La sconfitta del primo potere proletario, instaurato dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917, fu dovuta al soffocamento e alla ritirata decisiva delle lotte operaie nell’Europa dei primi anni 1920. Il seguito è consistito in una disintegrazione politica senza precedenti nella storia del movimento operaio.

Per settant’anni il cosiddetto “marxismo” è stato l’ideologia dominante di una classe capitalista che ha sfruttato più di un terzo della popolazione mondiale in Urss, Cina, Cuba ecc. Oggi alcune di queste classi dominanti hanno abbandonato ogni pretesa di aderire al marxismo, dal momento che adottano il linguaggio del mercato. Ma questo non ha cambiato nulla per coloro che considerano il Marxismo come la base scientifica della rivoluzione della classe operaia. Dagli anni 1920 il compito di ridefinire gli elementi essenziali del Marxismo è ricaduto su piccoli gruppi di comunisti con scarso radicamento (finora) nel corpo vivo del proletariato. Fra questi gruppi pretendono di esserci i trotskisti, che sono spesso presentati come l’unica valida espressione del proletariato rivoluzionario negli ottant’anni che hanno seguito la sconfitta della rivoluzione russa. La Quarta Internazionale trotskista sostiene che

"La storia non mancherà di rilevare che è stato Trotsky, attraverso l’insieme dei suoi lavori, a dare il maggiore contributo..." (P. Franck, La lunga marcia dei trotskisti)

Anche i detrattori stalinoidi del trotskismo affermano che:

"Il Trotskismo nel corso di tre lunghi e difficili decenni ha mantenuto vivo, quasi da solo, e contro ostacoli tremendi, molti degli elementi essenziali del marxismo rivoluzionario."

La rivoluzione incompiuta

Cominciamo esaminando le basi delle leggende inventate dal movimento trotskista e dai suoi sostenitori. Le loro affermazioni entusiastiche affondano _bona fide_ le radici nel prestigio che Trotsky guadagnò come guida del Soviet di San Pietroburgo del 1905, come capo dell’Armata Rossa e come martire dello stalinismo nel 1940.

Una valida critica del trotskismo non ha niente a che vedere col metodo stalinista consistente nel dissotterrare il passato menscevico di Trotsky precedente al 1917, né tanto meno questa rinnega il contributo da lui dato, sia nella teoria sia nella pratica, alla Rivoluzione Russa stessa. Infatti, la sua analisi della rivoluzione del 1905 e della comparsa dei soviet gli consentì di prevedere la possibilità di una rivoluzione proletaria con una chiarezza che doveva convergere con le valutazioni di Lenin durante il 1917.

Ma il trotskismo come movimento politico, malgrado alcune radici che affondano nel periodo della rivoluzione, è essenzialmente il prodotto di un periodo successivo: il periodo della controrivoluzione, del quale divenne parte integrante.

In Russia il movimento associato a Trotsky nacque mentre la rivoluzione in Europa era in procinto di essere sconfitta. Il Terrore Bianco imperversava in Ungheria, i fascisti stavano conquistando il potere in Italia e gli ultimi tentativi indipendenti di una parte della classe operaia tedesca di rovesciare la borghesia si concludevano con la sconfitta nel marzo del 1921. Sebbene in seguito si siano verificati episodi esplosivi di resistenza operaia (Germania 1923, Regno Unito 1926, Cina 1927), questi restarono isolati e frammentati. Nella Russia stessa quattro anni di isolamento e di guerra civile portarono alla sostanziale eliminazione della vecchia classe operaia rivoluzionaria. L’introduzione della NEP, l’adozione da parte dell’Internazionale Comunista della tattica del “fronte unico” con la socialdemocrazia, così come la serie di alleanze politico-militari con gli stati capitalisti (trattato di Rapallo del 1922 con la Germania), mostravano come il fallimento della rivoluzione europea stesse portando alla controrivoluzione in Russia, proprio come è evidente che la notte segua il giorno. (1)

