Saggio medio del profitto e prezzo di produzione

Alla pubblicazione postuma del terzo libro del capitale, gli economisti e gli intellettuali borghesi del tempo fecero a gara nell'evidenziare presunti errori di Marx per concludere che tutta l'opera era da considerarsi priva di ogni qualsivoglia validità e, con essa, ovviamente, i presupposti teorici del socialismo scientifico con particolare riguardo alla teoria del lavoro-valore.

A circa un secolo di distanza e in un momento in cui il capitale, colpito da una profondissima crisi, sta mettendo a nudo più che mai le sue contraddizioni, cosi puntualmente anticipate nell'opera di Marx, la rilettura delle critiche di allora suscita la sensazione di trovarsi di fronte al topolino che assalta la montagna.

Non una delle obiezioni mosse ha trovato riscontro nella storia successiva del capitalismo.

I tenaci difensori della “libera intrapresa” avrebbero di che nascondere il viso di fronte al moderno capitalismo. Basti pensare al punto in cui è giunto il processo di concentrazione dei mezzi di produzione, oppure al puntuale verificarsi dei cicli economici in relazione al fenomeno della caduta tendenziale del saggio di profitto, o, infine, alla crescente espansione del dominio parassitario del capitale finanziario, che sottolinea il processo di decadenza del sistema capitalistico e, quindi, la sua storicità, la sua transitorietà, al pari di tutte le altre forme economiche che lo hanno preceduto.

Marx aveva derivato il percorso futuro del capitalismo dalla teoria del lavoro-valore già abbozzata dagli economisti classici ed in particolare da Ricardo, ma dopo averla sottoposta al vaglio della dialettica materialistica ed emendata dagli innumerevoli errori e contraddizioni presenti nelle precedenti impostazioni.

Oggi ci ritroviamo fra i piedi urla schiera di novelli Rodbertus (1) che trascorrono ventitrè ore della propria giornata a dichiarare il fallimento del marxismo e la rimanente ora a scrivere “saggi” che raccolgono le loro “originali tesi”.

Capita cosi che non hanno il tempo di leggere Marx, né i suoi predecessori borghesi, e si avventurano sui sentieri della più volgare menzogna, quando non della falsificazione più sfacciata.

Può capitare, quindi, che “illustri” professori accentrino la loro attenzione sul punto più controverso dell'intero Capitale, la formazione del saggio medio di profitto in relazione al processo di formazione dei prezzi, per mostrare la non coincidenza fra essi e la teoria del lavoro-valore, muovendo però, forse inconsapevolmente, contro Marx gli stessi rilievi critici che questi, per primo, mosse a Ricardo, senza darsi la minima cura di verificare le soluzioni e le analisi di Marx stesso.

Scrive C. Napoleoni:

Consideriamo due merci e, per eliminare difficoltà superflue per l'argomento che ci interessa,supponiamo che ambedue vengano prodotte mediante l'impiego di solo capitale circolante avente la durata di un anno. Per la prima merce il lavoro diretto sia pari a 80 ore di lavoro e il lavoro indiretto a 250; il lavoro complessivo è dunque 330; se i salari equivalgono a 40 ore di lavoro, il profitto sarà equivalente a 80 - 40 = 40 ore di lavoro. Per la seconda merce il lavoro diretto sia 40 e il lavoro indiretto 80; il lavoro complessivo è dunque 120; se i salari sono pari a 20 ore di lavoro, il profitto sarà pari a 40 - 20 = 20 ore di lavoro. Se è vera la teoria dei prezzi prima esposta [che essi coincidano con la quantità di lavoro contenuta nelle merci - ndr], il prezzo della prima merce dovrà essere uguale a 330 e il prezzo della seconda merce dovrà essere uguale a 120. Ma il saggio del profitto della prima merce sarà uguale al profitto annuo 40 diviso per il capitale anticipato per un anno, cioè 250 + 40 = 290, ossia il 13,8%, mentre il saggio annuo del profitto della seconda merce sarà uguale al 20%. Ciò significa che non essendo uguale il saggio del profitto per le due merci la situazione non è di equilibrio: vi sarà un deflusso di capitale dalla produzione della prima merce, nella quale il saggio del profitto è minore, e un afflusso di capitale verso la produzione della seconda merce, nella quale il saggio del profitto è maggiore; in tal modo il prezzo della prima merce aumenterà e il prezzo della seconda merce diminuirà fino a che i due saggi di profitto siano divenuti uguali. Ma, a quel punto, cioè nella configurazione di equilibrio, le due merci avranno prezzi diversi dalle quantità di lavoro in esse rispettivamente contenute
La conclusione è che, in generale, se i prezzi fossero uguali alle quantità di lavoro contenute nelle merci, non verrebbe rispettata la condizione dell'uguaglianza del saggio del profitto nelle varie attività produttive, che, come sappiamo, è una caratteristica essenziale dell'equilibrio concorrenziale; e, viceversa, se ha luogo l'eguaglianza fra i saggi del profitto, allora in generale le merci hanno prezzi diversi dalle quantità di lavoro in esse contenute. Ma se non si può accettare la spiegazione classica della formazione dei prezzi, non si può accettare neppure quella del profitto, che su quella teoria dei prezzi si fonda. (2)

L'autore in precedenza attribuisce a Marx e Ricardo, senza alcuna distinzione, l'ipotesi criticata e finge di ignorare che in realtà il primo a cogliere il limite e le contraddizioni di una simile teoria dei prezzi, elaborata da Ricardo, fu proprio Marx.

