L'asta petrolifera in Iraq e la sconfitta delle compagnie americane

In tutto il mondo è ben presente il problema di trovare le alternative al gas e al petrolio. L’energia eolica, all’idrogeno, il solare o il ritorno al nucleare sembrano essere le nuove frontiere energetiche, ma ci vorranno dei lunghi decenni. Nel frattempo i giacimenti di gas e petrolio continuano ad essere l’oggetto del desiderio del capitalismo contemporaneo che non lesina strategie, faraonici investimenti, tensioni internazionali e guerre pur di venirne in possesso. La “guerra dei tubi” sta ridisegnando gli equilibri imperialistici internazionali. Sullo sfondo lo scenario di una crisi economico-finanziaria che rende ancor più il teatro asiatico, dalla Russia alla Cina, dal kazakistan all’Iran, il centro della crisi energetica mondiale.

L’11 e 12 dicembre 2009 si è tenuta a Baghdad la seconda asta petrolifera dopo che la prima, nel giugno dello stesso anno, era andata praticamente deserta per le esose richieste del governo iracheno e del suo ministero del petrolio. All’asta sono state accreditate 45 companies di tutti i paesi, fatta eccezione per quelle che in passato avevano avuto concessioni petrolifere dal governo curdo. Questo a testimonianza dello scontro in atto tra il governo centrale di Al Maliki e quello “autonomo” del Kurdistan iracheno, nato da una soluzione tattica americana, che aveva come obiettivo quello di tenere sotto controllo la principale area di produzione petrolifera irachena, ma che alla fine ha creato più confusione che altro, sia in termini di gestione pseudo nazionalistica, sia in termini di amministrazione delle stesse riserve petrolifere del paese.

Le concessioni rilasciate dal ministero del Petrolio di Baghdad hanno visto prevalere le aziende europee e asiatiche, in alcuni casi riunite in joint ventures. Dei dieci giacimenti aggiudicati nel 2009, appena due vedono le compagnie americane impegnate nelle operazioni di sfruttamento ed una sola delle due in un giacimento di qualche rilievo.

Ad ottenere i migliori risultati è stata la compagnia statale malese Petronas, la quale ha conquistato i diritti per tre giacimenti, poi l’angolana Sonangol con due. Hanno ottenuto concessioni anche la China National Petroleum Company (CNPC), le russe Lukoil e Gazprom, e le europee Shell (Olanda), Total (Francia), Statoil (Norvegia), British Petroleum e buon ultima l’italiana ENI.

Secondo i contratti ventennali firmati a Baghdad, le aziende appaltatrici hanno accettato di ricevere somme che variano tra un minimo di 1,35 e i due dollari per ogni barile di petrolio estratto in più rispetto all’attuale livello, in modo che qualsiasi (auspicato) aumento del prezzo del greggio, andrà ad ingrassare le esangui casse del governo iracheno.

La posta in gioco, quella più appetitosa, era la concessione dei diritti di sfruttamento dei giacimenti presenti nel sud del paese, attorno alla città di Bassora, dove si trova il giacimento di Al Zubayr, che dispone di riserve stimate tra i quattro e i sei miliardi di barili e che vede la presenza di una joint venture formata da ENI, Occidental Petroleum e Korea Gas.

Sempre nel sud del paese, quasi ai confini con l’Iran, è situato il più consistente giacimento iracheno, quello di Majnoon. Ad ottenere i diritti sui 12,58 miliardi di barili stimati sono state Shell e Petronas. Il secondo pozzo potenzialmente più produttivo del paese, West Qurna 2 (12 miliardi di barili), è stato appaltato da un consorzio guidato dalla russa Lukoil, poi a scendere i giacimenti meno importanti e le companies meno competitive.