Trotsky avrebbe potuto essere scusato per non aver notato questo processo di degenerazione, ma in realtà egli stesso ne fu uno dei principali artefici. Fu lui che, avendo organizzato la vittoria dell’Armata Rossa nel 1920, in seguito concluse che alcune forme di “militarizzazione del lavoro” potevano essere estese all’intera classe operaia al fine di disciplinarla per la ricostruzione della Russia. Fu lui ad attaccare l’Opposizione Operaia al 10o Congresso di Partito (marzo 1921), che si risolse nell’interdizione di tutte le correnti dal partito. Fu ancora Trotsky ad escogitare l’alleanza militare segreta con l’imperialismo tedesco nel 1922. Se il successivo sviluppo della teoria e della pratica di Trotsky avesse comportato una rottura con questo spiacevole passato, la lotta per il comunismo avrebbe potuto prendere un’altra direzione. In realtà, dal 1923 in poi, Trotsky non solo non riuscì a riconoscere questi errori ma, al contrario, li trasformò proprio nel substrato teorico delle sue successive idee, come dimostra un’analisi della sua “opposizione” allo stalinismo.

L’Opposizione di Sinistra e l’Opposizione Unificata

La cosiddetta Opposizione di Sinistra che nacque alla fine del 1923 era soltanto indirettamente legata a Trotsky che, al tempo, non vi si identificava, malgrado gli oppositori accogliessero positivamente il _Nuovo Corso_ di Trotsky, appena pubblicato. Contrariamente alla leggenda, questa opposizione non era in alcun modo connessa all’idea di opposizione al “socialismo in un solo paese”, per il semplice fatto che terminò prima che quella teoria fosse esposta. L’Opposizione di Sinistra sorse durante la “crisi delle forbici” del 1923, quando i prezzi crescenti dell’industria e quelli in calo dell’agricoltura causarono forti tensioni nell’economia. L’opposizione contestava che la leadership burocratica del Partito (a quel tempo Zinoviev, Kamenev, Stalin e Bukharin) fosse capace di risolvere la crisi - cosa che prontamente fece! Secondo gli oppositori, doveva essere aggiunta all’economia di mercato della NEP una certa pianificazione, permettendo una lenta industrializzazione attraverso la tassazione dei contadini. Per Trotsky, questo voleva dire e significava:

"... sviluppare l’industria di stato come chiave di volta della dittatura del proletariato e base del socialismo." (Nuovo Corso, p.120)

Naturalmente, dal momento che non controllava l’apparato, l’Opposizione si appellava alla “democrazia” interna del Partito, ma, a parte l’industrializzazione, non forniva indicazioni su che cosa questa democrazia dovesse servire a raggiungere. L’Opposizione non si preoccupò delle relazioni estere e non criticò nessuna delle politiche adottate a partire dal 1921 (fronti unici o riavvicinamento con stati capitalisti). Trotsky scrisse su tali questioni, ma essendo un sostenitore del fronte unico e del nazionalbolscevismo in Germania, era ritenuto all’estero un esponente della destra del Partito. Nel frattempo la “ala sinistra” del Partito tedesco (Maslow, Fischer e Thaelman) aveva Zinoviev e Stalin come suoi alleati!

Le sortite di Trotsky sulla politica estera espresse ne _Le lezioni dell'Ottobre_ (1924), si preoccupavano di dimostrare che, proprio come non l’avevano colta nel 1917, Zinoviev e Kamenev avevano fallito nel cogliere l’opportunità rivoluzionaria in Germania nel 1923. Venendo lentamente estromesso dal potere, Trotsky sfruttava il fallimento del governo di fronte unico della Sassonia e della Turingia nel fare la rivoluzione, come un bastone col quale colpire Zinoviev. A quel tempo Trotsky vedeva come nemico principale Zinoviev, piuttosto che Stalin. Ma Trotsky aveva approvato la manovra politica (il fronte unico) che aveva dato vita a questi governi, così la sua polemica mancava di vigore. In precedenza, durante l’estate, quando in Germania c’era stato un genuino movimento di classe, a seguito del crollo della moneta, Trotsky si dichiarò contro ogni tentativo di rovesciare il governo.