La spiegazione della formazione dei prezzi, dato un saggio medio del profitto, fornita da Marx, muove invece dall'inevitabile disuguaglianza dei saggi di profitto nelle diverse sfere della produzione a causa, oltre che della diversa grandezza dei capitali, dalla loro differente composizione organica.

E evidente, infatti, che capitali anche con uguale grandezza, ma con diversa composizione organica, abbiano saggi del profitto diversi.

D'altra parte, la formazione di un saggio medio del profitto implica che i prezzi delle merci differiscano dai loro valori. Il processo di formazione dei prezzi deve consentire, affiche capitali uguali, ma di diversa composizione, vengano remunerati in ugual misura, un livellamento dei diversi saggi di profitto e perciò necessariamente produrre divergenze fra valore e prezzi delle singole merci, divergenze che si risolvono soltanto nell'insieme del processo di produzione e circolazione delle merci.

Perciò se i profitti devono essere uguali come percentuale sul capitale durante un anno, per esempio, cosicché quindi capitali di uguale grandezza fruttino, in periodi di tempo uguali, profitti uguali, allora i prezzi delle merci devono essere differenti dai loro valori. Questi prezzi di costo di tutte le merci insieme, la loro somma, sarà uguale al loro valore. Il profitto complessivo sarà del pari uguale al plusvalore complessivo che questi capitali insieme fruttano p.es. durante un anno. Il profitto medio e quindi anche i prezzi di costo, sarebbe solo immaginario e senza fondamento se non prendessimo la determinazione di valore come fondamento. La perequazione di plusvalori in different trades non muta niente nella grandezza assoluta di questo plusvalore complessivo, ma muta solo la sua ripartizione nelle differenti trades.
La determinazione stessa di questo plusvalore risulta però solo dalla determinazione di valore mediante tempo di lavoro. Senza di essa il profitto medio è media di niente, pura fancy. (3)

Se non si vuole cadere nella trappola delle apparenze, la questione va affrontata nella sua interezza e non elaborando schemi matematici che possono dare di un fenomeno solo un aspetto e, per di più, non di rado, in apparente contraddizione col fenomeno generale.

La teoria del valore misurato sulla base del tempo di lavoro va confutata nel suo insieme e ciò implica la dimostrazione che non sia “la fatica - come dice il Galiani - l'unica che dà valore alle cose”. Ciò finora nessuno ha fatto.

Rigore scientifico esige che, una volta elaborata una determinata teoria, la si commisuri con il muoversi della realtà e non con artificiosi schemi logico-formali. Con questo metodo saremmo ancora a disputare con i peripatetici della validità del copernicanesimo.

Con ben altro rigore che non quello dei suoi moderni critici, Marx affronta la questione. Egli non mistifica la realtà per farla combaciare ad ogni costo con una teoria posta nel limbo delle idee o della “pura fancy”, ma al contrario va a vedere nel vivo il suo funzionamento.

La realtà ci dice che capitali anche complessivamente uguali, ma di diversa composizione, danno saggi del profitto diversi. Ma ci dice anche che “la fatica è l'unica che dà valore alle cose” e che non vi sarebbe capitalismo se non vi fosse la possibilità di remunerare in egual misura capitali di eguale grandezza, senza cioè un saggio medio di profitto.

Il prezzo di produzione

Se seguiamo il comportamento di un capitalista, ci accorgiamo che la soluzione dell'arcano è estremamente semplice e non contraddice la determinazione del valore mediante il tempo di lavoro.

Per calcolare il prezzo della merce prodotta, il nostro capitalista non va tanto per il sottile. Egli mette in fila tutti i costi sostenuti nella produzione, ed esattamente: la quantità di lavoro impiegata commisurata ai salari, le materie prime impiegate, la quota di macchinari consumati e tutte le altre spese sostenute. Diligentemente fa la somma di tutto ciò ed ottiene un determinato costo. Per sapere a quanto deve vendere non si rivolge al padreterno, ma aggiunge a questa somma quel tanto in più, commisurato al capitale complessivo, rappresentato dal profitto medio esistente in quel dato mercato in quel momento.

Il totale cosi ottenuto costituisce la base di determinazione del prezzo di vendita, che Marx chiama “prezzo di produzione”. Il capitalista tiene conto, cioè, del capitale impiegato complessivamente e commisura il rendimento di esso ad altri capitali della stessa grandezza. Egli non distingue nel suo capitale le parti produttive di plusvalore da quelle improduttive; non distingue tra capitale morto, che trasmette solo il proprio valore alla merce senza nulla aggiungervi, e quello vivo che invece ne aggiunge; considera bensí tutto l'insieme come la fonte del surplus che gli spetta, pertanto aggiunge al capitale complessivo anticipato questo surplus e si riterrà soddisfatto solo quando avrà realizzato almeno quanto,mediamente, viene realizzato da altri capitali di uguale grandezza.

Egli usa come parametro un dato medio che non può che essere il prodotto di una media, ed esattamente la media dei profitti annui riferiti ad un capitale di media composizione e non al suo specifico, nella sua particolare composizione.

Il saggio del profitto è determinato da due fattori:
1. dalla composizione organica dei capitali nelle diverse sfere di produzione, e quindi dai diversi saggi del profitto ad esse corrispondenti;
2. dalla ripartizione del capitale complessivo sociale in queste diverse sfere...
Se la composizione del capitale sociale medio è di 80 c + 20 v e il saggio del plusvalore annuo pv' è del 100%, il profitto medio annuo per un capitale 100 sarà 20 e il saggio del profitto annuo sarà 20%. Qualunque sia il prezzo di costo k delle merci annualmente prodotte da un capitale di 100, il loro prezzo di produzione sarà k + 20.

