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Home ›Nella Rete delle vecchie “soggettività” della sinistra capitalista
Ecco le tesi politiche della Rete dei Comunisti (RdC - Assemblea Nazionale 2-3 luglio). Questi pseudo “comunisti” denunciano una «involuzione incattivita del vecchio mondo» e si appellano al ruolo di una «soggettività» che sappia costruire la «dimensione collettiva organizzata dell’azione politica», da estendere possibilmente in modo democratico-costituzionale.
In qualità di alfieri del «Socialismo del XXI° secolo» intenderebbero “rinnovare” una prospettiva che – a quanto dichiarano - avrebbe avuto nel nostro bel Paese un suo preambolo con la conquista dello Stato Sociale (una delle «tutele universali» che la società borghese ci avrebbe consentito di acquisire…). Poi, di seguito, leggiamo che in Russia, dopo il glorioso Ottobre, per la prima volta nella Storia “gli ultimi” hanno rovesciato il potere (e va bene) ma poi avrebbero «costruito un diverso sistema di produzione, redistribuzione, vita. Questo non era mai accaduto, in migliaia di anni». Sia dunque ringraziato lo stalinismo…
Sarà poi la volta della Cina: “dopo Mao” si presenterebbe oggi come «alternativa all’occidente imperialista ma sulla base dell’uso dello stesso Modo di Produzione per la crescita delle forze produttive.» E – colmo dei colmi – sempre rimanendo dentro la prospettiva di un comunismo… «rinnovato»!
Va precisato, come premessa, che la «ipotesi politica e organizzativa» che anima la RdC si baserebbe sulla riconquista delle facoltà di una soggettività organizzata, con alte capacità analitiche e critiche. La RdC ce ne dà subito una prova dichiarando di lavorare nella prospettiva di un rivoluzionamento del presente modo di produzione, affinché sia in grado di meglio produrre e commercializzare (sempre più merci), assicurando un lavoro salariato per tutti i proletari. Per questo la Rete alzerebbe «la qualità dell’elaborazione, dell’azione, del metodo di analisi e di lavoro», fra l’altro con la guida di qualche eminente docente universitario… E poiché si dovrà fare i conti con il persistere e sostenere tutte le fondamentali categorie economiche del capitalismo (socializzato…), politicamente si continuerà a sostenere l’illusione di un «sindacalismo indipendente e di classe, carattere originale del nostro paese», con le spettacolari esibizioni delle RdB, poi della CUB e quindi dell’USB.
Ma c’è una scoperta sensazionale: la mondializzazione non può essere governata con una logica capitalista, cioè quella del profitto privato. Troppi i conflitti e le competizioni presenti all’interno di questa logica; le potenzialità dello sviluppo delle forze produttive devono essere trasformate in elementi positivi e conformi ad una nuova logica, quella del profitto… “popolare”! Poiché il modello capitalista è in difficoltà, la Cina ha posto alle “soggettività” raggruppate nella RdC una “questione teorica” così formulata: «un progetto di trasformazione sociale può temporaneamente utilizzare il Modo di Produzione Capitalista per determinare comunque modifiche socialiste»?
Di nuovo applausi alla Cina, capace - vedi la pandemia – di «mobilitare un apparato immenso che solo uno Stato efficiente può essere in grado di gestire»; elogi pure a Cuba che si troverebbe «all’avanguardia non solo della medicina, ma di una chiara concezione sociale dello Stato». E se la Cina si sta affermando come “potenza emergente” e la Russia come “antagonista militare”, non rimarrebbe che compiacersi per le «possibilità di orientamento che questi paesi producono su quello che era definito il terzo mondo, Asia, Africa e America Latina». Non solo: si modificherebbero le condizioni generali, «spostando gradualmente il conflitto internazionale dalla competizione economica a quella politico-militare». Soluzione, questa, che sembrerebbe aver l’appoggio della RdC, che intravvede il tanto desiderato “superamento storico” degli Usa, l’imperialismo n. 1, il più cattivo e prepotente, che contro un pacifico Stato russo organizza aggressioni economiche e militari. La RdC, a questo punto, non può certo tollerare il consolidarsi di un altro centro imperialistico, la UE, che ostacola il quieto vivere di Mosca.