"Noi non consideriamo l’invasione francese della Ruhr come uno stimolo rivoluzionario [...] Non è neanche nei nostri interessi che la rivoluzione possa aver luogo in una Europa dissanguata [...] (Noi siamo) vivamente interessati alla salvaguardia della pace. (2)"

Qual era il motivo di tutto ciò? A quel tempo Trotsky era il principale mediatore nell’alleanza tra Germania e Russia contro l’Intesa (Francia e Gran Bretagna). Una tale politica significava l’alleanza con l’ala destra dei comunisti in Germania e con le forze del fascismo e del nazionalismo contro l’occupazione francese della Ruhr. Questo veniva definito “nazionalbolscevismo”, la creatura di Radek, uno dei leader dell’Opposizione di Sinistra. Fu la sua graduale estromissione dal potere, più la comparsa di un regime pro-Intesa in Germania, che stava per convertire Trotsky in un “rivoluzionario”.

Parallelamente con la povertà, in realtà l'inesistenza, di un programma politico, l’Opposizione di Sinistra era priva del sostegno della classe lavoratrice. Di per sé questo non era un elemento decisivo, poiché in certi momenti le organizzazioni proletarie si possono ritrovare con uno scarso sostegno da parte del proletariato, ma molti nell’Opposizione erano noti per le loro posizioni contro la classe operaia a proposito della questione della “disciplina del lavoro”, e per aver denunciato l’ondata di scioperi di massa che era scoppiata nel 1923 a causa dei continui peggioramenti delle condizioni di vita. L’appello dell’opposizione era diretto ai burocrati del Partito ed ai dirigenti industriali, più che alla classe operaia:

"Il settore del corpo del Partito dal quale l’opposizione a quel tempo riusciva meno ad ottenere sostegno era la classe operaia industriale. Niente, né nella sue scelte economiche né nella sua piattaforma politica, avrebbe potuto attirare l’immaginazione dell’operaio. (3)"

La burocrazia fece alcune concessioni alle richieste dell’Opposizione di Sinistra, ma questa fu condannata al 13o Congresso, e scomparve all’inizio del 1924. Una tale opposizione merita l’epiteto di “sinistra” non più di quanto meriti il termine “opposizione”. Ma permetteteci di lasciare l’ultima parola all’operaio russo che raccontò della lotta tra la burocrazia e l’opposizione nel 1923:

"I lavoratori mi chiederanno quali siano le vostre differenze fondamentali; francamente parlando, non saprei cosa rispondere. (4)"

Questa singola frase proletaria riassume la natura dell’Opposizione di Sinistra.

In seguito, le manovre nel Partito assunsero (alla luce degli eventi successivi) dei contorni misteriosi. Stalin si alleò con Zinoviev contro Trotsky nel 1923 e più tardi, quando Stalin e Bukharin si mossero contro Zinoviev, Trotsky stabilì una tacita alleanza con Stalin dato che Zinoviev era il nemico principale. Successivamente, nel gennaio del 1925, quando il Politburo rimosse Trotsky dal suo incarico di Commissario alla Guerra, Stalin ripagò l’antico favore di Trotsky bloccando la richiesta di Zinoviev di espellere Trotsky dal Partito. Questo accadde in un periodo in cui Stalin aveva già avanzato la teoria del “socialismo in un solo paese”; abbastanza per la lotta di Trotsky contro di essa. Nel 1925 questa famosa battaglia non era ancora neanche cominciata, dato che il principale nemico di Trotsky fino ad allora non era stato Stalin, ma Zinoviev, colui che diede inizio alla degenerazione burocratica.

Gradualmente, non appena divenne chiaro che il gruppo Stalin-Bukharin stava per avere partita vinta nella lotta per il potere, Zinoviev e Kamenev si mossero per formare l’opposizione di Leningrado. Trotsky inizialmente rimase in disparte, ma presto si alleò col gruppo di Zinoviev. Nel luglio del 1926 si unì a Kamenev, Zinoviev e Krupskaya per firmare la “dichiarazione dei tredici” (membri del Comitato Centrale). Questo segnò pubblicamente la nascita dell’Opposizione Unificata, che operò fino al dicembre del 1927. L’Opposizione Unificata si raccolse intorno al programma di pianificazione e di industrializzazione, e di lotta contro “i nepman e i kulaki”. Essa richiese anche il ripristino della democrazia di Partito, della cui soppressione erano stati tutti artefici fin dal 10o Congresso nel 1921.

