio dell’autodeterminazione dei popoli

Si riprende la polemica di Lenin con la Luxemburg per riaffermare, assolutizzandolo, il principio di autodeterminazione dei popoli:

Lenin aveva ragione contro R. Luxemburg, perché per quest’ultima solo la classe operaia era una forza anticapitalistica rivoluzionaria, e non ve ne erano altre. Per Lenin, invece, a fianco della classe operaia, anche le nazionalità oppresse dall’imperialismo erano forze rivoluzionarie. L’autodeterminazione delle nazioni oppresse, anche in caso di egemonia della borghesia locale, era dunque per Lenin una rivendicazione rivoluzionaria.

Non riprendiamo la questione per ribadire la correttezza di analisi della Luxemburg contro un Lenin che in questa circostanza non brilla per chiarezza e profondità di pensiero. Diciamo solo che il dibattito si svolge in un periodo in cui l’imperialismo ha solo cominciato ad estendere la sua influenza sul mondo intero e che esistono ancora molte formazioni economiche, soprattutto in oriente, pre-capitalistiche. Quindi, si può comprendere la difficoltà di concepire per le aree arretrate ed oppresse, aree in cui il proletariato aveva un peso sociale e politico poco rilevante, un immediato programma di rivoluzione comunista e in una certa misura si può anche spiegare come, tra i grandi teorici del marxismo, la questione delle nazionalità oppresse sia stata oggetto di un dibattito in cui abbia stentato ad affermarsi una posizione inequivoca, capace cioè di inquadrare le rivoluzioni borghesi come appartenenti ad un periodo storico ormai superato.

Lenin ha riproposto l’appoggio ai movimenti nazionali delle aree oppresse anche nella Terza internazionale. Il suo intento era quello di far partecipare il proletariato alla lotta per la formazione dello stato nazionale perché esso potesse assumerne poi la direzione politica. Si trattava cioè di un espediente tattico per aprire contraddizioni nel fronte imperialistico e perseguire poi l’obiettivo strategico della rivoluzione comunista. Non dimentichiamo che allora si riteneva aperto il periodo della rivoluzione proletaria internazionale. Non solo. Grande era la preoccupazione di Lenin di indebolire l’accerchiamento imperialistico alla neonata Repubblica dei soviet. Di conseguenza l’appoggio ai movimenti nazionali poteva contribuire a mettere in difficoltà le potenze capitalistiche occidentali che esercitavano il dominio delle aree arretrate.

Noi abbiamo sempre criticato questa posizione inquadrandola nelle terribili difficoltà economiche e politiche in cui versava lo stato sovietico e spiegandola come un cedimento opportunistico alla necessità di uscire dall’isolamento trovando appoggio, in un momento in cui la spinta rivoluzionaria del proletariato veniva meno in occidente, nei movimenti nazionali asiatici. È assolutamente aberrante riproporla oggi. Scorretto metodologicamente in quanto oggi sono scomparse, con la piena e totale affermazione dell’imperialismo a scala planetaria e con la scomparsa definitiva delle forme economiche pre-capitalistiche, quelle condizioni che rendevano possibile la polemica Lenin-Luxemburg e scorretto politicamente in quanto la discussione di allora era tra rivoluzionari che tentavano di inquadrare tatticamente la questione delle nazionalità oppresse in una strategia di rivoluzione internazionale del proletariato. Preve, non, nemmeno sfiorato da questa problematica ancorato com’‚ al nazionalismo borghese di cui, impregnato il programma di Rifondazione. Secondo il suo argomentare, se Lenin ha sostenuto i movimenti nazionali, allora oggi, tout court, va fatto altrettanto a prescindere da ogni altra considerazione e prospettiva politica. Questo, uno sciacallaggio teorico spregiudicatamente finalizzato al sostegno del nazionalismo delle aree arretrate, alla politica cioè delle borghesie locali. Non si può infatti ignorare, anche se Preve lo fa e con questo si dimostra campione di ipocrisia, che in queste aree il proletariato, oggi privo di qualsiasi riferimento organizzativo e politico comunista e quindi, completamente al traino dell’iniziativa borghese. Nessuno dei problemi posti da Lenin trova nella situazione odierna qualche riferimento. Mancano le organizzazioni comuniste, manca l’azione di un proletariato all’offensiva, manca una rete di avanguardie comuniste che possa intervenire in un movimento nazionale per sottrarlo all'influenza borghese. In una, manca la benché minima alternativa alla politica nazionalista della borghesia. Pertanto, l’appoggio al nazionalismo, si riduce all’esclusivo appoggio alle mire delle microborghesie in lotta nelle aree arretrate.