In pratica per le Big oil americane il bottino è stato, sorprendentemente, quasi nullo. Questo è stato sufficiente perché i corvi della passata amministrazione Bush si alzassero in volo per riprendere il vecchio ritornello secondo il quale gli Usa non avrebbero scatenato due guerre, la prima in Afghanistan nel 2001, la seconda in Iraq nel 2003, spinti dalla cupidigia imperialistica di mettere le mani sul petrolio iracheno e creare una serie di pipeline che dal Caspio arrivassero in Pakistan, nell’Oceano indiano. Il loro rinato sinistro canto suonerebbe così: chi ha pensato che la più grande democrazia del mondo avesse scatenato due guerre per il petrolio è servito. Il Governo iracheno ha indetto l’asta per lo sfruttamento dei suoi giacimenti, in perfetta autonomia, senza pressioni di sorta da parte degli Usa, tant’è che lo svolgimento dell’asta stessa ha finito per favorire tutte le altre compagnie, meno quelle americane. Al fondo degli interventi bellici, dunque, ci sarebbe solo la “giusta” propensione della lotta alle armi a distruzione di massa e l’altrettanto necessaria lotta contro l'imposizione del burka alle donne di Kabul, da cui la necessaria esportazione della democrazia nei paesi oppressi dalle dittature e la “sacrosanta” lotta al terrorismo, in una sorta di crociata benefattrice nei confronti di quella misera umanità costretta a vivere, suo malgrado, sotto il peso di queste nefandezze. Con tutti i soldi che hanno speso, continua il nero ritornello corvino, gli Usa avrebbero comprato tutto il petrolio di questo mondo, senza impegnarsi personalmente in nessun conflitto. Non avrebbero avuto morti tra i loro soldati, e avrebbero più tranquillamente ottenuto i loro scopi senza spese e senza traumi sociali di sorta. Nemmeno uno studente sbadato di prima elementare potrebbe credere ad una simile panzana. Davvero si vuol far credere che gli Usa avrebbero speso centinaia di milioni di dollari sul fronte afgano e 1200 miliardi di dollari (tremila secondo le stime del premio Nobel dell’economia Stglitz) per la campagna irachena per togliere il burka alle donne afgane, per portare democrazie nella terra del reprobo Saddam Hussein, e che l’indizione dell’asta petrolifera ne sarebbe la riprova? Se così fosse dovremmo nasconderci nel primo convento a portata di mano e pregare per i nostri peccati di dietrologia. E che dire delle riscontrate false giustificazioni al “iustum bellum” riguardanti le armi a distruzione di massa che non sono state mai trovate? Al dossier sull’uranio importato dal Niger che è risultato essere, sin dall’inizio, un rozzo documento mal contraffatto dagli agenti Cia e delle impossibili frequentazioni tra Osama bin Laden e il Rais di Baghdad? Vanno forse annoverate tra le candide bugie fatte a fin di bene come l’ultima in ordine di tempo, ma anche la più inquietante, che recita la necessità di esportare con la armi la democrazia? No, le cose non stanno in questi termini, e allora ripercorriamo le perverse traiettorie dell’imperialismo americano sulla via di Baghdad.

I preparativi alla guerra

Ancora nel 2002, l’Oil and Gas International, un’informata rivista del settore, riportava che il Dipartimento di Stato e il Pentagono, in previsione della guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, altro non avevano in testa che allestire gruppi di pianificazione che proteggessero dai bombardamenti le più importanti infrastrutture petrolifere irachene. Nello stesso anno, nel mese di novembre, il Dipartimento della difesa ha fatto pressione presso l’Army Corps of Engineers per l’aggiudicazione di un appalto all’impresa americana Brown & Root addetta allo spegnimento degli incendi nei pozzi petroliferi, alla loro messa in opera dopo aver subito eventuali danni, e alla manutenzione ordinaria e straordinaria di tutto l’apparato estrattivo e commerciale messo in difficoltà dalle prevedibili conseguenze dell’imminente evento bellico.

