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Home ›Sulla necessità di una iniziativa “No war but the class war”
- Nella fase attuale caratterizzata da una crisi permanente dei rapporti di produzione capitalistici, dove la caduta del saggio del profitto crea ovunque, anche se in misura diversa, problemi alla valorizzazione del capitale, ogni atto economico e politico fa parte del moderno imperialismo: dalla esportazione di capitale finanziario al dislocamento della produzione dove i salari sono più bassi; dalla speculazione che tenta di ricavare profitti nel settore improduttivo là dove in quello produttivo gli stessi profitti latitano; dalle acerrime lotte sui mercati delle materie prime a quelli monetari, dalle guerre per procura a quelle dove gli Stati sono presenti in prima persona.
- Ne consegue che alla base di episodi di guerra c'è sempre la necessità di superare i sempre più complessi problemi di un capitalismo in decadenza, qualunque sia il motivo o la scusa che l'imperialismo di turno impugna.
- Ne consegue anche che non è possibile fare la distinzione formale tra aggressore e aggredito, perché entrambi appartengono direttamente o indirettamente ad uno schieramento imperialistico. Non si sta con la Russia perché aggredita dalla Nato-Usa, né si parteggia per l'Ucraina, pedina sacrificale dell'accerchiamento USA-Nato della Russia. Un fronte dell'imperialismo vale l'altro senza possibilità di distinzioni; in caso contrario, si cade nella barbarie capitalistica, entrando a far parte, a tutti gli effetti, degli interessi contrapposti degli imperialismi belligeranti. E' quello che accade a tutte quelle formazioni che si dicono anti capitaliste o addirittura rivoluzionarie che, invece, appoggiano più o meno apertamente l'uno o l'altro fronte imperialista, magari attraverso il sostegno alle cosiddette guerre di liberazione nazionale: stalinismo, maoismo, trotzkismo, ma anche frange quantitativamente importanti dell'anarchismo e dell'operaismo. In Italia, tra gli esempi possibili, il PCL trotzkista, lo stalinista Operai contro, l'arcipelago staliniano in genere, gli anarchici che appoggiano le milizie curde nel Rojava ecc.
- Né vale l'imbelle posizione pacifista che pretende di opporsi alla guerra invocando la pace. A parte che nessun pacifismo, nemmeno quello internazionalmente oceanico contro la guerra americana in Vietnam, ha dato un minimo di risultati. Se la guerra è il risultato "naturale" delle contraddizioni del sistema capitalistico, o si abbattono le cause prime che le pongono in essere, oppure la barbarie dell'imperialismo farà il suo corso con tutte le conseguenze del caso.
- Solo il disfattismo rivoluzionario, il no alla guerra per la lotta di classe, la lotta di classe per il comunismo, possono essere il necessario argine alla guerra e alla sua barbarie.
- Ma per fare questo occorre che la classe esca dal condizionamento della propria borghesia, dall'imperialismo che rappresenta o di quello di riferimento, per tentare di essere soggetto di un progetto alternativo al capitalismo - privato, di Stato o misto - per una società che sia l'espressione dell'unione dei produttori organizzati nei loro organismi economici e politici.
- Questo e non altro è l'obiettivo del comunismo, una società a misura d'uomo, per il soddisfacimento dei bisogni di tutti e per la salvaguardia dell'ambiente.
- Ma per raggiungere questo obiettivo, oltre al muoversi della classe nelle modalità e per gli obiettivi precedentemente espressi, occorre la presenza del partito della classe, lo strumento politico senza il quale nessuna espressione proletaria, anche la più radicale, può trasformarsi in atto rivoluzionario: mancherebbero infatti una tattica e una strategia che la conducano verso l'unico obiettivo possibile contro la guerra, contro le sue crisi e contro l'imperialismo che le interpreta.
- In caso contrario, il proletariato sarebbe chiamato in prima persona a sostenere il peso dell’economia di guerra, le conseguenze devastanti della guerra stessa in termini di licenziamenti, di aumento dello sfruttamento, di fame e di morte, sia nel caso di essere nella condizione di civili che in quella più tragica di soldato al servizio della propria borghesia e dei suoi interessi.
- Già adesso i proletari russi e ucraini - oltre a subire le conseguenze economiche e sociali del conflitto - combattono e muoiono per l'oligarca Putin o per la marionetta americana Zelensky. Quelli europei devono pagare in termini di licenziamenti e di perdita del potere d’acquisto dei loro salari (almeno del 15%) a causa dell’inflazione dovuta[o aggravata dalla?] alla guerra, ma già partita nel cosiddetto post-pandemia. Quelli africani, indiani, pachistani e di altri paesi ancora rischiano la carestia e di morire di fame per l’ingordigia delle contrastanti potenze imperialiste che, per risolvere i loro sanguinosi contenziosi, impediscono a centinaia di milioni di esseri umani di sopravvivere se non altro con un pezzo di pane.
Sabato, July 16, 2022
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