Marx, Capitale-libro 3o cap. 9o

Questa è l'unica base reale di determinazione del valore della merce dal punto di vista del capitalista: che al costo di produzione sia aggiunto quel 20 riferito al suo capitale di 100. Tanto se il suo capitale sia composto da 80 c + 20 v che da 70 c + 30 v, egli reclama un profitto di 20, anche se soltanto nel primo caso è effettivamente di 20.

Nelle .sfere di produzione in cui la composizione del capitale è (80 - x)c + (20 + x)v, il plusvalore realmente prodotto, ovvero il profitto annuo in una di esse, sarà 20+x, cioè maggiore di 20, ed il valore delle merci prodotte sarà k + 20+ x, maggiore di k + 20, ovvero maggiore del loro prezzo di produzione. Nelle sfere in cui la composizione è (80 + x)c + (20 - x)v, il plusvalore annualmente prodotto, ovvero il profitto sarà 20-x, quindi minore di 20; e perciò il valore delle merci K + 20-x sarà minore del prezzo di produzione, rappresentato da k + 20.
Prescindendo da eventuali differenze nel periodo di rotazione, il prezzo di produzione delle merci sarebbe pari al loro valore soltanto in quelle sfere in cui la composizione del capitale fosse per avventura 80 c + 20 v.

Marx - Capitale - libro 3o cap. 9o

Inconsapevolmente, ogni capitalista determina il prezzo delle merci nell'unico modo possibile per il funzionamento dell'intero sistema.

Se i prezzi venissero determinati nel modo ipotizzato dai classici premarxisti, cui Napoleoni fa riferimento, non tanto la teoria del valore-lavoro sarebbe vanificata, ma l'intero sistema capitalistico non esisterebbe.

Nella pratica capitalistica la remunerazione di differenti capitali avviene mediante ripartizione del plusvalore tra le diverse sfere della produzione, indipendentemente da quello effettivamente prodotto in ogni singola sfera. Poiché si producono merci diverse, i capitali non possono essere che di diversa composizione e, pertanto, avere diversi saggi del profitto. La remunerazione del capitale non può quindi essere riferita alla quantità di forza-lavoro impiegata nella singola impresa, ma al capitale complessivamente impiegato.

Abbiamo dunque che, mentre il plusvalore complessivo è direttamente proporzionale alla quantità di forza-lavoro impiegata, la sua ripartizione avviene in proporzione alla grandezza dei singoli capitali come se avessero tutti una composizione uguale a quella media.

Ciò non è in alcun modo in contraddizione con la teoria del valore-lavoro; al contrario, è il modo specifico di ripartizione del frutto dello sfruttamento della forza lavoro nella società capitalistica.

In tutti i rami di produzione in cui il rapporto... tra capitale costante e capitale variabile è massimo, le merci sono vendute al di sopra del loro valore, mentre in quei rami di produzione il cui rapporto tra capitale costante e capitale variabile, ossia c/v, è minimo, le merci sono vendute al di sotto del loro valore, e soltanto quando il rapporto c/v tocca una determinata grandezza media, le merci vengono vendute al loro vero valore... Una tale divergenza di singoli prezzi dai loro rispettivi valori costituisce una contraddizione con il principio del valore? Niente affatto. Giacché per il fatto che i prezzi di alcune merci superano il loro valore esattamente di tanto quanto i prezzi di altre merci scendono al di sotto, la somma totale dei prezzi rimane uguale alla somma complessiva dei valori.... e, in ultima istanza la divergenza scompare. La divergenza è un fatto perturbatore e nelle scienze esatte un fatto perturbatore calcolabile non è mai considerato tale che possa infirmare una legge. (4)

Soltanto nelle società pre-capitalistiche la ragione di scambio è determinata sulla base della quantità di lavoro direttamente impiegata nella produzione da ciascun produttore. Ma siamo in una fase in cui la produzione è ancora produzione semplice e lo scambio è ancora quasi al livello di baratto.

Lo scambio interessa generalmente i pochi prodotti eccedenti i bisogni familiari dei produttori che conoscono perfettamente il tempo di lavoro mediamente necessario a produrre. Il contadino dà all'artigiano e l'artigiano al contadino commisurando il valore dei rispettivi prodotti unicamente sulla base del tempo di lavoro che è stato necessario a produrli, né poteva essere diversamente poiché, dato lo scarso sviluppo delle forze produttive, le merci erano fatte essenzialmente di lavoro vivo. I prezzi, allora, non potevano non coincidere con il valore delle merci.

Ed è proprio l'esistenza di questa primitiva coincidenza che ingannò Smith prima e Ricardo poi, fino ad indurre il primo a buttar via, insieme ai panni sporchi, anche il bambino. Smith vide nella successiva non coincidenza fra prezzi e valori la fine della legge del lavoro-valore e attribuí la formazione del plusvalore alla divisione del lavoro, più che allo sfruttamento della operaia.

Ricardo sfiorò più volte la soluzione, ma anch'egli rimase, tutto sommato, schiavo del passato e invano tentò di elaborare una teoria dei prezzi coincidenti con i valori delle merci. Ad entrambi sfuggiva un intero processo storico che aveva portato lo scambio delle merci nella società capitalistica ad essere qualcosa di profondamente diverso rispetto alle società precapitalistiche.