Se la pretesa che l’Opposizione Unificata esprimeva i reali interessi della classe operaia fosse stata legittima, allora lo stesso avrebbe dovuto valere per la politica adottata da Stalin dal 1929 al 1934, che mise in pratica parecchio delle posizioni dell’Opposizione. Questa conclusione non è semplicemente dedotta col senno di poi. La massa degli oppositori che non lo aveva ancora fatto, si arrese volontariamente a Stalin dopo il 1929, e anche Preobrazhensky annunciò che la opposizione continua di Trotsky era ingiustificata (5). Ancora una volta l’Opposizione aveva perso la possibilità di guadagnarsi un significativo seguito da parte della classe operaia. Ancora una volta la sua principale forza si era basata sulla burocrazia che criticava, ma della quale non metteva in discussione il dominio.

Il colpo di grazia fu inferto dallo stesso Trotsky. La “svolta a sinistra” di Stalin lo fece entrare in conflitto con la destra di Bukharin, ed era quest’ultimo che ora si univa al coro per la democrazia interna al Partito, offrendo a Trotsky un’alleanza su queste basi nel 1928. Trotsky, che spesso aveva “sostenuto criticamente” il centrista Stalin contro la destra di Bukharin, ora stupiva i suoi sostenitori accettando questa offerta opportunistica. È impossibile valutare l’effetto di ciò sull’Opposizione, dato che Trotsky venne esiliato da Stalin nel gennaio del 1929 e un’epoca di edificazione di miti iniziò sul serio.

Il socialismo in un solo paese

Verrà riconosciuto da molti dei suoi sostenitori che quella di Trotsky era un’opposizione leale, interna alla stessa burocrazia dalla quale era nata, ma che la vera benedizione che la salvava era nella sua opposizione al “socialismo in un solo paese” (teoria avanzata per la prima volta coerentemente da Stalin nel dicembre del 1924) e al conseguente abbandono dell’internazionalismo che una tale teoria implicava. Nessun'altra questione ha creato così tanti miti e mistificazioni come questa.

Prima del 1917 la storia non aveva mai offerto la possibilità per un singolo stato di muoversi da solo verso il socialismo. Non sorprende, quindi, che i commenti di Marx sulla questione siano vaghi. Il punto di vista predominante nella Seconda Internazionale, fondata nel 1889, era che all’interno di ogni stato capitalista ci sarebbe stata una pacifica transizione verso il socialismo, e che ogni nuovo stato socialista si sarebbe federato con gli altri in una confederazione socialista. Benché l’ala sinistra dell’Internazionale rifiutasse l’idea di un passaggio pacifico, essa non scartò mai l’idea che, almeno nei paesi avanzati, una simile transizione potesse essere intrapresa all’interno dei confini nazionali. Si credeva che in questi stati esistessero i prerequisiti materiali per tale trasformazione. Lenin, al culmine della guerra imperialista, scriveva:

"(Lo slogan degli Stati Uniti d’Europa) può essere interpretato come l’impossibilità della vittoria del socialismo in un solo paese ... Uno sviluppo politico ed economico diseguale è legge assoluta del capitalismo, e perciò la vittoria del socialismo è possibile, prima in alcuni stati, o anche in uno stato capitalista preso singolarmente. Il proletariato di quel paese, avendo espropriato i capitalisti e organizzato la sua produzione socialista, resisterebbe contro il resto del mondo. (6)"

La principale area di controversia era la Russia stessa, e in questo caso la discussione era legata alla specifica questione dell’arretratezza del paese. Lenin, e la gran parte dei bolscevichi, ritenne per molto tempo che la rivoluzione borghese fosse ancora all’ordine del giorno in Russia, anche se doveva essere portata a compimento dal proletariato. (7) Trotsky d’altra parte, con la sua teoria della “rivoluzione permanente”, affermava che se la rivoluzione russa fosse avvenuta contemporaneamente ad una rivoluzione nell’Europa occidentale, questa arretratezza sarebbe stata superata e la rivoluzione avrebbe potuto procedere verso la sua fase socialista. Lenin arrivò a simili conclusioni autonomamente nelle _Tesi di aprile_ del 1917. Da allora ebbe pochi dubbi sui bolscevichi: essi erano lì per costruire il socialismo in Russia (“_Fateci avanzare verso la costruzione del sistema socialista_” - Lenin, 7 novembre 1917), e per estendere la rivoluzione mondiale. Non era ovviamente supposto che uno stato socialista voltasse le spalle alla rivoluzione mondiale. Di fatto, costruire il socialismo in casa propria e diffondere la rivoluzione mondiale erano considerati sinonimi.

