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85 anni fa, il 30 luglio 1937, ebbe inizio in Russia la criminosa operazione “segreta” comandata da Stalin e giustificata quale eliminazione di “elementi controrivoluzionari”. Sarà chiamata l'«annata del boia». I Bolscevichi che ancora guardavano ad un possibile Ottobre internazionale, venivano accusati di essere dei «trotsksti-buchariniani (qualcuno anche “bordighiano”…) agenti del fascismo nippo-germanico».
Si stabilivano delle quote di arresto e di condanna a morte o al Gulag. Scrupolosa, l'amministrazione di polizia mostrava la propria fedeltà al nuovo regime stabilitosi a Mosca e addirittura chiedeva il superamento del numero di soggetti imprigionati o fatti sparire. Gli omicidi si succedevano a ritmo sostenuto: decine e decine di migliaia di morti, mentre un alto numero di uomini e donne – fra il luglio 1937 e il novembre 1938 – fu incarcerato, torturato, rinchiuso in campi di concentramento. Fra le vittime, anche “ex kulaki”, membri del clero, minoranze nazionali, «elementi socialmente pericolosi», individui che avevano avuto contatti con stranieri: si completavano le “eliminazioni” già iniziate nel dicembre 1934 con il pretesto dell’assassinio di Kirov. Siamo in pieno Terrore: le vittime sono anonime e innocenti, poiché bastava un niente per essere dichiarati terroristi. Ufficialmente, si trattava di una lotta al “burocratismo” e al “nepotismo” delle “cricche provinciali”, nell’ambito di una vasta “purga” burocratica. Accanto a Stalin vi era Nikolaj Yezhov messo a capo del Nkvd (polizia politica) dopo la liquidazione di Jagoda. Le cifre degli imprigionati e dei fucilati – comunque con la difficoltà di reperire fonti affidabili – sono impressionanti: secondo lo storico V. Zemskov che cita i dati statistici del sistema penale sovietico, nel 1940 furono calcolate circa 1,9 milioni di persone in carcere e nei campi di lavoro forzato. Risulta poi che le autorità sovietiche firmarono più di 600.000 sentenze di morte in soli due anni, tra il 1937 e il 1939. Nel 1990 ,V. Kriuchkov (direttore del Kgb) dichiarava la cifra – tra il 1930 e il 1953 – di 3,8 milioni di persone incarcerate. 786.000 furono condannate a morte. Lo sterminio delle purghe capeggiate da Stalin fu indubbiamente bestiale, condotto con un ferocia inaudita.
In seguito, si assisterà alla decapitazione dell'Esercito Rosso, il maresciallo Tukacevski fra i primi: si cominciò con un comunicato del Collegio Militare del Tribunale Supremo dell'URSS, che annunciava la condanna alla pena capitale di 8 imputati di «tradimento alla patria, attentati terroristici e spionaggio sistematico». Centinaia di esecuzioni si succederanno in Russia e migliaia saranno le scomparse... Venivano sterminati tutti i vecchi bolscevichi, tutta la «generazione di Lenin», una buona parte dei combattenti di Ottobre. Nel 1938 vi sarà il processo contro gli arrestati del gruppo di Rikov e di Bukharin. “Scompaiono” diplomatici, artisti, letterali, ufficiali, al seguito di una epurazione radicale di tutti i fondatori del partito bolscevico, specie nelle repubbliche nazionali, come in Georgia. Altri candidati alla fucilazione saranno i membri stranieri delle supreme istanze della I.C.: Bela Kun, Valetzki, Eberlein, Remmele, Felix Wolf, Magyar. Tutti indicati come «spioni» e «nemici del popolo». Lo denunciava Prometeo, n. 151,15/1/1938 (organo clandestino del futuro Partito comunista internazionalista che nascerà nel 1943). Gli “altri” applaudivano o tacevano. Stalin controllava personalmente ed efficacemente ogni piccolo ingranaggio del terroristico meccanismo, a cominciare nel 1928 quando Yezhov scatenò una prima campagna di terrore contro i contadini, in realtà contro quei Leninisti Bolscevichi (ufficialmente definiti “trotskysti”) che avevano lottato per preservare e rafforzare le conquiste della Rivoluzione d'Ottobre. Trotsky scrisse che “i Termidoriani del Cremlino potevano compiere tutto ciò (pestaggi e assassinii) in modo dettagliatamente pianificato, attraverso la GPU e i suoi distaccamenti”.