Dalla manica esce l’asso vincente: solo la pianificazione permetterebbe «la tenuta e il rilancio del proprio sistema», un ibrido capital-socialismo che già sarebbe «concretamente presente in America Latina»… Infine l’ultima esibizione di capriole circensi: cavalcare le innovazioni tecnologiche che invece di creare nuova occupazione «hanno realizzato meno posti di lavoro dei licenziamenti effettuati».
Ma cosa significa ammettere che l’aumento della composizione organica di capitale riduce la presenza di forza lavoro nella produzione capitalistica? Questa è – sì – la contraddizione che mette in ginocchio il capitalismo, ma cosa accadrà invece in quel “socialismo” che per la RdC diventa una fotocopia del modo di produzione capitalistico e dei suoi rapporti sociali di produzione? Basterebbe forse correggere le “storture” che affliggono il capitalismo e che, oltretutto, sono di natura strutturale?
La funzione dello Stato
Uno Stato configurato sugli interessi prevalenti di una borghesia parassitaria non poteva che essere poco più che un comitato d’affari in cui è dilagata la corruzione, il clientelismo, il servilismo alle imprese, alle banche e agli interessi privati. Questa, per la RdC è stata fin qui la logica dello “Stato minimo”, considerato un comitato d’affari o un consiglio d’amministrazione, mentre andrebbe sostenuta – come fa la RdC - la necessità del ritorno dello Stato ad una funzione decisiva nella programmazione e nella coesione sociale del paese, impegnandolo in una politica di nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia (energia, comunicazioni, trasporti, ecc.), delle banche e delle industrie funzionali ad un sistema industriale completo, autonomo, autosufficiente e integrato - non in modo subalterno - con gli altri sistemi. Una pacifica competizione affinché vinca il migliore!
E calandosi nella “realtà attuale”, questi personaggi scoprono con la loro “soggettività intellettuale” niente di meno che la necessità di una «sperimentazione della pianificazione economica come alternativa al dominio degli interessi privati e della competitività brutale sui mercati». Ma sorge un altro problema: non è facile trovare – oggi – dirigenti politici che «sappiano guidare anche un processo “progressivo”» pur se di tipo capitalista, trovando – come ai tempi della Costituzione – «compromessi ragionevoli, indicando aspettative di emancipazione alla popolazione, definire diritti e contromisure verso il ritorno agli orrori del passato. Ciò ha riguardato i dirigenti politici come quelli industriali…» . Ora tocca alla RdC trovare dirigenti politici con senso dello Stato!
Dunque, occorrerebbe «un ricambio delle classi dirigenti» al fine di «ricostruire il paese» – come diceva Gramsci – ed immergersi in quel socialismo del XXI secolo che sarebbe “marcato” da una «caratteristica antimperialista e popolare, ispirato alla costruzione di forme radicali di democrazia diretta e partecipativa, in lotta contro ogni forma di razzismo e di sessismo, orientato a ricostruire un giusto equilibrio tra società umana e natura.»
Le forze produttive minano il capitale
Questi servi sciocchi dello sviluppo capitalistico vanno richiedendo più alti redditi per l’80% della popolazione mondiale, garantito dallo sviluppo delle forze produttive di merci di un capitalismo che la RdC vorrebbe teso verso coordinamenti e cooperazioni multilaterali a livello internazionale. Il tutto sempre con un aumento di produttività, ma con uno Stato che anziché licenziare gli operai, diventati superflui, li assumerebbe (e qui si affaccia l’ombra di Keynes e delle sue “offerte di lavoro”) per scavare buche e poi riempirle di nuovo… In più, una politica monetaria (nessuna delle categorie economiche del capitalismo ha da essere abolita!) espansiva, poiché una restrizione monetaria penalizza sia la domanda sia l’offerta aggregata… La RdC insomma vorrebbe curare i mali di un capitalismo “cattivo” stabilendo un «nuovo ordine multipolare» dove il capitale – fattosi “buono” - affratella i popoli finalmente liberi di commerciare «per il proprio mutuo beneficio»… E qui la RdC non ha dubbi: «perché l’umanità possa progredire, l’imperialismo occidentale deve scomparire dalla Storia» (Così L. Bargigli, una delle soggettività al servizio della RdC, titola un suo articolo…). Così gli altri centri imperialistici avranno mani più libere! Se tutto va al contrario, la colpa ricadrebbe solo sui circoli imperialisti occidentali, mentre quelli orientali (che imperialisti non sarebbero!) cercherebbero soltanto soluzioni in via cooperativa e negoziale. Ecco perché i primi sprofondano fra nodi inestricabili di lotta economica e militare, incapaci di praticare quel “pacifismo” in cui sono invece impegnati Russia e Cina…
Le esternazioni dei depressi pensieri che si aggirano nelle teste degli intellettuali occupati a “lisciar il pelo” (per così dire) del capitale, si rotolano nel paludoso terreno dei diritti lesi, delle lealtà infrante, dell’ideologia manipolata e delle integrità nazionali distrutte lasciando i popoli indifesi. Un ipnotico calmante, a base di apparentemente nobili argomenti, che assunto in dosi massicce mette – per il momento – in confusione e totale prostrazione ogni tentativo per altri metodi di analisi di una ben diversa realtà. Ovvero quella dei predominanti interessi materiali (in termini più chiari: affari) che spingono il capitale a mettere in movimento cannoni, carri armati e missili. Fra gli effetti collaterali aumentano le cataste di morti (a migliaia): uomini, donne, anziani e bambini.