Poi, sarebbe interessante chiedere a Preve quale sarebbe il contenuto concreto dell’applicazione oggi del principio di autodeterminazione dei popoli nell'epoca in cui l’imperialismo ha esteso il suo dominio al globo intero facendo piazza pulita di ogni forma economica pre-capitalistica. Pensiamo proprio alla Jugoslavia e agli stati che già si sono creati dalla dissoluzione della vecchia federazione. È possibile per Slovenia, Croazia, Serbia, ecc. riuscire ad autodeterminarsi, ovvero a sfuggire al dominio economico e politico dell’imperialismo? Sono stati piccoli, privi di risorse economiche, industrialmente e tecnologicamente arretrati, dipendenti totalmente dal mercato internazionale, mercato, non dimentichiamolo, dominato dalle grandi potenze economiche, schiacciati dalle mire egemoniche che queste ultime hanno su di essi, impossibilitati a sopravvivere autonomamente, destinati quindi a legarsi inesorabilmente ad un’area economica più forte e a subire il suo dominio imperialistico. N‚ vale la pena citare, come fa Preve per sostenere la tesi sull’autodeterminazione, l’ormai defunto movimento dei paesi non allineati di cui la Jugoslavia faceva parte. Esso, esistito per un limitato periodo, sfruttando le particolari condizioni del bipolarismo, per cercare di ottenere, tra mille tattiticismi ed equilibrismi, il massimo dei vantaggi economici da ambo le superpotenze corteggiando ora una, ora l’altra. La crisi economica mondiale ha spazzato via questa possibilità inasprendo lo scontro imperialistico tra le vecchie superpotenze e le nazioni che aspirano ad ergersi come nuovi punti di riferimento internazionale, parliamo soprattutto di Germania, Giappone e Cina, ed indebolendo economicamente i paesi arretrati. La crisi del capitalismo, tale, lo dimostrano i fatti dell’ex impero sovietico e i problemi in cui versano le economie occidentali, che intere regioni stanno letteralmente sgretolandosi finendo per essere preda dell’esasperato e cieco nazionalismo delle borghesie locali, nazionalismo opportunamente e interessatamente foraggiato dalle grandi potenze. La Jugoslavia, vittima illustre di tale processo. L’imperialismo tedesco ha svolto un ruolo determinante nella crisi appoggiando il movimento nazionalista sloveno e croato e favorendo così lo scatenarsi della guerra contro la Serbia e la decomposizione dello stato jugoslavo. Le grandi potenze ora, come avvoltoi pronti ad avventarsi sul moribondo, si stanno confrontando per imporre le loro soluzioni e la loro influenza sull’area balcanica. L'autodeterminazione, così come il non allineamento, sono tragicamente smentiti dal duro corso degli eventi e i movimenti nazionalisti, lungi dal rappresentare qualsiasi movimento progressista, mettono in luce la loro reale natura, l’essere espressione cio‚ dei conflitti interborghesi del periodo di decadenza del capitalismo.

Funambolismi teorici per appoggiare il nazionalismo borghese.

Sentiamo Preve come prosegue nel tentativo di trasferire meccanicamente il pensiero di Lenin ad oggi:

Riteniamo che Lenin avesse ragione: la classe operaia non, la sola forza rivoluzionaria; lo sarebbe se ci fosse un capitalismo mondiale puro, senza imperialismo; ma poiché c'è l’imperialismo, anche le nazionalità oppresse sono forze rivoluzionarie.