Quando divenne chiaro che la Russia della NEP era in effetti isolata, le riserve manifestate da alcuni leader del Partito non esprimevano l’impossibilità di costruire il socialismo in un solo paese. Essi si rendevano conto che uno stato socialista non sarebbe probabilmente sopravvissuto in un mondo capitalista ostile, a causa degli attacchi militari dei capitalisti stessi. L’intervento nella guerra civile era stato l’esempio supremo di tutto ciò e negli anni intorno al 1920 i leader del PCUS, primo tra tutti Trotsky, rimasero ossessionati dalla paura di un fronte imperialista unito che avrebbe invaso la Russia in nome della restaurazione borghese. Appena il sistema dei soviet dimostrò la sua capacità di sopravvivere nel mondo capitalista (principalmente tramite un lento processo di capitolazione verso di esso), emerse la teoria di un regime socialista isolato possibile in Russia con il “socialismo in un solo paese” di Stalin.

Stalin occupava la destra del Partito, insieme a Bukharin e altri che vedevano la NEP come una concessione di lungo termine al contadiname. In questo periodo egli ammetteva la natura borghese dell’economia russa. Nei _Principi del leninismo_ del 1924 egli rifiutava l’idea che il socialismo potesse essere costruito in Russia, benché il suo _Rapporto sull’Attività Politica del Comitato Centrale_ al quattordicesimo Congresso del PCUS fosse molto vicino alla visione di Trotsky:

"Comunque si può dire che il nostro regime non è né capitalista né socialista. Esso rappresenta una transizione dal capitalismo al socialismo ... Se si tiene conto dei residui burocratici che abbiamo nella gestione delle nostre imprese, non si può dire che abbiamo raggiunto il socialismo. Questo è vero, ma non contraddice il fatto che l’industria di stato rappresenti un tipo di produzione socialista."

Stalin pertanto riteneva che il socialismo si sarebbe potuto costruire in Russia, sempre che potesse essere mantenuta la _smytchka_ (alleanza tra proletari e contadini). In questo momento Trotsky non si preoccupava delle innovazioni di Stalin. A dire il vero, in alcuni suoi scritti del periodo non si escludeva la possibilità del socialismo in un solo paese, anche in uno arretrato:

"È chiaro che nelle condizioni di una rinascita capitalista in Europa e nel mondo intero, probabilmente stabile per molti anni, il socialismo in un solo paese arretrato si troverà a fronteggiare pericoli colossali. (8)"

Nei fatti, fu l’Opposizione di Leningrado di Zinoviev e Kamenev che emerse come la prima avversaria al socialismo in un solo paese al quattordicesimo Congresso del Partito. Come abbiamo visto, Trotsky, che vedeva in quel momento Stalin come il pericolo minore, rimase silenzioso. La sua successiva alleanza con l’Opposizione di Leningrado all’interno delle Opposizioni Unificate era il risultato della conversione di Zinoviev e Kamenev alla necessità di industrializzazione in Russia come strada migliore per il socialismo in quel paese.