Secondo il Wall Street Journal del 16 gennaio 2003, poco tempo dopo che il presidente Bush aveva dichiarato l’inevitabilità dell’invasione dell’Iraq, Cheney aveva contattato i dirigenti delle maggiori compagnie petrolifere americane per predisporre un piano di “rinascita” dell’industria petrolifera irachena, rinascita che sarebbe stata finanziata, organizzata e controllata dalle major made in Usa. Lo stesso WSJ precisa che l’amministrazione Bush, sempre nell’imminenza della guerra, e sempre per il diretto interessamento di Cheney, aveva organizzato una riunione informativa con la Exxon Mobil, Chevron Texaco, Conoco Philip e Halliburton per predisporre il piano del futuro sfruttamento del petrolio iracheno. Il tutto sotto il patrocinio della Casa Bianca, del Pentagono e del Dipartimento di Stato. Peraltro tutta l’Amministrazione Bush, dallo stesso Presidente a Cheney e alla Rice, era rappresentativa delle lobbies petrolifere di cui facevano parte ancora come azionisti e/o consulenti (Cheney all’Halliburton e la Rice alla Chevron). Si è data più cura e attenzione ai particolari alla pianificazione dello sfruttamento futuro dei giacimenti petroliferi - nonché alla confezione delle menzogne che dovevano tacitare l’opinione pubblica interna e internazionale sull’imminente atto predatorio imperialistico - che sull’esecuzione militare dello stesso, nonostante la profusione di mezzi, uomini e finanziamenti. Non c’è stata nessun’altra preoccupazione che quella di preparare il miglior terreno possibile allo “sbarco” delle Compagnie petrolifere americane nella terra promessa dell’oro nero.

Sempre nel 2003, subito dopo la caduta del governo baatista di Saddam Hussein, il New York Times metteva in evidenza come sotto il comando del “proconsole” Bremer e del Governo Allawi, già si stessero avviando le prime operazioni legislative per la futura privatizzazione dei giacimenti petroliferi iracheni. Privatizzazione che avrebbe visto la prevalenza delle Compagnie americane ed inglesi, senza nessuna forma di messa all’asta dei pozzi già esistenti e di quelli da trivellare. Perché il piano potesse prendere corpo, senza troppi problemi da parte dell’opposizione interna e di quella internazionale, l’amministrazione Bush non ha lesinato risorse finanziarie, sotto forma di corruzione, da somministrare ai ministri di turno, ai dirigenti del Ministero del petrolio, a tutti coloro che direttamente o indirettamente potevano essere inseriti nel piano di spoliazione energetica. L’operazione è stata così evidente ed arrogante che alcuni Investigatori federali sono stati costretti ad aprire un’inchiesta contro un congruo numero di alti ufficiali ed emissari politici del Governo coinvolti nel “Programma di ricostruzione in Iraq”. Che poi all’inchiesta sia stato prescritto un periodo molto lungo di (in) sabbiature terapeutiche, rientrava nella logica delle cose. Ma le rivelazioni del N.Y. Times e di altri organi di stampa rimangono, così come i resoconti dattiloscritti dei colloqui tra gli alti funzionari dell’Amministrazione e rappresentanti governativi di Allawi. In aggiunta va segnalata la dichiarazione di Chalabi, ai tempi consulente dell’Amministrazione Bush prima dell’invasione, poi sottosegretario iracheno al petrolio, rilasciata ad un’emittente radiofonica “To the point”, nella quale non fa mistero che la guerra a Saddam altro non era che” una mossa strategica da parte degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito in vista di una presenza militare nel Golfo, al fine di assicurarsi in futuro le forniture petrolifere”. Per poi concludere che ancor prima dell’invasione aveva incontrato gli esponenti della Major americane perché quello del petrolio era “un obiettivo primario”. Quello che resta, dunque, è la feroce determinazione con la quale l’imperialismo americano ha perseguito questi obiettivi, nonostante le false motivazioni addotte prima dell’evento bellico e le giustificazioni a posteriori dei corvi filo americani che hanno ripreso il volo, prendendo a pretesto l’esito dell’asta del dicembre 2009. Altro che esportazione della democrazia e bischerate del genere.

I maneggi imperialistici prima dell’asta

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Mettendo per il momento da parte l’andamento disastroso della guerra, le implicazioni imperialistiche internazionali, (il ruolo dell’Iran, della Siria e della Russia) sul fronte dell’opposizione sunnita e, in parte, sciita, che peraltro hanno complicato non poco la vita ai vari governi fantoccio iracheni, l’Amministrazione Bush, un paio d’anni prima della sua scadenza, ha tentato ripetutamente di passare dalla cassa per il “rimborso” spese. I termini della questione inizialmente (sino al 2007) erano due: il primo riguardava l’accesso alla trivellazione di nuovi campi, mentre quelli già in attività sarebbero rimasti sotto l’amministrazione irachena in deroga alla vecchia legge sulla nazionalizzazione (1972). Il secondo si avvitava sulla necessità di una legge petrolifera che sancisse, una volta per tutte, i diritti di estrazione e le quote di gestione tra la vecchia Iraq National Oil Company e le imprese anglo-americane. Per gli strateghi americani la nuova legge avrebbe dovuto mettere in atto un rapporto per il quale il 75% dei campi petroliferi sarebbe andato alla Compagnie straniere e solo il 25% a quella irachena. Mentre per quei campi che dovevano essere messi in opera, data la necessità di investimenti e di impiego di alta tecnologia, la necessitata prelazione toccasse sempre alle compagnie internazionali.