Tutta la difficoltà consiste nel fatto che le merci non vengono scambiate semplicemente come merci, ma come prodotti di capitali, che, in proporzione alla loro grandezza, pretendono una eguale partecipazione alla massa complessiva del plusvalore. (5)

Questa è la sostanza della nuova realtà che doveva essere compresa. Ma i processi della storia si comprendono soltanto valendosi di un metodo che sia capace di cogliere la realtà nel suo movimento contraddittorio e nella sua complessità e non sulla base di metodi logico-formali che conducono inesorabilmente ad appuntare l'attenzione su un aspetto solo dei fenomeni osservati, com'è proprio del metodo matematico, di cui tuttora gli economisti fanno abbondante uso ed abuso, senza mai rilevare il limite di questo metodo, che è dato dalla sua impossibilità a rilevare nei fatti economici il fatto storico.

Il saggio medio del profitto non si forma nella testa degli economisti, né in qualche sistema di equazioni ben riuscito, ma è il risultato del processo di gestazione, di nascita e di crescita del sistema capitalistico. Bisognerà aspettare la formazione di un capitale commerciale e lo sviluppo degli scambi in un'area ben più vasta delle unità economiche chiuse precapitalistiche, perché nascesse un problema di livellamento dei profitti e la sua soluzione.

Bisognerà aspettare la nascita del commerciante, perché avvenisse quella profonda rivoluzione nello scambio per cui i prezzi non fossero più pari ai valori, ma determinati in basealla ripartizione del plusvalore in ragione del capitale.

Il commerciante rappresentò l'elemento rivoluzionario in questa società nella quale altrimenti tutto era statico, stabile, per cosi dire, per eredità: nella quale il contadino acquistava non solamente il suo podere per eredità e in modo quasi inalienabile, ma anche la sua posizione di proprietario libero, di colono libero o dipendente o di servo della gleba; l'artigiano della città acquistava il suo mestiere ed i suoi privilegi corporativi, ed ognuno di essi, per di più, la sua clientela, il suo mercato, come pure la sua capacità di lavoro acquisita fin dalla giovinezza, in vista della professione che avrebbe dovuto ereditare. In questo modo fece la sua apparizione il commerciante, che doveva essere la causa della rivoluzione. Ala non come un rivoluzionario cosciente; al contrario come carne della sua carne, sangue del suo sangue. (6)

Ovvero come prodotto del suo tempo.

Il commerciante del Medio Evo non si muove su base individualistica ma su base associativa, retaggio della associazione di marca “derivata dal comunismo primitivo”. (7)

In ogni comunità economica i commercianti costituiscono associazioni con regole molto precise il cui fine è la divisione “pro-rata” dei profitti.

I Veneziani e i Genovesi nei porti di Alessandria di Costantinopoli, ogni nazione nel proprio fondaco formavano delle associazioni commerciali complete, chiuse ai concorrenti e ai clienti, essi vendevano a prezzi concordati, le loro merci avevano quantità determinata garantita da un controllo pubblico e spesso da un marchio, essi stabilivano insieme i prezzi da pagare agli indigeni per i loro prodotti, ecc... guai a chi avesse venduto al di sotto o comprato al di sopra del prezzo! Noi incontriamo qui per la prima volta un profitto ed un saggio di profitto. (8)

Questo primitivo saggio medio ha dimensione locale, ma ben presto, con lo sviluppo del commercio, travalicherà i primitivi confini per interessare tutte le aree commerciali e ciò avverrà per effetto della concorrenza.

Se Alessandria offriva alle merci veneziane un profitto maggiore che Cipro o Trebisonda, i veneziani impiegavano un capitale maggiore in Alessandria e lo ritiravano dal commercio con gli altri mercanti. (9)

Successivamente l'ulteriore sviluppo delle vie commerciali conseguente la scoperta dell'America e l'intervento diretto degli Stati nel commercio internazionale, decretarono la fine delle associazioni commerciali chiuse. I compiti a queste ultime assegnati risultarono ben presto assorbiti dagli Stati ed il commerciante non ebbe più il bisogno di associarsi con altri, ma poté muoversi su base individuale, accentuando cosi la concorrenza e di conseguenza il livellamento del saggio del profitto. Il livellamento dei profitti provocò la riduzione dei profitti dei singoli commercianti spingendoli cosi a modificare la propria attività e ad intervenire direttamente nella produzione, allo scopo di recuperare in questa fase più ampi margini di profitto.

Abbiamo cosi la progressiva sottomissione degli artigiani al capitale commerciale che diviene di conseguenza anche capitale industriale.

Il commerciante fornisce all'artigiano le materie prime, poi anche gli attrezzi e preleva i prodotti finiti ad un prezzo prestabilito. Il prezzo di vendita inizia a determinarsi come somma di diversi fattori, di più costi che il commerciante sopporta, ma già con l'acquisizione di un saggio medio di profitto.