Qui Preve letteralmente inventa la nozione di capitalismo puro contrapponendola a quella di imperialismo come se capitalismo e imperialismo fossero due categorie economiche antitetiche. Storicamente il capitalismo puro non, mai esistito. Anche nella prima fase dello sviluppo capitalistico vi, stata la dominazione coloniale, forma primordiale di oppressione capitalistica delle aree arretrate. D’altra parte l’imperialismo non esclude certo il capitalismo in quanto il primo, solo la forma che il secondo ha assunto ad un certo grado del suo sviluppo. Capitalismo e imperialismo non sono categorie antitetiche e separate ma dialetticamente connesse così come lo stesso Lenin ha magistralmente descritto nel suo “L’imperialismo fase suprema del capitalismo”.

Preve gioca con le parole per far apparire l’imperialismo diverso dal capitalismo e per attribuire ai movimenti nazionali un ruolo rivoluzionario. Egli associa alla fase imperialista del capitalismo, per il fatto che esistano aree sfruttate, un ruolo rivoluzionario alle nazionalità oppresse senza porsi altre domande. Invece il concetto di classe rivoluzionaria, nel dibattito Lenin-Luxemburg, era intimamente legato a quello di superamento di un modo di produzione, ritenuto storicamente superato e a quello di affermazione di un modo di produzione più avanzato. In questo senso Marx attribuisce un ruolo rivoluzionario alla borghesia quando si batte per il superamento del feudalesimo; in questo senso lo stesso Marx ritiene compito del proletariato appoggiare i moti nazionali della borghesia quando questi mirino ad abbattere la vecchia società feudale per imporre il nuovo ordine borghese. In questo stesso senso si sviluppò l’aspra polemica tra Lenin e la Luxemburg per appoggiare o meno i movimenti nazionali in quelle aree in cui la borghesia non aveva ancora portato a termine la sua rivoluzione e in cui esistevano ancora rapporti economici pre-capitalistici. Questione oggi completamente risolta dato l’assoluto dominio del modo di produzione capitalistico in ogni parte del mondo.Preve non sembra di essersi accorto di questo particolare e afferma salomonicamente che, dato l’imperialismo, le nazionalità oppresse sono rivoluzionarie! Che nei programmi politici del nazionalismo jugoslavo non si voglia rivoluzionare assolutamente nulla ma si miri solo, nel perdurare del modo di produzione capitalistico, a modificare (illusoriamente) i rapporti di forza tra le diverse componenti del medesimo fronte borghese, ciò sembra non ponga alcun problema al Preve.

Stabilito il sacrosanto principio dell’autodeterminazione come criterio fondamentale di valutazione della giustezza della rivendicazione nazionale di una data entità etnica, Preve si pone poi il problema di applicarlo in quelle regioni in cui le diverse entità etniche sono distribuite non uniformemente ma a macchie di leopardo (come in alcune regioni della ex Jugoslavia). Una notevole complicazione per il principio appena stabilito dato che, in queste regioni, ogni gruppo etnico avrebbe il diritto di fondare il suo stato nazionale! Ma il teorico delle nazionalità non si perde d’animo e subito trova la soluzione ricorrendo nientedimeno che all’austromarxismo e alle sue formule:

Riteniamo che l’impostazione degli austromarxisti e di molti marxisti “federalisti” greci, turchi e bulgari, (prima delle sciagurate guerre balcaniche del 1912-13), fosse la migliore: stato democratico confederale unico, comunità culturali, linguistiche e religiose rigorosamente autonome ed eguali.

Significativo, il riferimento agli esponenti di quelle correnti del riformismo della Seconda internazionale che sosterranno la guerra imperialista del 1914 e che si schiereranno ognuno a favore dell’interventismo della propria borghesia.

Lenin condusse proprio in quegli anni una feroce battaglia politica contro i riformisti della Seconda internazionale accusandoli di essere il braccio della politica borghese in seno al movimento operaio. Con questo stabiliì una ultimativa sentenza di condanna verso i partiti riformisti smascherandone il ruolo antiproletario e sancendo definitivamente l’incompatibilità tra movimento rivoluzionario e riformista. Nell’opuscolo “Il socialismo e la guerra”, scritto nel 1915, Lenin afferma:

L’unità con gli opportunisti (i riformisti della Seconda internazionale - ndr) significa oggi in pratica la sottomissione della classe operaia alla “propria” borghesia nazionale, l’unione con essa per assoggettare altre nazioni e per lottare in favore dei privilegi di grande potenza, significa dunque la divisione del proletariato rivoluzionario in tutti i paesi.