Nell’agosto del 1936 era iniziato un primo processo-farsa conclusosi l’anno successivo con il Plenum del Comitato Centrale: cominciò un lungo periodo di terrore forse mai visto nella storia: si ebbe in pochi anni la distruzione della generazione bolscevica che aveva condotto il popolo (proletari e contadini) alla rivoluzione.
Con l’omicidio (dicembre 1934) di Sergei Kirov, capo del partito a Leningrado, Stalin cominciò ad eliminare i “cospiratori” e le figure politiche “inaffidabili” accusandoli di “cospirazione”. Le vittime si contarono a migliaia. Stalin redigeva e forniva gli elenchi dei sospetti: fra i vecchi bolscevichi figurarono Grigory Zinoviev e Lev Kamenev, accusati di aver preparato un complotto trotzkista “controrivoluzionario” per uccidere Stalin.
Nei processi-farsa di Mosca furono esibite prove fraudolente; Yezhov torturava gli imputati con privazione del sonno, esaurimento da calore e minacce ai famigliari. Si prometteva salva la vita in cambio di “collaborazione”. Poi, fatta “giustizia”, si scoprì che i proiettili che uccisero Zinoviev e Kamenev, dopo averli estratti dalle loro teste, erano stati conservati come souvenir da Yagoda.
Stalin non solo eliminò la stragrande maggioranza di membri del partito e del governo, dirigenti delle fabbriche, scienziati e ingegneri che lavoravano alla difesa, ma anche quasi tutto l'intero corpo di comando dell'esercito. Era necessario – per Stalin – preservare il suo più assoluto controllo sopra il partito, la nazione e il movimento “comunista” piegato al servizio degli interessi “capitalistici” di Mosca. Era cominciata una operazione indispensabile per lo stalinismo al fine di procedere poi a quella “edificazione” di una adeguata sovrastruttura ideologica che giustificasse – nel nome di un “socialismo in un solo paese” – la controrivoluzione in atto ad opera del capitalismo statale. Uno Stato che non era affatto una entità metafisica, ma interpretava e sosteneva tutte le esigenze di una classe di uomini e un insieme di categorie e strutture che direttamente partecipavano alla realizzazione del profitto e alla sua divisione. Il capitalismo di Stato esprimeva tutta la propria espressione di classe potenziandosi come strumento al servizio del capitale e per un esercizio parassitario del potere economico.
Lo sterminio dell’intero gruppo dei vecchi bolscevichi fu compiuto da uno Stalin che non tollerava alcuna minima opposizione al suo “nazional-comunismo”... In seguito, in Russia calò il silenzio sulle Grandi Purghe e i capi del Bolscevismo assassinati furono dimenticati, anche con la eliminazione delle loro vedove e dei loro figli. Si scordarono – dopo falsificazioni d’ogni genere, espulsioni, torture e fucilazioni – persino i loro nomi.
Eliminando i membri del partito rimasti fedeli alla tradizione bolscevica, la posizione di Stalin si rafforzò; tutto il passato rivoluzionario e i principi del socialismo furono dimenticati, anzi, travisati e falsificati. Il sistema sociale e politico imposto alle masse russe corrispondeva agli interessi dell'oligarchia al governo, sotto gli ordini di Stalin e della sua cricca postasi al servizio della sopravvivenza e sviluppo del capitale, mascheratosi da “socialismo in un solo paese”, il quale rafforzava tutti i rapporti di produzione del capitalismo. Si esaltavano le sue categorie economiche, dal capitale al profitto, dalle merci al mercato gestito dallo Stato in termini di prezzi calcolati sulla remuneratività del capitale investito.
Dalla metà del 1928 si era materializzata in Russia una politica di forte e accelerata industrializzazione basata su di uno sfruttamento intensivo che non era minimamente paragonabile all’epoca degli Zar. Per la strutturazione del sistema, voluta da Stalin, e per la sua organizzazione, il partito fu mobilitato al seguito di una mistificata “edificazione del socialismo nazionale”. Le tensioni politiche e i contrasti sociali si erano accentuati, ma non mancava un certo entusiasmo confermato da più di un raddoppio degli iscritti (molti i giovani) al partito. Ad un reclutamento in massa, dapprima coinvolgendo gli operai nel settore industriale e poi nelle campagne, si accompagnò l’inizio di una “purga” che tra il maggio 1929 e il maggio 1930 portò all’espulsione di circa 117 mila iscritti, specie fra le cellule rurali.