Pertanto, nell’intero dibattito sul “socialismo in un solo paese” c’erano solo differenze di enfasi. Mentre Stalin credeva, con Bukharin, che sotto la NEP la Russia stesse lentamente “cavalcando verso il socialismo su un ronzino contadino”, Trotsky metteva l’accento sul bisogno di un’industrializzazione più dinamica e non sul fatto che il tutto fosse impossibile nell’isolamento. Come scriveva in _Verso il socialismo o il capitalismo_,

"Senza uno sviluppo delle forze produttive, non si può porre la questione del socialismo. (9)"

Pertanto l’attacco di Trotsky al “socialismo in un solo paese”, nel 1926, era ben lontano da quella difesa risoluta dell’internazionalismo che più tardi sostenne. In termini internazionali, tutto ciò a cui Trotsky si appellava era la diversificazione delle relazioni nel commercio estero per avvantaggiarsi grazie al mercato mondiale, in contrasto con l’idea staliniana di autarchia e accumulazione nell’isolamento. In una lettera dall’esilio agli ultimi irriducibili dell’Opposizione Russa, Trotsky raccomandava l’uso della crescita della disoccupazione, soprattutto in Germania e Inghilterra, per ottenere crediti destinati alle attrezzature e macchinari agricoli in cambio dei prodotti del lavoro collettivizzato. Stalin continuava ad ignorare il commercio estero come strumento per iniziare il processo d’industrializzazione, specialmente dopo che le condizioni del commercio erano mutate in netto sfavore dell’URSS dopo il 1929. (10) Trotsky, dall’altra parte, spronava Mosca a migliorare la sua posizione commerciale facendo appello ai milioni di disoccupati dell’Europa occidentale, affinché protestassero a favore del commercio con la Russia; un commercio assistito dai governi con crediti sull’esportazione e così in grado, allo stesso tempo, di alleviare la disoccupazione. L’”internazionalismo” di Trotsky allora non era totalmente astratto. Come richiamo alla stabilizzazione capitalista, avrebbe fatto credito ad ogni libero commerciante del diciannovesimo secolo! In verità Trotsky aveva forgiato la sua Opposizione Unificata con Zinoviev solo sulla base del tacito accordo di liberarsi dell'idea di “rivoluzione permanente”, (11) con la sua connotazione di supporto per la rivoluzione mondiale. Infatti fu la fazione stalinista che, prima del 1934, produsse molti richiami rituali alla rivoluzione mondiale - specialmente dopo che la “svolta a sinistra” del cosiddetto “Terzo Periodo” di Stalin privò l’Opposizione della sua piattaforma. In qualità di sostenitore di Trotsky, Victor Serge scriveva:

"Dal 1928-29 in avanti il Politburo si orientò verso l’uso delle idee fondamentali della Opposizione da poco espulsa (eccetto, certamente, la democrazia proletaria) e attuò queste idee con una violenza feroce. Noi avevamo proposto una tassa sui contadini ricchi - essi furono di fatto liquidati! Noi avevamo proposto limitazioni e riforme della NEP - questa venne del tutto abolita! Noi avevamo proposto l’industrializzazione - questa fu fatta su scala colossale che noi “super-industrializzatori”, come venivamo soprannominati, non avevamo mai sognato..." (Memorie di un rivoluzionario, p. 252)

Diventando egli stesso un super-industrializzatore, Stalin fece qualcosa in più che rubare all’Opposizione il suo programma: egli distrusse l’intera base della sua critica dal momento che veniva supposto da tutte le opposizioni del Partito Comunista che la burocrazia non potesse mai realizzare il loro programma. Siccome tutti avevano le proprie radici nella stessa burocrazia, non avrebbero mai potuto sfidare la propria base sociale, anche se - come vedremo - Trotsky e altri intuirono che si trattava di una nuova classe in formazione.

La natura dell’URSS. Parte I - L’economia

Una volta esiliato in Turchia, Trotsky avrebbe potuto iniziare un esame delle sue esperienze e, come la Sinistra del Partito Comunista d’Italia in esilio, avrebbe potuto provare a redigere un bilancio (B_ilan_) del processo che aveva visto i rivoluzionari esiliati o imprigionati dal fascismo. Ma Trotsky non vedeva alcuna ragione di approfondire lo studio del processo che stava dietro alla degenerazione del potere proletario in Russia. Essenzialmente questo era dovuto al fatto che egli stesso era molto legato a quel processo. Anche quelli che sostenevano Stalin intorno agli anni venti vedevano Trotsky come “un uomo di Stato, non di Partito”, mentre il suo ruolo specifico nell’abolizione delle frazioni interne nel PCUS e nella dura difesa della disciplina di fabbrica difficilmente potevano renderlo il campione senza macchia della democrazia proletaria e del controllo dei lavoratori, quale lo immaginano i suoi sostenitori odierni. Se Trotsky fosse stato capace di allontanarsi dal suo passato, sarebbe anche stato in grado di elaborare quella critica dei rapporti sociali in URSS che era necessaria per preparare le basi di una comprensione rivoluzionaria della natura della Russia. Il suo fallimento nel fare ciò lo condusse alla fine ad abbandonare il metodo marxista.