In aggiunta, gli strateghi prevedevano che l’assegnazione dei campi non avvenisse attraverso un’asta internazionale (no bid), ma su chiamata da parte del Governo iracheno attraverso il Ministero del Petrolio e che fosse di lunga durata, venti - venticinque anni. Nel febbraio del 2007 il presidente Bush premeva insistentemente perché la legge passasse per le solite Exxon Mobil, Chevron, BP & Company. In effetti, anche se la legge tanto auspicata da parte di Bush non fosse stata ancora votata per la forte opposizione interna, il nuovo governo iracheno di Al Maliki e del suo ministro del petrolio Shahristani, nell’estate 2008 hanno promesso la firma dei contratti (no bid) su una serie di importanti giacimenti a Exxon, Chevron, Shell, Bp e alla francese Total, che rivendicava l’esecuzione di vecchi contratti firmati all’epoca di Saddam Hussein. Dagli accordi erano completamente escluse le compagnie russe e cinesi, come da programma. Per gli Usa il gioco sembrava fatto. Le prime aree petrolifere erano state assegnate secondo i desideri di Washington, la legge petrolifera non era stata ancora firmata e ratificata dal parlamento, ma si sperava che al più presto si sarebbe arrivati ad un voto positivo. Le aste non erano state indette e i rivali russi e cinesi erano stati messi alla porta, la guerra in Iraq sembrava dare i suoi frutti. L’imperialismo sa fare molto bene le pentole, ma non sempre gli riescono i coperchi. Infatti, la legge così confezionata non passa, nonostante l’iniziale accondiscendenza del Governo Al Maliki, la presenza di 140 mila uomini americani e di un mini-esercito di tecnici petroliferi inviati da Bush. Le ragioni della bocciatura sono tante e tutte attinenti alla voracità con la quale la varie componenti nazionali ed internazionali si sono gettate sui meccanismi di gestione della rendita petrolifera.

Innanzi tutto il progetto di concedere il petrolio iracheno a quelle compagnie, le solite (Exxon, Chevron, Shell, Bp e Total), quelle che prima della nazionalizzazione rappresentavano la presenza imperialistica in Iraq, aveva sollevato furibonde proteste non soltanto dei partiti dell’opposizione sunnita e dello sciita Moqtada al Sadr, ma persino da parte di un partito sciita di governo. Shata al Musawi, rappresentante della United Iraqi Alliance, con l’appoggio di una parte consistente del Parlamento, ha brandito la bandiera del nazionalismo energetico, denunciando la svendita del petrolio iracheno alle multinazionali estere, dopo che i vari Governi che si sono succeduti, a partire dalla caduta di Saddam, avevano investito nel settore oltre otto miliardi di dollari e che l’obiettivo nazionale era quello di portare l’Iraq fuori dalla spaventosa crisi economica e politica in cui la guerra lo aveva gettato, a produrre nel giro di sei - otto anni 10 milioni di barili al giorno, che lo collocherebbero al terzo posto della graduatoria internazionale per quanto riguarda la produzione e l’esportazione di petrolio. Obiettivi ambiziosi che sarebbero morti sul nascere se si fossero dati in concessione alle companies i maggiori pozzi petroliferi nazionali. L’aumento della produzione ci sarebbe stato, ma ad avvantaggiarsene sarebbero state le solite note. Un altro ostacolo era rappresentato dall’altro nazionalismo energetico, quello kurdo. Contravvenendo alla norma generale, quanto generica, che il petrolio iracheno competeva al “popolo iracheno” e che la sua estrazione-commercializzazione sarebbe dovuta essere concordata centralmente, aveva già iniziato in proprio una politica di concessioni, oltretutto anche su pozzi contestati dalle due amministrazioni, come quelli della zona di Arbil, Dahouk, Sulaimaniya e della parte meridionale di Kirkuk ai confini del Kurdistan. La frizione è stata così forte, che il Governo di Al Maliki ha ritenuto necessario mettere al bando tutte quelle Compagnie che avevano fatto contratti con l’Amministrazione autonoma kurda. Come risposta, il kurdo Ali Hussain Balu, presidente della Commissione parlamentare sul petrolio e gas, ha pesantemente criticato il governo e il ministro del petrolio Shahristani di politiche capitolarde e fallimentari. Lo scontro tra Baghdad e Kirkuk ha sfiorato la secessione da parte del Governo kurdo, lasciando l’imperialismo americano attonito ed impotente, nonostante che fosse stato proprio lui ad inventare una simile situazione nella speranza d’avere più opzioni allo sfruttamento dei giacimenti del nord, oltre a quelli del sud nella zona di Bassora.

