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Home ›Il gioco truccato del falso internazionalismo: quando i “sinistri” si arruolano per la guerra imperialista
La guerra è uno di quegli eventi storici dietro ai quali non ci si può nascondere, su cui non si può barare: costringe a uscire allo scoperto e a mostrare senza veli la propria identità politica. È sempre stato così e lo è anche per la guerra in Ucraina.
Dal primo momento dello scoppio delle ostilità, le forze politico-sindacali che si pretendono alternative al capitalismo, hanno preso posizione su questo scontro imperialista dentro l'Europa, che rischia di trasformarsi in un immane macello, molto più grande di quanto non lo sia già, e in una spaventosa catastrofe ambientale (1). Com'era ovvio che fosse, praticamente tutta la galassia della sinistra detta radicale, ha evidenziato i propri limiti enormi, se non la propria natura controrivoluzionaria; in ogni caso, l'inabilità a porsi come reale punto di riferimento classista, quindi internazionalista, di un proletariato ancora oggetto del capitale, della sua crisi e delle guerre che ne derivano. Un proletariato che stenta, e finora molto, ad accennare risposte meno che sporadiche all'intensificazione della guerra sociale che la borghesia, da decenni, ha messo in atto nei suoi confronti. Dai sindacatini “conflittuali e di base”, alle formazioni figlie della controrivoluzione staliniana – staliniste più o meno dichiarate, trotskyste – agli “ambienti” politici discendenti da quella che fu l'Aut.op. (o di una parte di essa: per es., le “Tute bianche”), nessuno indica la necessità di porsi in una prospettiva rivoluzionaria, l'unico modo per affrontare adeguatamente e concretamente il problema della guerra e della società che la genera. Di più, il loro radical-riformismo congenito li porta, tutti quanti, a pensare di contrastare la più feroce manifestazione del capitalismo con le solite armi spuntate – ora più che mai – di una prassi sindacale che, non solo, in quanto sindacato, accetta le compatibilità economiche del capitale, ma anche la legislazione antisciopero concertata dalla borghesia e dai sindacati maggioritari una trentina d'anni fa. C'è anche chi lo dichiara apertamente. Infatti l'SGB chiama sì a contrastare la guerra, ma rispettando i vincoli di legge alle modalità di proclamazione degli scioperi. Per lo sciopero del 20 maggio, indetto da tutto il “sindacalismo conflittuale e combattivo” con i canonici quaranta-cinquanta giorni di preavviso, nel volantino distribuito il 1 maggio il sindacato in questione si appella
alle forze politiche e sociali e agli intellettuali che hanno a cuore la pace [perché partecipino allo sciopero] contro la guerra e l'economia di guerra del prossimo 20 maggio, l'unica data possibile prima dell'estate in un paese dove vige una discriminante legge antisciopero.
Ora, non siamo avventuristi “fuori di testa”, non vediamo in ogni starnuto operaio un tornado, sappiamo bene che l'apparato repressivo della borghesia è una cosa serissima, come si è visto quando dei lavoratori aderenti al sindacato USB hanno bloccato un carico di armi destinato all'esercito ucraino: di lì a pochissimo, nella sede centrale del sindacato sono “apparse” delle armi, prontamente scovate dalle forze dell'ordine, sulla base di una segnalazione “anonima”. La provocazione è stata così smaccata, da risultare quasi comica, ma non da sottovalutare, perché si è trattato solo di un minuscolo assaggio di come la borghesia vigili attentamente per far fronte ai segnali, anche sporadici e isolati, di opposizione alla guerra provenienti dalla classe lavoratrice. Non siamo avventuristi, dicevamo, ma non siamo nemmeno adoratori della normativa antisciopero e proprio perché sappiamo che solo la lotta di classe aperta, di massa può scavalcare il muro che la borghesia e il sindacalismo confederale hanno innalzato intorno alle lotte della classe lavoratrice per controllarle e soffocarle, un sindacato che fosse veramente conflittuale, che volesse sul serio guidare la classe nell'opposizione alla guerra dovrebbe avere l'onestà di dire che inginocchiandosi alla “discriminante legge antisciopero” non si fa nessuna seria opposizione né alla guerra né alle conseguenze che questa avrà (ha) sul proletariato e sugli strati sociali vicini. Gli operai (maschi e femmine) che scioperavano contro la guerra nel 1917 e nel 1943 sfidavano ben altro che multe salate: sfidavano le compagnie di disciplina (dove la morte era quasi certa), le fucilate delle forze dell'ordine borghese, la deportazione nei campi di concentramento. A nessun ministero inviarono, con settimane d'anticipo, la notifica dello sciopero e della discesa nelle strade: solo così riuscirono a impensierire molto, molto seriamente le borghesie belligeranti, fino a costringerle a interrompere la carneficina imperialista e, in Russia, a porre le basi dell'assalto rivoluzionario dell'Ottobre. Certo, oggi siamo lontani anni-luce da quel “clima” politico-sociale, non ci illudiamo, anzi, il quadro è per molti aspetti opposto.