Lenin‚ ancora più preciso quando condanna il nazionalismo dei riformisti delle nazioni oppresse. È addirittura categorico riferendosi a Otto Bauer, uno dei più importanti esponenti dell’austromarxismo e teorico della questione nazionale:

i socialisti delle nazioni oppresse, da parte loro, devono lottare incondizionatamente per la completa unità (anche organizzativa) tra gli operai delle nazioni oppresse e di quelle che opprimono. L’idea di separazione legale di una nazione dall’altra - la cosiddetta “autonomia culturale nazionale” di Bauer e Renner - è un’idea reazionaria.

L’eclettismo di Preve si rivolge indifferentemente a Lenin, autentico interprete del marxismo, e a coloro che, all’opposto, hanno speso la loro vita ad ingannare il proletariato e a cercare di affossare il marxismo stesso. È il tipico metodo degli intellettuali borghesi di “sinistra” che, negando il marxismo come corpo dottrinario unitario, affermano la possibilità delle mille varianti ed interpretazioni dello stesso in modo da accettare le teorie e le politiche più reazionarie.

Una geniale soluzione alla guerra balcanica

Quando Preve analizza le cause della crisi jugoslava, ripropone tutte gli errori di metodo e di contenuto che caratterizzano l’elaborazione politica di Rifondazione. Egli enumera cinque cause alla distruzione della Jugoslavia: perché essa era il simbolo di un tentativo di socialismo autogestionario e federalista, perché era il simbolo dei movimenti dei non-allineati e un simbolo del terzomondismo, perché la Germania vuole prendersi la rivincita sulla resistenza nazionale e partigiana che essa fece al nazismo nel 1941-44, perché essa era troppo bizantina ed ortodossa per essere tollerata dalla chiesa cattolica e, infine, perché l’imperialismo italiano ha nuove mire nell’area.

Velocemente evidenziamo l’incapacità di Preve e di Rifondazione di comprendere l’esperienza del capitalismo di stato dei paesi dell’est e, di conseguenza, la variante jugoslava che ha consentito più che in altri paesi, l’iniziativa privata in settori marginali dell’economia. Con perfetto rispetto della tradizione stalinista, essi ripropongono una visione nazionale del socialismo, la complementare teoria delle vie nazionali al socialismo stesso e l’aberrante definizione di socialismo autogestionario. Si difende di conseguenza il modello titoista e la sua politica filosovietica di intervento militare contro la Germania nella seconda guerra mondiale. È un’altra conferma del substrato guerrafondaio e nazionalista dell’ideologia che permea Rifondazione.

Quanto alle cause del disfacimento jugoslavo, Preve confonde gli effetti con le cause non potendo utilizzare il materialismo dialettico come metodo di indagine. Egli ricorre alla sovrastruttura, agli esclusivi fenomeni del mondo politico, per spiegare i fatti. Perciò non riconosce l’esistenza della crisi del ciclo di accumulazione del capitale, tanto meno riconosce la crisi di ciclo del capitalismo di stato e di conseguenza non si accorge che la disintegrazione dei mercati all’est ne, la conseguenza. Nè può dare fondamento all’esasperato nazionalismo che si, scatenato tra le diverse comunità etniche tenute insieme, fino ad alcuni anni fa, da una situazione economica che consentiva alle borghesie delle diverse regioni una soddisfacente suddivisione dei profitti. La crisi economica ha rotto questo equilibrio scatenando la lotta tra i diversi fronti borghesi per impossessarsi con la forza di quanto prima era possibile avere con il pacifico accordo, accordo ovviamente fatto sulla pelle della classe operaia sfruttata. Preve‚ costretto a spiegare il delirio sciovinista come il risultato di un ritrovato senso di unità nazionale, a rincorrere cioè una spiegazione superficiale e fuorviante del fenomeno (oltre tutto condividendola come abbiamo visto!!). Non si accorge perciò del carattere borghese della guerra, n‚ vede il carattere di conquista della guerra stessa, tanto meno si accorge del prezzo tremendo pagato dal proletariato per interessi a esso estranei. La sua visione interclassista della società e della comunità nazionale, tale e quale del resto ai riformisti della Seconda internazionale tanto a lui cari, gli impedisce di scorgere l’intreccio di interessi tra le borghesie locali e l’imperialismo. Per questo Preve separa da una parte le mire neoimperialistiche di Germania e Italia, e le condanna, dall’altra quelle che lui ritiene le legittime aspirazioni della borghesia slovena, croata e serba. Appoggiando queste ultime finisce così indirettamente per appoggiare le manovre imperialistiche.