Il problema di ciò che era avvenuto in Russia era enorme da ogni punto di vista. Come è già stato detto, la teoria marxista non avrebbe potuto e non trattò in anticipo una situazione in cui una “roccaforte proletaria” (Lenin) fosse rimasta isolata per un certo periodo di tempo in un mondo capitalista ostile. Dopo 4 anni di isolamento, la Russia aveva perso 8 milioni di persone, incluso il fior fiore del proletariato rivoluzionario. A ciò si aggiungeva il fatto che i comunisti russi concepivano una sconfitta solo nei termini di una vittoria militare delle potenze capitaliste. Con il 1921, una tale minaccia era superata, ma anche la principale offensiva dell’ondata rivoluzionaria del proletariato europeo e mondiale era passata. Come abbiamo visto, fu in questo contesto che tutte le fazioni del PCUS si accordarono sulla necessità di costruire il socialismo nella sola Russia. Quindi, nel 1926 Trotsky celebrava lo sviluppo dell’industria di stato dopo 5 anni di GOSPLAN come “la meravigliosa musica storica del socialismo che cresce” e anticipava ciò che i pianificatori stalinisti avrebbero intonato sulla costruzione del “socialismo reale” - il furibondo sfruttamento del proletariato negli anni trenta. La comune visione che essi condividevano consisteva nell'equivoco che la pianificazione statale e la proprietà statale dei mezzi di produzione fossero la base essenziale del socialismo. Questo, malgrado il fatto che Lenin e Bukharin avessero già identificato la crescita dello stato capitalista come una delle principali caratteristiche del capitalismo nella sua fase imperialista. In _Imperialismo ed Economia Mondiale_ (1915) Bukharin commentava come segue il cambiamento della natura del capitalismo:

"Il modo di produzione capitalista è basato sul monopolio dei mezzi di produzione nelle mani dei capitalisti all’interno del sistema generale dello scambio di merci. Non c’è differenza alcuna in questo principio rispetto al fatto che ci sia un monopolio diretto del potere statale oppure che questo monopolio sia organizzato in maniera privata. In ogni caso ecco che rimangono l’economia mercantile (al primo posto il mercato mondiale) e, cosa più importante, i rapporti di classe tra borghesia e proletariato."

Nello scrivere ciò Bukharin stava semplicemente echeggiando le osservazioni di Engels degli anni seguenti al 1880,

"... Come all’inizio il modo di produzione capitalista rimpiazzava i lavoratori, così ora rimpiazza i capitalisti, relegandoli ... tra la popolazione superflua anche se non certamente nell’esercito industriale di riserva ... Né la loro conversione in società per azioni conglomerate né quella in proprietà statale priva le forze produttive della loro natura di capitale ... Lo stato moderno, qualunque sia la sua forma, è allora lo stato dei capitalisti, l’organo collettivo, ideale di tutti i capitalisti. Più forze produttive raccoglie come sua proprietà, più esso diventa l’organo collettivo reale dei capitalisti, più cittadini esso sfrutta. I lavoratori rimangono salariati, proletari. I rapporti capitalistici non sono aboliti, ma portati all’estremo ..." (Anti-Duhring)

E questi rapporti capitalistici, che sono alla base della definizione marxista di capitalismo, stanno tra capitale e lavoro. Trotsky poteva parlare della burocrazia come di una “casta parassitaria”, ma non riconosceva che essa rappresentava una nuova classe dirigente in formazione, che disponeva collettivamente del surplus di prodotto, cioè del plusvalore, creato dal proletariato. Per lui, la Russia era sostanzialmente socialista perché:

"La nazionalizzazione della terra, dell'industria, dei trasporti e degli scambi, insieme al monopolio del commercio estero, costituiscono la base della struttura sociale dei soviet. Attraverso questi rapporti, stabiliti da una rivoluzione proletaria, la natura dell’Unione Sovietica come stato operaio è per noi fondamentalmente definita." (da La Rivoluzione Tradita)

Il tentativo di Trotsky di fare la quadratura del cerchio di uno stato di lavoratori diretto da una “casta parassitaria” ebbe come risultato la teoria dello stato operaio degenerato. Celebrata da Deutscher come “un'originale riaffermazione delle classiche visioni marxiste”, essa è in realtà una rottura completa col marxismo in quanto critica dell’economia politica. Il punto di partenza di questo concetto sono le caratteristiche esteriori della struttura sociale del capitalismo classico che si sono cristallizzate nella mente di Trotsky - proprietà individuale dei mezzi di produzione, inalienabilità giuridica della proprietà privata, diritto di eredità, ecc. Questo è in continuità con gli economisti borghesi - da Ricardo a Mandel - che ritengono che i rapporti di distribuzione possono essere trasformati senza mettere in discussione i rapporti di produzione. Ma, per un marxista, sono i rapporti di produzione a determinare la natura del modo di produzione e di circolazione; gli uni non possono essere separati dagli altri. La distribuzione capitalistica non può essere distrutta senza distruggere le basi di quella distribuzione: i rapporti di produzione. La produzione, quindi, determina l’essenza della distribuzione e delle forme ideologiche che la giustificano.

Per Trotsky, ossessionato dalla pianificazione statale, dall’estensione delle nazionalizzazioni, ecc., questa considerazione fondamentale risultava capovolta nella sua testa fino a produrre la seguente assurdità: “la coesistenza di un modo di produzione socialista con un modo di distribuzione borghese”. Questo è un semplice non senso, dal punto di vista marxista, secondo il quale:

"I rapporti e i modi di distribuzione appaiono quindi meramente come il complemento della produzione. La struttura della distribuzione è determinata completamente da quella della produzione." (Marx, Grundrisse)

Avendo ignorato questo principio fondamentale dell’economia politica marxista, Trotsky deviava ancora di più con la sua argomentazione che la sovrastruttura stalinista fosse in contraddizione con l’ossatura proletaria dell’economia. Egli affermava che la burocrazia stava impedendo la transizione verso il socialismo per poter mantenere i suoi privilegi. Il fatto che fosse proprio questa “burocrazia proto-capitalista” ad introdurre le misure di nazionalizzazione e industrializzazione che Trotsky immaginava avrebbero dato alla Russia la sua base socialista, non venne mai spiegato. Tali assurde conclusioni illustrano soltanto le premesse economiche contraddittorie su cui l’intera cosiddetta teoria dello “stato operaio degenerato” si ergeva.

Ma nel tentativo disperato di trovare qualcosa da difendere tra i rottami della Russia di Stalin, Trotsky non solo stava alterando il metodo marxista per coprire il proprio passato, egli non capiva che la vittoria del proletariato non consisteva semplicemente nella “espropriazione della borghesia” come aveva scritto nel suo _Programma di transizione_. Senza l’abolizione del lavoro salariato non si può parlare di socialismo. Il capitale non è soltanto, nella sua essenza, una massa di macchine o mezzi di produzione, la cui natura cambia miracolosamente grazie al fatto che essa viene definita come “proprietà delle masse” dopo l’abolizione politica di un élite avida e “parassitaria” di funzionari statali. Il capitale è una forma di rapporto storico e sociale basato sull’esclusione e separazione del lavoro dalla proprietà dei mezzi di produzione, trasformando così la forza lavoro in una merce vendibile in cambio di un salario.

Questo rapporto sociale conduce all’antagonismo tra produttori e proprietari _de facto_ (indipendentemente dalle forme giuridiche sovietiche), tra quelli che i controllano mezzi di produzione, di distribuzione e lo stato (borghesia) e quelli che non hanno alternative e lavorano per un salario (proletariato), e conferisce alla totalità delle forze produttive della società il carattere di capitale.

La strada verso il comunismo è la lotta contro la totalità del capitale per l’abolizione del suo stato, della proprietà privata, della legge del valore, della merce e del lavoro salariat