Coronavirus e disoccupazione nel migliore dei mondi, quello Usa, e dintorni

Da una una analisi riportata sul Financial Times a proposito dell’attuale occupazione negli Usa, apprendiamo che lo stesso Bureau of Labor Statistics ha scritto di una imprecisione nelle recenti “interviste” fatte sugli occupati e disoccupati, naturalmente a favore dei presunti “occupati” in realtà “assenti per altri motivi” non meglio specificati. Al punto che – con le dovute correzioni – la disoccupazione sarebbe stata in maggio superiore di 3 punti percentuali rispetto al 13,3% ufficiale, infierendo soprattutto fra i neri americani e i giovani lavoratori. In aprile il tasso negativo sarebbe stato del 19,7% invece del 14,7% ufficiale. Il Financial Times nota anche i molti che sono “scomparsi” come normale forza-lavoro, mentre l’Economist osserva con preoccupazione che forse fino al 2026 sarà difficile negli Usa ritornare ai livelli occupazionali precedenti. Un notevole pessimismo che traspare anche da alcune dichiarazioni dello stesso presidente della FED, Jay Powell. L’illusione a cui tutti disperatamente si aggrappano rimane quella di una mitica ripresa con nuovi posti di lavoro, auspicando il desiderio di un mercato del lavoro nel quale si applichino “politiche finemente equilibrate” dopo gli investimenti con “giusto” profitto…

Ancora negli Usa, nei trascorsi decenni tra il 1977 e il 2007, l’1 per cento più ricco della popolazione, da solo, si è preso quasi il 60% della crescita del reddito nazionale e il 10% dei vertici ha fatto man bassa del resto, lasciando lo 0,5% al restante 90% della popolazione. Se qualcuno, nel settore industriale, ha incrementato gli utili, lo si deve soprattutto alle riduzioni dei salari e delle prestazioni sociali. E così negli Usa – secondo l’Ufficio di statistiche del lavoro - la quota di reddito nazionale spettante ai lavoratori statunitensi è passata dal 63,3% nel 2000 al 56,7% nel 2016. Le chiusure di tante attività produttive “non necessarie” hanno avuto una ricaduta immediata e drammatica sull’occupazione. Secondo l’Ufficio del censimento americano, tra la metà di marzo e la fine di maggio, il 47% degli adulti maggiorenni – 118.530.000 su 249.171.000 – ha perso il suo “reddito da lavoro”.

Nel frattempo, l’altalena del sù e giù dei listini azionari, in ogni parte del mondo si è fatta parossistica. La loro volatilità aumenta giorno dopo giorno, con una febbre speculativa che quotidianamente fa sobbalzare i titoli. I dati macro sono disastrosi e dalle trimestrali si evidenziano, alla fine, “utili” in calo. I flussi di liquidità (con la ricca borghesia, circa il 10% del “popolo” americano, che stringe in mano l’84% delle azioni che finanziano ebbero le grandi aziende) sono corposi: il bilancio della Fed in poche settimane si è allargato ad oltre 6.700 miliardi: si parla che possa arrivare ai 10.000 miliardi di dollari entro fine anno.

Continuiamo con la lettura di giornali (come Le Monde e Il Sole-24 Ore) dove si nota la preoccupazione per le proporzioni allarmanti assunte dai livelli dell’indebitamento pubblico, in forte peggioramento sotto i colpi del corona virus. Se alla fine del 2019 si calcolava una somma mondiale di debiti pubblici e privati pari al 255% del Pil globale, ora si “suppone” di dover raggiungere alla fine del 2020 l’impressionante rapporto tra il 322% e 342% del Pil (Minenna, 2020). Cifre che ricordano quelle registrate alla fine della Seconda guerra mondiale… quando però tutti si preparavano agli appetitosi affari della “ricostruzione” di quanto era stato materialmente distrutto. Oggi non si sa che cosa “rilanciare”… di fronte ad una macchina economica che da decenni è in forte difficoltà, per metà sepolta sotto cumuli di debiti, ormai per tutti vera e propria “spazzatura”.

Ci si sta avvicinando a percentuali da capogiro per quanto riguarda le emissioni di prestiti bancari, a decine e decine di miliardi di euro e dollari: leggiamo che la compagnia Boeing ha emesso obbligazioni per 25 miliardi di dollari mentre sono dichiarati “speculativi” i rating di imprese come Renault, British Airways, Rolls-Royce, Ford, Delta Air Lines. E per molte imprese si comincia a parlare di fallimenti all’orizzonte…

Poiché l’inflazione scarseggia, il capitale (e i suoi massimi gestori) sono disperati di fronte ad un rapporto non potrà reggere a lungo. Che fare? La “fantasia tecnica” degli esperti si consuma attorno a “decolli” economico-finanziari fallimentari (comunque si cerchi di… imbellettarli!) sostenuti da traballanti stampelle che altro non possono fare che acquistare (appunto come fa la Fed e la BCE) centinaia e centinaia di miliardi di titoli pubblici. Una ulteriore dimostrazione del valore di… carta straccia che hanno questi crediti in mano alle Banche centrali! Si spacciano per “boccate di ossigeno”, ma queste mutualizzazioni dei debiti rafforzano i chiodi che stanno saldando la bara del capitale. Qualche “genio” del settore sta pensando alla trasformazione di questi debiti in una “rendita perpetua” che le Banche centrali terrebbero – a tassi di interesse… nulli - nei confronti degli Stati! Si salverebbero così anche le apparenze (Duval, 2020) mentre i più alti strati della borghesia nelle diverse nazioni si abbandonano ad arricchimenti sfrenati portando a un drammatico livello le disuguaglianze sociali (sia economiche sia… politiche!).

DC, 29 giugno 2020
Martedì, July 7, 2020