In tal modo si compie, per tutto lo scambio in generale, la trasformazione dei valori in prezzi di produzione. Questa trasformazione si compie dunque spontaneamente secondo delle leggi obbiettive, senza che gli interessati se ne rendano conto o Io vogliano. Il fatto che la concorrenza livelli i profitti che eccedono il saggio generale del profitto al livello comune e sottrae così il plusvalore che supera la media al primo che se lo è appropriato, non offre perciò alcuna difficoltà teorica, tanto più però ne offre nella pratica, poiché le sfere di produzione che producono un plusvalore superiore alla composizione di capitale inferiore, sono precisamente quelle che, per loro natura, vengono assoggettate più tardi e nel modo più incompleto al sistema capitalistico; soprattutto l'agricoltura. AI contrario, l'aumento del prezzo di produzione al di sopra del valore delle merci, necessario per elevare al livello del saggio medio di profitto il plusvalore inferiore alla media, contenuto nei prodotti di sfere a composizione organica elevata, mentre sembra presentare teoricamente molte difficoltà avviene, come abbiamo visto, nella pratica, con la massima facilità e rapidità. Infatti, quando le merci di questa classe cominciano ad essere prodotte secondo il sistema capitalistico ed appaiono nel commercio capitalistico, esse entrano in concorrenza con merci della stessa natura e fabbricate secondo i metodi pre-capitalistici, e, per conseguenza, più care. (10)

Questo compito è assolto oggi dalla grande industria mediante l'organizzazione monopolistica e con la garanzia della potenza imperialistica degli Stati.

L'innalzamento del prezzo di produzione al di sopra dei valori nei settori a più elevata composizione organica del capitale è reso possibile dal perfezionamento del dominio monopolistico, quale base economica del moderno imperialismo, su scala mondiale.

La stessa crisi che il capitalismo sta vivendo mostra i segni della lotta accanita tra i maggiori paesi industrializzati a danno di quelli più deboli per l'accaparramento del plusvalore necessario ad innalzare, proprio nelle economie caratterizzate da una composizione organica molto elevata del capitale, il profitto a livello del saggio medio generale.

L'impero americano - scrive Giorgio Ruffolo su Repubblica del 18/6/1981 - è ormai da oltre un decennio una grande forza destabilizzatrice dell'economia mondiale. L'attuale onda inflazionistica non trae origine dalla crisi petrolifera, ma dall'invasione del dollaro. Tra il 1970 e il 1972, come ricorda Triffin, le riserve mondiali per effetto di quella inondazione triplicarono con un aumento “pari a quello di tutti i secoli precedenti, da Adamo ed Eva”. La crisi petrolifera è stata molto più l'effetto che la causa dell'inflazione. Oggi, per domare la propria inflazione interna, e al tempo stesso riconquistare una posizione militare ed economica egemonica, l'America di Reagan lancia una nuova sfida. Alla “negligenza benevola” che lasciava marciare per il mondo “legioni di dollari senza comando” (Jenkins) è subentrata la maligna indifferenza con la quale, attraverso una politica monetaria di tassi di interesse vertiginosi, si pompa un dollaro extra-forte, incuranti dello sconquasso che ne deriva per gli alleati.

È l'America - lo Stato più forte, che dispone delle tecnologie più avanzate, delle imprese più grandi che operano sul mercato mondiale e a più elevato contenuto di capitale costante - che viene individuata come il motore della crisi mondiale ed accusata di scaricare sui più deboli le proprie difficoltà. Ieri invadendo il mondo con dollari truccati; oggi innalzando il cambio del dollaro con alti tassi di interesse ed imponendo tosi, sui prezzi delle merci e delle materie prime, un sovrapprezzo, un di più, che si trasforma direttamente in maggiore acquisizione di plusvalore per l'industria americana, di quanto ne abbia effettivamente prodotto.

Anche qui non sorgono né problemi teorici né pratici: il prezzo di produzione viene semplicemente innalzato oltre il reale valore delle merci ed il plusvalore complessivo, questa volta su scala internazionale, viene distribuito in ragione del capitale complessivo, senza che ciò entri in contraddizione con la teoria del valore-lavoro, anzi confermandola, poiché questi comportamenti confermano che il plusvalore è figlio dello sfruttamento del solo lavoro, tanto che laddove il rapporto tra capitale costante e capitale variabile ha raggiunto certe dimensioni, più intensa si fa la ricerca di extra-profitti a danno delle economie più deboli; avremmo comportamenti diversi se fosse il capitale costante a generare tutto o in parte il plusvalore. Ma a parte queste ultime considerazioni, quel che ci preme sottolineare è la perfetta aderenza dell'analisi marxista del processo di formazione del saggio medio del pro-fitto ai processi reali della vita del sistema capitalistico.

In questo senso la teoria marxista dei prezzi è essenzialmente la spiegazione di un processo reale, contraddittorio, tuttora operante e alla luce del quale si spiegano e si sostanziano i tratti caratterizzanti non solo il capitalismo di sempre, ma anche e soprattutto quello dei nostri giorni.

Il capitalismo monopolistico, l'imperialismo, in una il processo di concentrazione dei mezzi di produzione, si ritrovano interamente nel quadro dell'analisi complessiva del capitalismo compiuta da Marx, senza che alcuno di questi tratti entri in contraddizione con la premessa fondamentale: la teoria dei valore determinato mediante il tempo di lavoro.

Al contrario, ognuno di questi momenti della vita del sistema riconduce alla teoria generale dandole splendida conferma.

Le stesse risposte che il capitalismo su scala mondiale ha dato alla crisi attuale sono univocamente tese al ripristino, nelle economie più avanzate, di saggi di profitto più alti, poiché, a partire dalla fine degli anni Sessanta, come ha comprovato Sylos Labini (11), sono costantemente ed inesorabilmente discesi.

Il ripristino è stato tentato ovunque secondo uno schema ben preciso.

Da una parte si è compresso il salario, e con esso i consumi interni; dall'altra si sono accentuati i processi di ristrutturazione dei sistemi produttivi, in modo da intensificare lo sfruttamento della forza lavoro, ottenendone merci meno costose rispetto a quelle prodotte da altri con sistemi meno avanzati e si è ovunque puntato all'aumento delle esportazioni, realizzando quello spostamento di plusvalore fra le diverse economie e sfere di produzione che rende possibile la formazione di un saggio medio che, nel capitalismo moderno, non può che avvenire su scala mondiale.