Nel 1928 (VIII Congresso dei Sindacati), ogni margine di autonomia sindacale fino ad allora formalmente accettato dal partito, fu definitivamente cancellato da Stalin e dal suo gruppo. L’assillo di una produttività industriale di merci ad oltranza, secondo gli obiettivi di una esasperata pianificazione, imponeva una completa subordinazione dei Sindacati. Tomsky, contrario a ciò, fu esautorato e sostituito da Kaganovic, un fedelissimo di Stalin. L’accusa di posizioni “tradeunionistiche” macchiò ogni protesta denunciante una “violazione della democrazia proletaria”, quella che il corso politico imposto da Stalin dichiarava essere un “feticcio” che disarmava la classe operaia alla quale si chiedeva l’aumento della “disciplina del lavoro”. Seguirà la campagna per l’“emulazione socialista” e per il “lavoro d’assalto” ovvero dello sfruttamento .
Tutto l’apparato statale, compreso ciò che restava dei Soviet, era impegnato nella “lotta contro il burocratismo”: in realtà agli apparati burocratici statali si chiedeva più “efficienza, razionalizzazione e autoritarismo”.
La purga iniziata nel 1933 investì il partito con lo scopo di assicurare ad esso “una ferrea disciplina proletaria”. In un clima di forti tensioni sociali e lacerazioni politiche, in quel periodo presente in Russia, si rafforzò l’attività della esistente Commissione di Epurazione che agiva in tutte le organizzazioni di Partito e nelle varie strutture statali. In particolare, la “cattiva situazione” esistente nelle campagne esponeva le organizzazioni del Partito a tendenze “degenerative”, e per questo motivo si giustificava una ristrutturazione del Partito. Addirittura di tipo militare, con impegni ed interventi non solo sul fronte politico ma anche in quello economico della “efficienza produttiva di merci”.
Sempre più il partito si confondeva con l’apparato statale e con le varie sezioni politiche che assumevano funzioni di organi di Stato, operativo sotto il comando di una direzione politica ligia alle direttive staliniste. E con lo Statuto del 1934 si parlerà ancora di centralismo democratico, ma soffocato e annullato da una strutturazione del Partito, che ubbidiva ad una rigida segreteria onnipotente.
Le fallimentari misure politiche (comprese quelle fiscali) applicate da Stalin, in particolare nell’agricoltura, provocarono un vero e proprio disastro alimentare. La cosiddetta “collettivizzazione” forzata della terra mise in grave difficoltà gli approvvigionamenti alimentari nelle città; non solo, ma aggravò la crisi economica e politica. La produttività agricola e quella di merci, dovendo soprattutto sostenere l’industria pesante, non aumentavano a sufficienza per fornire quel plusvalore che lo Stato russo si appropriava dentro e fuori i confini. Si diffondevano, mascherate dalla propaganda patriottica del regime, povertà e ineguaglianze anche a seguito della crisi economica in quel periodo presente nel sistema capitalista mondiale. Va notato che le esportazioni di grano all’estero, mentre milioni di russi soffrivano la fame, continuavano però a ritmo sostenuto.
Stalin vedeva incombere sulla sua condotta economico-politica una serie di approfonditi dissesti: si doveva accusare – come responsabili della situazione e indicandoli quali “nemici del popolo” – tutti coloro che già si erano opposti o potevano opporsi ad un suo illimitato controllo sopra il partito, la nazione e il movimento comunista internazionale. Accusandoli come “disorganizzatori”, “sabotatori” e agenti di potenze straniere, presentandoli come dei parassiti, inquinatori, “erbacce velenose”, “immondizia da eliminare”, Stalin si spacciava per un devoto seguace della “idea marxista del socialismo” (così in fondo lo definirà poi anche Kruscev!).
Nel 1921, Lenin affrontava la difficile situazione in cui si trovava la Russia, con questa alternativa:
dieci o vent’anni di relazioni corrette con i contadini e vittoria garantita su scala mondiale (ma il ritardo delle rivoluzioni proletarie aumentava), o venti o quarant'anni di terrore.