Finora, com'è s'è detto, non solo non si sono viste significative reazioni di classe alla guerra, ma nemmeno quelle della cosiddetta “società civile”, che durante le due guerre del Golfo o l'attacco NATO alla Serbia diede vita a imponenti manifestazioni di piazza, sia pure, va da sé, all'insegna del pacifismo interclassista. Ma non si può scuotere la sostanziale passività della classe con la solita lista della spesa di fantascientifiche rivendicazioni sindacali, quali il salario garantito ai disoccupati, forti aumenti salariali accompagnati da riduzioni d'orario, imposte patrimoniali straordinarie sulle grandi ricchezze e via dicendo. Certamente, quelle rivendicazioni, se soddisfatte, costituirebbero una grossa boccata d'ossigeno per i polmoni esausti della classe lavoratrice, ma se essa, scuotendosi di dosso il torpore che la paralizza, si mobilitasse davvero su quelle “voci”, scatenando una lotta rivendicativa di massa dura e determinata, il sistema verrebbe spinto al collasso. Ovviamente, la borghesia metterebbe allora in campo tutte le sue armi (in senso letterale e figurato) per contrastare in ogni modo quell'ipotetica marea montante di lotta di classe. Il che significherebbe che la classe si porrebbe e verrebbe posta sul terreno dello scontro politico diretto con il suo nemico storico, un terreno che richiede la presenza del partito rivoluzionario, unico soggetto abilitato a guidare il proletariato nella lotta contro la borghesia: altro che sindacato! Oltre a ciò, pensare che in un'unica “tranche” - lo sciopero generale una tantum – si possa fare come se non stessimo dentro a una crisi capitalista che si trascina da mezzo secolo (riducendo fortemente i margini rivendicativi), sia possibile invertire i decenni di attacchi antiproletari che ne derivano e addirittura fermare una guerra, dà la misura di quanto il mondo del radical-riformismo abbia davvero poco da dare al proletariato, se non illusioni.
Come diciamo da sempre, questo non significa che bisogna rassegnarsi, che non c'è niente da fare, se non abbassare la testa; al contrario: da fare c'è molto, moltissimo, solo che bisogna farlo nel modo giusto, il che significa, per prima cosa, la conoscenza del terreno di scontro, cioè delle condizioni generali della società borghese, dei suoi meccanismi, per quanto il quadro che ne emerge possa apparire sgradevole ai nostri occhi. In breve, non illudere, non raccontare “balle” è la condizione preliminare irrinunciabile di ogni seria prassi anticapitalista: anche se dette in buona fede, il risultato è ugualmente disastroso.
Tra le “balle” più grosse ci sono quelle dette al proletariato per convincerlo a schierarsi su uno dei fronti imperialisti, usando un linguaggio apparentemente classista e rivoluzionario. Anche qui, fra la cosiddetta sinistra antagonista, c'è solo l'imbarazzo della scelta e le parole della collaborazione di classe sono grosso modo sempre le stesse, da oltre un secolo a questa parte:
... in questo ci sentiamo all'unisono con l'Internazionale, che ha sempre riconosciuto il diritto di ogni popolo all'autonomia nazionale e all'autodifesa, mentre d'altra parte ci sentiamo in armonia con essa nel condannare ogni guerra di conquista. Guidati da questi principi, approviamo i crediti di guerra richiesti (2).