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A coronamento dell’affossamento della legge ci si sono messi anche i sindacati, che hanno mobilitato i proletari delle imprese petrolifere a sostegno degli interessi nazionalistici contro la svendita del petrolio iracheno. Nella zona di Bassora gli scioperi, accompagnati da alcuni attentati agli oleodotti che dal nord arrivano al terminale dell’isola di Faro, alla foce dello Shatt el Arab nel Golfo Persico, hanno letteralmente creato il panico nei palazzi di Baghdad e, ancora una volta, Al Maliki ha usato il pugno di ferro mettendo i sindacati fuori legge, benché agissero sul terreno nazionalistico ma, in quel momento, dalla parte “sbagliata”, non quella del governo, minacciando feroci repressioni che, in parte, si sono pesantemente espresse. Il proletariato iracheno pur interprete di significative lotte: gli impianti di Bassora sono stati bloccati per giorni dagli scioperanti ma, senza la benché minima presenza di un punto di riferimento politico di classe, è stato prima represso, poi facilmente riassorbito su quello stesso terreno nazionalistico dal quale si è mosso senza mai uscirne, dopo che al Maliki e compagni hanno ritenuto tatticamente opportuno fare marcia indietro. Ad affossare ulteriormente il progetto di legge petrolifera “ad usum” delle Usa companies, ci si è messa anche l’opposizione democratica nel parlamento americano. I deputati e senatori democratici, più per una mal calcolata questione elettorale di contrapposizione al governo repubblicano che per una impostazione critica nei confronti della guerra, hanno impugnato la “questione morale” (daremmo ragione ai detrattori della politica estera americana se così palesemente allungassimo le mani sui giacimenti iracheni, meglio sarebbe agire per il medesimo obiettivo ma in maniera meno rude ed evidente), votando no al progetto della legge petrolifera nei termini voluti dal governo Bush.

L’accordo tra Bush e al Maliki, basato sullo scambio (potere politico al secondo con l’appoggio delle truppe Usa, e petrolio alle compagnie del primo grazie all’accondiscendenza del governo iracheno) salta in aria come un castello di carte al primo refolo di vento. Sino all’ultimo Bush ha percorso tutte le strade di pressione e di corruzione possibili, quella della forza era già operante da cinque anni, perché la privatizzazione dell’industria petrolifera irachena giungesse in porto, ma il “production sharing agreement” non ha visto la luce ne prima, ne dopo la fine del suo mandato, come era negli auspici. Addirittura il Parlamento iracheno dichiara di non voler nemmeno prendere in considerazione una simile legge sul petrolio e annuncia la necessità di formularne una nuova che tuteli al meglio le esigenze economiche nazionali. Come si vede, il contenuto primo di tutta l’operazione bellica in terra di Mesopotamia era chiaro sino all’evidenza. Nel computo complessivo, rientrava anche il ruolo del dollaro come coefficiente di scambio tra le merci, in modo particolare quello relativo agli scambi petroliferi. Se il piano Bush fosse andato a compimento, l’economia americana non solo si sarebbe giovata di un’importante fonte di reperimento della materia prima da un punto di vista energetico, non solo avrebbe diversificato le sue fonti d’approvvigionamento per i prossimi vent’anni, ma avrebbe contemporaneamente ridato fiato all’asfittico ruolo del dollaro in caduta libera dopo l’ingresso dell’euro sul mercato monetario internazionale. Sino alla fine degli anni “90” il 92% degli scambi commerciali, petrolio compreso, erano effettuati in dollari, a metà degli anni duemila si era scesi al 40%. La speculazione internazionale incominciava ad abbandonare il dollaro quale bene-rifugio sicuro per orientarsi sempre di più verso l’euro. Tra il 2006 e il 2008 alcuni tra i maggiori produttori di petrolio e di gas, primi tra tutti la Russia, l’Iran e il Venezuela hanno iniziato a vendere anche in euro, yen e rubli. Nello stesso periodo i paesi del Golfo hanno messo in cantiere il progetto “gulf” di un paniere di divise legate alla produzione del greggio che in prospettiva, non tanto lontana nel tempo, sostituisse in parte o in toto il dollaro.