In particolare sono state e sono oggetto di attenzione le aree ricche di materie prime e mano d'opera a basso costo, ma tecnologicamente poco sviluppate, con composizione media del capitale piuttosto bassa.

Si assiste quotidianamente ad una vera e propria guerra commerciale fra i paesi industrialmente più avanzati, per l'accaparramento di queste aree, che è giunta al punto di veder lacerate consolidate alleanze ed imprimere al corso degli eventi una spinta inesorabile verso la guerra mondiale.

Illuminanti risultano i comportamenti delle due maggiori potenze verso i loro alleati. Entrambi i colossi mettono a dura prova i paesi “fratelli e amici”, operando in modo tale da colpire le loro capacità di produrre merci che possano competere con le loro, facendo pesare tutta la loro forza imperialistica. Gli Americani con la crisi del petrolio prima, poi con la speculazione sulle materie prime, quasi per intero sotto il loro controllo, e infine con continue speculazioni valutarie, hanno imposto alle economie dei paesi alleati dei veri e propri salassi, raggiungendo il duplice scopo di sottrarre ad essi quote crescenti di plusvalore e nel contempo di avere merci più competitive.

I Russi fanno, con mezzi meno sofisticati, la stessa cosa, tant'è che i loro satelliti sono ridotti in alcuni casi letteralmente alla fame.

Come vediamo, il processo descritto da Marx non solo si ritrova interamente su scala nazionale, ma lo ritroviamo ulteriormente generalizzato a livello mondiale.

Lo spostamento di plusvalore, oltre che dai settori produttivi a più bassa composizione, verso quelli a più elevata composizione, avviene ormai a livello internazionale dai paesi meno industrializzati verso quelli più industrializzati e in generale da quelli con una composizione organica media più bassa verso quelli con una più alta. Il fenomeno è tanto evidente che le sue conseguenze vengono ormai apertamente denunciate, non solo dal già citato Ruffolo, ma anche direttamente dai rappresentanti ufficiali dei paesi europei. Si può quindi con ragione sostenere che la crisi, accelerando ed evidenziando le contraddizioni del sistema capitalistico, ha confermato:

  1. che il plusvalore è unicamente prodotto dal capitale variabile, tant'è che l'origine della crisi viene individuata nei paesi più avanzati;
  2. che i paesi con composizione organica media più elevata compensano i saggi di profitto più bassi imponendo su scala mondiale una ripartizione del plusvalore in ragione non della sua effettiva produzione, ma della grandezza dei capitali;
  3. questo sistema di compensazione non ha avuto bisogno di essere “inventato” durante la crisi, ma si è solo evidenziato, tant'è che si concretizza mediante processi tutti già noti e pertanto da ritenersi propri del sistema capitalistico.

Le “nuove” teorie del plusvalore

La concezione oggi di moda che il surplus scaturisca dalla combinazione della forza lavoro con lo sviluppo tecnologico che il sistema capitalistico incessantemente ha accolto nei processi produttivi si è fatta strada come risposta alla scuola marginalistica.

Fra quest'ultima, alcuni avevano definito il profitto come il prezzo di un qualunque bene apportato nell'attività imprenditoriale dall'imprenditore quali l'interesse sul capitale e il rischio dell'impresa; altri, i più, come il prodotto di quella particolare capacità dell'imprenditore di creare situazioni entro le quali il prezzo supera il costo marginale (costo dell'ultima unità prodotta) o che il costo marginale risulti inferiore a quello di imprese simili.

La creazione di tale differenza fra prezzo e costo marginale è quella che più caratterizza le funzioni dell'imprenditore. Imprenditore è colui che, oltre ad assumere l'alea della produzione, crea una nuova impresa, ovvero apporta innovazioni e adattamenti a quelle già esistenti. In seguito a queste innovazioni, si forma una differenza temporanea fra prezzo e costo marginale, la quale costituisce il profitto. (12)

Ne discende che il profitto può esistere soltanto in assenza di equilibrio. Se si fosse comprovata la possibilità che in regime di equilibrio le imprese avessero potuto ottenere un surplus, un profitto, è evidente che la teoria marginalistica ne sarebbe uscita battuta, in quanto si sarebbe smentito il carattere temporaneo del profitto.

A questo compito ha atteso P. Sraffa approdando però, più o meno consapevolmente alle tesi che furono già, per esempio, di Graziadei, secondo cui:

I prodotti ed il loro aumento siano dovuti non solo e non tanto al lavoro puro, quanto al lavoro accompagnato dal capitale tecnico, e da un capitale tecnico in progressiva trasformazione. Più precisamente, abbiamo constatato che, per la associazione del lavoro vivente e del capitale tecnico, il sovra-prodotto complessivo - cioè il reddito netto della classe capitalistica - è in ogni dato momento di gran lunga maggiore di quello che risulterebbe da un sopralavoro sprovvisto di mezzi tecnici, o fiancheggiato da mezzi tecnici meno produttivi. (13)

A tale conclusione Oraziadei giunge a seguito di una serie di “prove” aritmetiche alquanto infelici e banali che, per ragioni di spazio, lasciamo volentieri nei suoi testi ormai ingialliti sotto l'effetto del tempo che è inesorabile con tutto ciò che è astrattezza gratuita quando non pura e semplice presunzione.