Potremmo sostituire la frase sui “crediti di guerra richiesti”, con “l'invio di armi alla resistenza ucraina” e avremmo, nella sostanza, la posizione di tanti “sinistri”, non da ultimi i trotskysti del PCL – magari in “bizzarra” compagnia degli staliniani di “Operai contro” – che per bocca del loro segretario sostengono appunto la “resistenza del popolo ucraino” fino alle ultime e logiche conseguenze (3) ossia l'invio di armi da parte della NATO all'esercito ucraino.
Lo stesso, a parti invertite, si può dire altre parrocchie staliniste che, sempre in nome dell'autodeterminazione dei popoli e dell'autodifesa, appoggiano di fatto Putin, non meno fascistoide dell'oligarca Zelensky, con le mani non meno grondanti di sangue del suo omologo ucraino e delle potenze occidentali che lo manovrano.
Il bello, si fa per dire, è che gli uni e gli altri si appellano a Lenin, credendo di trovare nella famosa polemica con la Luxemburg a cavallo della prima guerra mondiale, gli argomenti per sostenere la guerra imperialista dell'uno o dell'altro fronte. Come se Lenin – che non escludeva in assoluto il manifestarsi di certe guerre di difesa nazionali – avesse appoggiato il tradimento della II Internazionale, invece di chiamare alla trasformazione della guerra imperialista in guerra civile contro la borghesia. In pratica, i “nostri” sinistri hanno trasformato quella che per Lenin (sbagliando) era un'ipotesi remota, un'eccezione (4), in una regola. Coerenti con se stessi, si sono incamminati sulle stesse strade della collaborazione con la guerra borghese percorse durante la Seconda guerra mondiale dai loro predecessori politici, quando chiamavano le masse proletarie a versare il sangue per la causa degli Alleati. Come facciano i sostenitori espliciti di uno dei due eserciti a stare assieme (e ad essere accettati!) con chi si oppone all'invio di armi, con chi, mentre denuncia giustamente la natura borghese dei regimi in conflitto, riconosce la validità del principio di auodeterminazione dei popoli (nel 2022!) e quindi di fatto legittima chi si muove militarmente sulla base di questo principio, è un “mistero” che ha un solo nome: opportunismo.
Per parte nostra, benché da sempre riconosciamo la maggiore lungimiranza rivoluzionaria di Lenin rispetto alla Luxemburg – che per altri aspetti era un passo o anche due indietro – riteniamo invece che, sulla questione della cosiddetta autodeterminazione dei popoli, la ragione fosse dalla parte della grande rivoluzionaria e che il suo inquadramento fosse il più adeguato per l'epoca aperta dall'imperialismo:
Dalla politica degli stati imperialisti e dalla guerra imperialista non può scaturire libertà e indipendenza per nessuna nazione oppressa. Le piccole nazioni, le cui classi dirigenti sono appendici e complici dei loro compagni di classe dei grandi Stati, non sono altro che pedine nel gioco imperialistico delle grandi potenze e durante la guerra si abusa di loro come delle rispettive masse lavoratrici, come di strumenti, per sacrificarle dopo la guerra agli interessi imperialistici (5).
Più di cent'anni fa, quando discutere di nazioni oppresse poteva avere un senso, la questione era già stata politicamente risolta, il che, per sopramercato, rende ancora più grave l'atteggiamento di chi fa come se oltre un secolo di sviluppo dell'imperialismo non ci fosse mai stato.
CB(1) Come abbiamo sempre detto – vedi le nostre numerose prese di posizione – il vero scontro è tra Russia, da una parte, e USA-Nato dall'altro, anche se giocato sul territorio ucraino.
(2) Dichiarazione della SPD a favore dei crediti di guerra, 4 agosto 1914, citata da Rosa Luxemburg, La crisi della socialdemocrazia - Juniusbroschüre (1916), in Scritti politici, Editori riuniti, 1974, pag. 449.
(3) Vedi l'intervista a Marco Ferrando concessa a Repubblica e riprodotta sul sito del PCL, pagina visitata il 4 aprile 2022. Intervista a parte, il sito contiene ovviamente altri documenti che sviluppano la posizione.
(4) In ogni caso, il proletariato avrebbe dovuto mantenere la propria autonomia politica, non si sarebbe dovuto accodare alla propria borghesia.
(5) Punto 6 dell'Appendice della Juniusbroschüre, cit., pag. 548.
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