La nuova legge e la debacle delle compagnie americane

La nuova legge, peraltro parziale e controversa, frutto di una frettolosa necessità, ispirata al reperimento dei finanziamenti e delle tecnologie funzionali al progetto di fare dell’Iraq, in pochi anni, il secondo o terzo produttore di petrolio al mondo, ribalta i termini della precedente impostazione, voluta dal governo americano, praticata in parte nella fase iniziale e poi resa inagibile dagli ostacoli che abbiamo visto. Il suo contenuto prevede l’indizione di aste, la cancellazione dei “production sharing agreement”e solo contratti di servizio con le compagnie estere. Le licenze sottoscritte sia a giugno, poche, che nei giorni di dicembre, sono infatti particolarmente vantaggiose per Baghdad. Le licenze pur avendo una durata ventennale, non prevedono una condivisione del profitto con le società petrolifere, bensì solo la corresponsione di una tariffa fissa da parte del governo iracheno alla compagnia estrattrice, per ogni barile portato in superficie oltre il livello attualmente in corso. E le tariffe finali sono risultate inaspettatamente basse, variano da un minino di un dollaro e trenta sino ad un massimo di due a barile giorno estratto. Nonostante la ristrettezza dei margini del futuro guadagno, che comporta peraltro consistenti investimenti finalizzati all’aumento delle capacità estrattive degli impianti già in produzione (current field) e di quelli da attivare, la partecipazione delle companies internazionali è stata elevata, ben quarantacinque, a rappresentanza dei maggiori paesi a vocazione energetica, pur di mettere le mani sui ricchi giacimenti iracheni.

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Nella prima giornata l’asta ha visto la vittoria della Royal Dutch Shell e della Petronas (malese) che si sono aggiudicate il giacimento di Majnoon nella parte del sud est dell’Iraq. Il giacimento, ancora vergine, prevede una riserva di 12,6 miliardi di barili ed è considerato uno dei più importanti tra quelli messi all’incanto. Il consorzio anglo-olandese-malese ha firmato un contratto in base al quale riceverà una commissione di gestione dal governo iracheno di 1,39 dollari a barile estratto, impegnandosi a portare, in breve tempo, la produzione a 1,8 milioni di barili al giorno, duplicando le più ottimistiche aspettative degli stessi tecnici iracheni. Sempre nella zona sud del paese che viene ritenuta quella a minor rischio di attentati e di sabotaggi, il secondo giacimento assegnato è quello di Halfaya, stimato per 4,1 milioni di barili al giorno. A vincere la gara d’appalto è stato un consorzio formato dalla cinese CNPC che vi partecipa al 50%, dalla Total e Petronas, rispettivamente al 25%.. Il contratto si è concluso con una commissione di 1,40 dollari a barile per una produzione futura di 535 mila barili-giorno da ottenere entro sei anni.