Non solo, appoggiando le rivendicazioni nazionali finisce per dar ragione a tutti salvo nei casi in cui le rivendicazioni nazionali non rispettino fino in fondo il diritto all’autodeterminazione delle minoranze come, ad esempio, in Bosnia, una delle regioni con composizione etnica a macchie di leopardo. A questo punto, di fronte a un ginepraio inestricabile (nel Kossovo, data la percentuale di albanesi, finisce per condannare il nazionalismo serbo dopo averlo riabilitato nelle regioni etnicamente serbe, ai croati rimprovera di non riconoscere le minoranze serbe nelle Krajine, ai bosniaci musulmani rimprovera di calpestare la comunità serba ecc.), in cui tutti hanno contemporaneamente ragione e torto, Preve fa un’altra salomonica affermazione:

il fatto è che la Jugoslavia, proprio la vecchia Jugoslavia, era la soluzione meno peggio, cioè la migliore.

Dopo questa acuta constatazione, egli trova finalmente la soluzione:

perché non ci sia guerra bisogna che ci sia arbitrato; perché ci sia arbitrato bisogna che sia arbitrato, equo.

Chi debba fare questo arbitrato e con quali contenuti Preve non si degna di specificarlo. Ovviamente non può farlo per la totale fantasiosità della soluzione proposta che verrebbe rigettata innanzi tutto dai contendenti qualora dovessero considerarla. Si preoccupa però di precisare che i piani Usa e Cee contro la Serbia, la nazione che per Preve “ha le colpe minori”, non vadano avallati. Rispunta qui l’antimperialismo a senso unico del terzomondismo, quello contro l’occidente. Sarebbe interessante sapere da Preve come considera gli aiuti militari della Russia alla Serbia. Forse sono un contributo in onore della solidarietà tra i popoli? Così, con la speranza di dare a tutti il proprio stato e con l’auspicio di una pacifica risoluzione della contesa, egli chiude le sue note orientative sulla questione jugoslava.

Preve non spende una parola sul carattere di classe di questa guerra. Eppure dovrebbe ben conoscere l’analisi di Lenin sul carattere borghese di ogni guerra e le indicazioni di disfattismo rivoluzionario che scaturirono dalla sua penna durante lo svolgersi del primo conflitto mondiale.

Ma non ci si può aspettare da chi ha abbracciato la teoria della sociologia borghese sulla scomparsa delle classi sociali, che possa procedere ad una anlisi di classe dei fenomeni. Per Preve, scomparse le classi, esistono i popoli e, senza altra distinzione, esistono gli ideali patriottici che i popoli devono difendere. Quale sia il contenuto materiale di questa rivendicazione, quale impostura si nasconda per il proletariato dietro la bandiera nazionale, quali atroci sofferenze comportino per quest’ultimo i disegni nazionalistici della borghesia, Preve fa finta di non saperlo. Egli non si accorge neanche della terribile divisione che la guerra porta nel movimento operaio. Così, al posto di chiamare all’unità il proletariato di ogni nazione e di ogni etnia, al posto di appellarsi alla solidarietà internazionale di classe, al posto di lavorare per ridare speranza ai lavoratori martirizzati dalla guerra, si limita a scimmiottare il socialsciovinismo degli esponenti della Seconda internazionale.

Carlo Lozito

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.