Il sistema proposto da Sraffa, per quanto - come egli stesso avverte nella Introduzione del suo “Produzione di merci a mezzo di merci” - è concepito “cosi da poter servire da base per una critica di quella teoria” [della teoria marginale del valore - ndr] - mentre, indubbiamente, raggiunge l'obbiettivo di dimostrare che il profitto non è fatto occasionale, frutto di abilità nel creare condizioni di rendita, ma che scaturisce dal-normale funzionamento del sistema, ottiene però il risultato mediante la costruzione di un sistema di equazioni - di un sistema matematico - che alla fine coincide con quel particolare modo, parziale ed angusto, di guardare ai processi economici, proprio del capitalista.

Il sistema, di cui in nota diamo la formulazione più semplice, ricostruisce i nessi fra produzione e distribuzione cosi come essi si presentano nel sistema economico, e cioè come un insieme di relazioni fra merci per la produzione di altre merci, dove le incognite prezzo e profitto si risolvono, necessariamente, l'una in relazione dell'altra ed entrambe in relazione con le quantità prodotte. (14)

Salario e capitale perdono, pertanto, ogni caratterizzazione storica per entrare in un'unica indistinta categoria economica, la merce, che genera nuova merce.

Chi volesse rintracciare in questo sistema la relazione di sfruttamento che esiste fra capitale costante e capitale variabile, viene a trovarsi nel labirinto delle apparenze - contro cui Marx metteva in guardia - in cui il surplus, per il fatto che si cristallizza, e si evidenzia solo quando l'intero ciclo D-M-D' è interamente compiuto, appare formarsi a valle e non a monte del ciclo economico come un fantasma che tutti conoscono, ma che nessuno sa esattamente cosa sia.

Il saggio medio, in quanto medio, come abbiamo visto nell'analisi marxista, non può aversi che nella circolazione delle merci, poiché soltanto in questa fase è possibile quella redistribuzione del plusvalore già estorto nella produzione, che consente di compensare i prezzi di produzione più bassi.

La rappresentazione matematica del processo, qualora non sia sostenuta da una analisi che consenta di distinguere funzioni e natura dei fattori della produzione, introducendo nel fatto economico l'elemento storico, non riconducibile per sua natura a dato matematico, ci mostra della realtà il movimento apparente. Come un film, ci dà del movimento la sua rappresentazione più immediata, ma senza cogliere - né potrebbe - i fattori che, in relazione dialettica fra loro, quel movimento determinano.

In questo particolare film, il profitto appare non come il frutto della relazione fra capitale costante e capitale variabile, cioè unicamente come la quantità di lavoro di cui i capitalisti, nel loro insieme di classe, si appropriano, ma, in quanto frutto per ciascun capitalista di redistribuzione, anche relazione fra i diversi capitali complessivi e quindi anche fra i diversi capitali costanti.

Per il capitalista, effettivamente, il profitto deriva in parte dallo scambio delle sue merci con quelle prodotte da altri suoi colleghi e perciò gli appare come il frutto di questo scambio o come prodotto del capitale.

La differenza essenziale tra la spiegazione classica e quella contemporanea [quella di Sraffa - ndr] è che mentre la prima cerca (senza riuscirvi) di definire il residuo come una quantità di lavoro, la seconda lo definisce come un insieme di quantità di merci, e riesce a farlo proprio perché sposta la sua attenzione dalla singola industria al sistema nel suo complesso. (15)

Ma questa visione è solo in apparenza visione della realtà nella sua complessità; in verità è la visione della realtà dal punto di vista del capitale.

Il capitalista non vedrà mai quel che in una merce si incorpora, ma vede, e vedrà, solo la merce come prodotto del capitale.

Il capitalista singolo (oppure il complesso dei capitalisti di ogni specifica sfera della produzione) il cui campo visuale è limitato, crede a ragione che il suo profitto non derivi unicamente dal lavoro utilizzato da lui o nella sua branca produttiva. Questo è senz'altro esatto per quel che riguarda il profitto medio. Sino a qual punto tale profitto derivi dallo sfruttamento totale del lavoro fatto dal capitale complessivo, ossia da tutti i capitalisti suoi colleghi, per lui è in ogni caso un mistero; a maggior ragione in quanto gli stessi teorici borghesi, gli economisti politici non l'hanno ancora svelato. Il risparmio di lavoro - non solo del lavoro che occorre per un determinato prodotto, ma anche del numero di operai utilizzati - la più grande utilizzazione di lavoro morto (capitale costante) - sembra un'operazione senz'altro giusta dal punto di vista economico e, a priori, non pare influisca assolutamente sul saggio generale del profitto e sul profitto medio. In qual maniera quindi il lavoro potrebbe essere la fonte unica del profitto, dato che la diminuizione della massa di lavoro necessaria alla produzione non solo non sembra influisca sul profitto, ma pare anche che in alcune condizioni sia la fonte prima di aumento del profitto, almeno per quel che concerne il capitalista singolo? (16)

Un sistema matematico, nel proporci un saggio del profitto, in ogni impresa, pari a quello medio, in relazione alla formazione di certi prezzi, non può dirci se le singole merci che compongono l'insieme, nei loro movimenti, abbiano ceduto o acquistato parte di quel contenuto che è in esse. Esso ci offre un risultato che dice che sono possibili, in posizione di equilibrio, un profitto e un saggio medio del profitto, che è possibile, cioè, la formazione di un surplus senza rottura dell'equilibrio economico, contraddicendo le teorie marginaliste che necessariamente, date le premesse, devono considerare il profitto unicamente possibile in posizione di non equilibrio. Ma di più non può dire, senza trarre a sua volta in inganno.