Nella seconda giornata, quella del 12 dicembre 2009, il grande giacimento di West Qurna 2, è stato assegnato alla russa Lukoil e alla norvegese Statoil con quote dell’85% per la prima e del 15% per la seconda. Il giacimento può contare su riserve pari a 12,9 milioni di barili. Il consorzio delle due compagnie si è impegnato ad aumentare la produzione di 1,8 milioni di barili al giorno, facendo di West Qurna 2 uno dei più importanti currente field di tutto l’Iraq. A scalare, i giacimenti meno importanti sono andati alla Petronas (malese) che si è aggiudicata il campo di Gharaf, alla Sanangol (angolana) quelli di Najmah e Qaiyarah e quello di Badra alla russa Gazprom. Le imprese americane sono praticamente rimaste a bocca asciutta. Benché iscritte al pari delle altre quaranta compagnie internazionali, se si fa eccezione per la Occidental, che, all’interno di un consorzio con la Sonangol, la cinese CNOOC e la sud coreana Kogas, ha subito una sconfitta per i giacimenti di Halfaya vinti dalla cinese CNPC con Total e Petronas, per le restanti Exxon, Shevron e &, il risultato è stato quasi nullo. Quasi nullo nonostante che il governo iracheno avesse promesso alle companies americane che in caso di parità d’offerta, l’asta sarebbe stata loro. Una specie di contentino dopo il cambiamento di rotta di Shahristani e Al Maliki. Le prime giustificazioni addotte a una simile debacle patita dalle compagnie americane, secondo i soliti frettolosi analisti borghesi, risiederebbero nel fatto che per le Big oil americane, fallito il tentativo di avere in gestione i migliori pozzi attraverso assegnazioni che non passassero dalla competizione dell’asta, il rischio di trovarsi spiazzati sul terreno della sicurezza e dell’ulteriore esborso finanziario per mantenere e gestire i pozzi, le avrebbe messe in una situazione di minore competitività.

Le ragioni del disastro delle compagnie americane

Certamente la disaffezione, se non l’odio, nei confronti della presenza delle truppe americane non giova alle attese delle companies Usa per il concreto rischio di sabotaggi che alzerebbero i prezzi di gestione dei pozzi, ma altre sono le ragioni che hanno determinato la loro sonora sconfitta. La scadenza elettorale del 7 marzo 2010 si è giocata prevalentemente, se non esclusivamente sul terreno del nazionalismo politico, sia in termini di generica propaganda ideologico-borghese, sia in termini di nazionalismo energetico. Il brusco rovesciamento dell’atteggiamento di Al Maliki, che del ministro del petrolio Shahristani, a favore dell’indizione pubblica dell’asta, ha avuto come propulsore la necessità di presentarsi all’elettorato come i più affidabili paladini del rilancio economico nazionale, sulla base dello sfruttamento “autonomo” dei giacimenti petroliferi che, nell’arco di sei anni, dovrebbero portare l’ex paese di Saddam ad essere, con i 10-12 milioni di barili al giorno, il secondo esportatore di petrolio dell’area, dietro soltanto all’Arabia saudita. Il tutto elettoralisticamente confezionato come una opportunità di rilancio dell’economia irachena che favorirebbe tutti, quando in realtà il progetto mira soltanto ad arricchire chi gestisce in prima persona la rendita petrolifera. Lo stesso vale per le opposizioni sunnite, per l’ex presidente Allawi che per lo sciita filo iraniano Moqtada al Sadr. La rendita petrolifera è stata presentata sul piatto della competizione elettorale come la questione nazionale fondamentale. Il che non ha potuto che enfatizzare gli accenti nazionalistici anti americani, in termini velati (Al Maliki), moderati (Allawi) o di aperto scontro (sunniti e al Sadr), ben sapendo tutti che, il dichiarato ritiro delle truppe americane, sempre che avvenga nei termini annunciati, avverrà nelle grandi città, ma che tenteranno di rimanere a tempo indeterminato nel paese, con basi militari, per tenere sotto controllo Damasco e Tehran, per difendere l’alleato di sempre Israele, per essere vicini al sempre più ingovernabile Afghanistan e, non ultimo, per rilanciare quella politica petrolifera in centro Asia che sino ad oggi ha fatto acqua da tutte le parti, come le campagne militari che ne dovevano rappresentare la base d’appoggio.