Aut Aut. Tertium non datur. – Citato da Rogodi, 1937: l’anno del terrore di Stalin
E il terrore si abbattè sul proletariato. Poiché non era in grado di assicurare delle corrette relazioni con la classe contadina, avviando la collettivizzazione forzata per trovare una via d'uscita, Stalin finì col provocare – dal 1928-33 – una gravissima crisi economica e politica che mostrò la profonda falla nella produttività agricola e nella produzione di merci che lo stalinismo diffondeva come fosse socialismo. Tutti questi fattori, uniti alle politiche scorrette del Comintern stalinizzato, frenarono le rivoluzioni negli altri paesi – proprio nel momento in cui la crisi economica mondiale del sistema capitalista poneva le migliori condizioni storiche per la sollevazione rivoluzionaria del movimento dei lavoratori.
Per i dirigenti giunti al potere nel 1937 e negli anni seguenti, la questione della correttezza del Marxismo era di scarso interesse, e bastava ricorrere alla esibizione di qualche citazione o fraseologia marxista. Quella che stava crescendo in Russia – dove il capitalismo di Stato riorganizzava lo sviluppo della struttura economica – era una “borghesia” che aumentava i suoi privilegi e benefici e che per questo trovava in Stalin l’individuo adatto allo sterminio di ogni divergenza e opposizione.
E poiché c’è chi disegna la figura di Stalin come quella di un uomo psicologicamente malato e timoroso di essere spodestato, ecco spiegate le sue azioni criminali, in parte quasi giustificando il “periodo di Yezhov” quando la personalità di Stalin mostrò i suoi tratti patologici negativi. Quindi, tutta colpa della paranoia, una malattia mentale cronica che si esprimeva in ossessioni maniacali più che nel bisogno di preservare un fermo ed efficace controllo illimitato sul partito, la nazione e il movimento operaio internazionale.
La Storia si ripeterebbe oggi; c’è chi vede anche in Putin, e nella sua ostentata autocrazia, delle caratteristiche paranoiche: qualcuno lo ritiene una persona mentalmente instabile, un uomo malato, disturbato, isolato al centro di una cerchia di gerarchi, oligarchi e fazioni borghesi della elite russa che hanno accumulato ricchezze e privilegi di ogni sorta. Un Putin che liberatosi di ogni altro aspirante al comando, ora sognerebbe un ritorno alla potenza politica (la Grande Russia) con influenza e controllo sull’area a ovest dei confini russi (Ucraina, Bielorussia, Moldavia), magari fino ai Balcani e alla Serbia. Perché non un recupero dei territori persi nel 1918 con la pace di Brest-Litovsk che Lenin concluse senza indennità e senza annessioni: si ritornerebbe al quadro geo-politico dell’impero russo ricreato da Stalin nell’area baltica, per esempio, riunificando (e così meglio influenzando) le popolazioni slave confinanti…
Ecco quindi ora un Putin che all’ombra di un terrore… missilistico si richiama lui pure alla necessità di una “auto-purificazione” nazionale, dalla stampa occidentale avvicinata alle idee che furono di Stalin. Quindi con un altro individuo che non ha esitato un attimo a far massacrare centinaia di migliaia di esseri umani in Cecenia e in Siria, mostrando quella ferocia e brutalità che il capitalismo, specie nella sua fase imperialistica, esige dai personaggi che meglio lo rappresentano.
E nella sua visione di rilancio di una nuova Grande Russia, in effetti Putin ha dichiarato persino che l’Ucraina è stata una “nazione inventata da Lenin”…
DC(1) Yagoda diresse l’NKVD fino al 1936, supervisionando gli arresti, i primi processi-farsa e le esecuzioni dei vecchi bolscevichi Kamenev e Zinoviev. Ma proprio nel 1936, e come molti ufficiali sovietici dell'NKVD che avevano condotto la repressione politica, lo stesso Yagoda divenne vittima dell'epurazione e costretto ad interrompere il suo rapporto di lavoro con il “compagno” di tante empietà – Yezhov – che gli succedette nel settembre 1936 in qualità di Commissario del popolo per gli affari interni. Un altro criminale fra la banda che occupava il Cremlino: nel 1937 fu però arrestato a sua volta e accusato di reati di spionaggio, trotzkismo e cospirazione. Al processo confessò ogni colpa; fu dichiarato colpevole e fucilato.
(2) Yezhov era cronicamente malato; magro, soffriva di tubercolosi, miastenia, anemia, psoriasi e quella che allora era conosciuta come “nevrastenia”. Condivideva uno stretto rapporto personale con Stalin, che affettuosamente lo soprannominò “la mia piccola mora”. Anche Bukharin lo stimava, ritenendolo dotato di “buon cuore e coscienza pulita”…
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