Per questi “concretisti”, uno solo è l’obiettivo: far saltare l’anello debole dell’imperialismo, quello dell’Unione Europea che si ostina a contrastare ed isolare la Russia. Perché non allearsi invece con Mosca per contrastare gli USA? E se proprio vi sarà guerra, partecipiamo con chi combatterebbe per una «democratizzazione delle relazioni internazionali nella direzione del multipolarismo economico e politico». E al momento avanti verso l’ALBA Euro-mediterranea presentata come «proposta politica internazionalista fondata sulla solidarietà, la complementarietà e l’unità di classe tra popoli e paesi penalizzati dalla gabbia dell’imperialismo europeo.» E’ sorta finalmente «una prospettiva alternativa al capitalismo», con una rivitalizzazione addirittura non solo del «meridionalismo di Gramsci», ma anche relazionandolo con «il pensiero e le riflessioni del Che e della tradizione rivoluzionaria dei movimenti anticoloniali».
Queste le conclusioni delle analisi di uno dei raggruppamenti di pseudo “comunisti” che inseguono lo sviluppo globale di un capitalismo socializzato, e si caratterizzano con un totale asservimento agli interessi imperialistici del capitale, con i suoi assembramenti di soldati e missili che accompagnano i movimenti delle merci, indispensabili per la sopravvivenza del sistema sul quale soffiano i venti di crisi e guerre. Un sistema, il capitalismo, che aspetta il colpo mortale che solo la rivoluzione comunista saprà dargli.
Nel frattempo, gli Stati si riempiono di debiti, partecipando al globale sabba infernale in una posizione sottomessa ai creditori sempre più esigenti. Colpa della loro scarsa competitività e dei saggi di profitto in difficoltà… Nel medesimo tempo, con l’acuirsi della crisi che sta rodendo le basi stesse del capitalismo, cresce il ricorso a controlli e restrizioni nei movimenti finanziari mentre le competizioni commerciali si fanno sempre più stringenti e nei processi produttivi di merci un sempre maggior numero di mansioni diventano obsolete.
Nuovi posti di lavoro non sono che illusioni che lo sfruttamento capitalista non può più alimentare man mano che si concretizzano le enormi potenzialità produttive che i progressi scientifici e tecnologici mettono a disposizione dell’umanità. A questo punto – sempre più drammatico per il futuro stesso del capitalismo – una parte della borghesia internazionale vorrebbe giocare la carta sdrucita del protezionismo, il che fa arricciare il pelo ai grandi paesi creditori verso l’estero, a cominciare dalla Cina e seguita dalla Russia. Entrambe con capitali che reclamano la loro esportazione. Non rimane per tutti che il ricorso alla forza e alla violenza delle armi per aprirsi sbocchi ai flussi finanziari e in questa unica prospettiva si abbandonano le speranze ultime degli Stati, compresi quelli fin qui costretti a subire una espansione imperialistica americana che ora mostra segni evidenti di non poche difficoltà. Sono anni che andiamo mostrando come il capitalismo Usa – dopo aver soffocato di debiti gli Stati che al dollaro si sono asserviti – abbia sostituito all’accumulazione di capitale (produttivo) quella di un debito nazionale che, non solo negli Usa, va crescendo ovunque a vista d’occhio.
È in questa tragica realtà, dove è ormai manifesta la decadenza storica (e globale) del capitalismo, qualunque sia l’aggettivazione usata per abbellirlo, che la classe al potere (certamente ancora tenendolo ben stretto) comincia a preoccuparsi.
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