Accade, per Sraffa, quello che, in questi nostri tempi di adorazione dei calcolatori, è accaduto ai modelli econometrici quando si è voluto trasformarli, da strumenti capaci di ampliare le possibilità di conoscenza umane a veri oracoli da cui attingere la previsione del futuro.

Le previsioni sono risultate sempre inesatte per il semplice fatto che il modello econometrico, supposta una variazione di uno o più fattori, non può che riproporla, nelle sue ripercussioni quantitative, all'intero sistema, discostandosi cosi dalla realtà, dove invece si determinano, ad ogni variazione di un fattore, tutta una serie di movimenti e modificazioni nei comportamenti dei soggetti economici, che nessun calcolatore potrà mai rilevare e anticipare.

Se in un sistema matematico spostiamo, per esempio, la quantità di merci che rappresentano il salario (visto che il salario appare come una quantità di merci che i lavoratori consumano e quindi la forza lavoro erogata come pari a questa quantità di merci senz'altra distinzione) verso uno degli altri fattori della produzione, nel caso di Sraffa visti anch'essi come insiemi di merci; se, cioè, in un sistema diminuiamo il ferro, per cosi dire, consumato dagli operai trasferendolo sotto un'altra qualsiasi voce, il risultato,ferme restando le quantità, non cambia.

Altresì se aumentiamo solo il ferro consumato nel sistema, lasciando invariato il salario, anzi le quantità di merci che lo rappresentano, il prodotto complessivo risulterà aumentato della stessa quantità.

La successiva ripartizione del “residuo” potrà consentire aumenti tanto del profitto che del salario. Avremmo un incremento dei profitti pari a zero solo nel caso che tutto l'incremento vada ai salari; viceversa se andasse ai profitti.

Ma per tutta la gamma di variazioni successive alle due estreme or ora ipotizzate, avremo soluzioni in cui apparentemente non vi è relazione fra l'aumento del “residuo” e l'utilizzazione del lavoro vivo.

Vedremo il sistema esattamente dal punto di vista del capitalista e dei “teorici borghesi” che Marx ha descritto.

In realtà noi sappiamo che ogni modificazione quantitativa implica una serie di modificazioni qualitative che il modello non registra. Cosi nei nostri esempi non si colgono le modificazioni che le variazioni supposte determinano fra i diversi capitali complessivi considerati, in relazione alla loro mutata composizione organica, né il nuovo grado di intensità dello sfruttamento di forza lavoro, poiché verosimilmente quella variazione coinciderà anche con la introduzione di una più avanzata tecnologia.

In generale, allargando anche all'infinito il numero di equazioni del sistema e le variazioni quantitative al suo interno, noi troveremo, rispettando determinate proporzioni, un sistema sempre in equilibrio e sempre uguale a sé stesso.

Non avremo modificazioni nelle forme di proprietà borghesi, non avremo né monopolio, né imperialismo, né guerre, né crisi. Ma una ininterrotta crescita dove il surplus, sempre crescente, apparirà all'osservatore “neutrale” come qualcosa che “dipende dal tipo di tecnica produttiva che il sistema adopera”. (17)

Quello che sfugge al capitalista e quindi anche all'economia è che la parte del lavoro retribuito che entra in ciascuna unità di merce cambia con la produttività del lavoro, il che comporta quindi anche un mutamento nel valore di ogni singola unità,- essi non si accorgono che la stessa cosa si verifica in rapporto al lavoro non retribuito racchiuso in ogni articolo, e tanto meno se ne accorgono in quanto il profitto medio è in effetti solo per caso determinato dal lavoro non retribuito inerente alla sua sfera di produzione. Solo in tale forma primitiva e irrazionale si può intravedere ancora la circostanza per cui il valore delle merci è determinato dal lavoro racchiuso in esso. (18)

Figuriamoci poi chi non vuole, ma proprio non vuole vedere.

Giorgio

(1) F. Engels - Prefazione al libro III del Capitale - prima parte, pag. 15, Editori Riuniti.

(2) C. Napoleoni - Elementi di Economia Politica - pagg. 117-118, ed. La Nuova Italia.

(3) Marx - Teorie sul plusvalore - pag. 196, Ed. Riuniti.

(4) Fireman, citato da Engels - Prefazione cit. - pag. 21.

(5) Marx - Il Capitale, libro III - parte prima, pag. 218 , Ed. Riuniti.

(6) F. Engels - op. cit. - pag. 40.

(7) Ibidem, pag. 41.

(8) Ibidem, pag. 41.

(9) Ibidem, pag. 43.

(10) Ibidem, pagg. 47-48.

(11) Cfr. Le molte facce della crisi - Ed. Prometeo - pag. 4.

(12) Capodoglio - Lineamenti di economia - pag. 270. Ed.Cacucci.

(13) A. Graziadei - Capitale e salari - pag. 54, Ed. Mananini.

(14) Supposto un sistema con due imprese, una che produce grano, l'altra ferro, il prezzo p del ferro in termini di grano e il saggio del profitto r sono dati dalla soluzione del seguente sistema di equazioni:

(280 + 12 p) (1 + r) = 575

(120 + 8 p) (1 + r) = 20

P. Sraffa -Produzione di merci a mezzo di merci - pag. 8, Ed. Einaudi.

(15) Napoleoni - op. cit. - pag. 129.

(16) Marx - Capitale, libro III, capii. 9.

(17) Napoleoni - op. cit. - pag. 129.

(18) Marx, op. cit..

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.