Un altro aspetto va messo in evidenza nella debacle delle oil companies americane all’apertura dell’asta. La devastante crisi che, ancora una volta, è partita dalle declinante economia americana, ha messo in seria difficoltà le imprese petrolifere. La vecchia Unocal, una delle five oil companies, non è arrivata nemmeno all’asta. Infatti, l’Impresa di John Maresca - che tanto si era data da fare presso le Commissioni governative per avere l’appoggio di Bush al fine di gestire monopolisticamente la costruzione della pipeline che dal Caspio, via Afghanistan - avrebbe dovuto trasportare il petrolio kazaco sin sulle sponde dell’oceano indiano, in Pakistan. Inoltre, aveva investito non poco (400 milioni di dollari) in favore dell’ascesa dei Talebani a Kabul, nella vana speranza di controllare il territorio, è affogata nei debiti sino al fallimento. Complici oltre alla fallita e dispendiosa avventura afgana, le nefaste vicende nel Myanmar. Citata in giudizio per connivenza con il regime al potere, che avrebbe garantito la costruzione e la protezione militare di un gasdotto nella regione di Yadana, al confine con la Thailandia, a colpi di lavori forzati, torture ed omicidi, la Unocal ci ha rimesso, oltre alla faccia, una montagna di milioni di dollari in spese per gli avvocati, in attesa della conclusione del processo. La conclusione è stata che nell’aprile del 2005, dopo una lunga agonia e con un debito di 11 miliardi di dollari, è stata comprata per 18 miliardi di dollari dalla Chevron Texaco, sfuggendo di poco al tentativo d’acquisizione da parte di una compagnia petrolifera cinese.

La stessa Chevron Texaco che nel 2005, all’epoca dell’acquisizione della Unocal, aveva un utile netto di 13,3 miliardi di dollari, nell’ottobre del 2009, alle soglie dell’apertura dell’Asta a Baghdad, perde un colossale 51% del suo utile, arrivando a soli 3,33 miliardi di dollari. Il 29 settembre dello stesso anno, il tribunale ecuadoriano cita la Chevron per danni ambientali chiedendo un rimborso di 27 miliardi di dollari, mettendo la compagnia petrolifera alle corde come nel caso precedente della Unocal.

La Conoco Philips nel 2008 registra un debito di 30 miliardi di dollari per incaute acquisizioni, con una capitalizzazione di soli 74 miliardi. In borsa le sue azioni precipitano da un valore di 100 dollari a 77,439 nello spazio di poche settimane. Nemmeno la più potente delle compagnie americane ha saputo resistito negli anni terribili della crisi. La Exxon Mobil, che, non a caso, solo fuori dal gioco delle aste, è riuscita ad accaparrarsi il giacimento di West Qurna 1, ha visto i suoi conti in rosso. Al 30/10/2009 il suo utile netto ha subito una flessione del 68%, arrivando ad un misero 4,37 miliardi di dollari. Mentre il fatturato è passato dai 137,74 miliardi a 82,26. Il dato rilevante di questa debacle sta nel fatto che le compagnie petrolifere americane hanno prevalentemente operato sul terreno della speculazione, hanno riacquistato le loro azioni nel tentativo di mantenerne alto il prezzo, hanno elargito, finché è stato possibili, lauti compensi ai manager e distribuito dividendi agli azionisti. Mediamente, il 55% degli utili sono andati in acquisizioni e non agli investimenti, all’acquisto di azioni delle varie Finanziarie e Fondi. In molti casi, le stesse companies hanno speculativamente operato attraverso le proprie finanziarie, con il risultato di ritrovarsi al centro dello scoppio della bolla finanziaria coperte di debiti, con i pacchetti azionari dimezzati, con le proprie finanziarie sul lastrico, senza liquidità e con una diminuzione della redditività dei capitali investiti che, sempre mediamente, si è aggirata attorno al 26%. Le companies americane sono rimaste vittime di quella crisi finanziaria che loro stesse hanno contribuito a creare sino all’atto della deflagrazione finale. Queste e non altre sono le ragioni del loro fallimento all’Asta del dicembre 2009, non certo l’approccio democratico che i difensori d’ufficio dell’imperialismo americano vorrebbero raccontare, negando persino l’evidenza della guerra in Iraq, delle sue false giustificazioni come della farsa delle elezioni del 7 marzo.

Crisi e ricomposizione imperialistica mondiale

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La crisi mondiale del capitalismo, senza un’adeguata ripresa della lotta di classe su scala internazionale, sta ridisegnando lo scacchiere imperialistico mondiale, di cui la questione energetica continua ad avere un ruolo preminente. Per gli Usa, fallita anche in Iraq l’operazione “bonifica”, la battaglia del petrolio sullo scacchiere asiatico sembra essere quasi definitivamente perduta. Da qui la riconferma della decisione del ritiro dall’Iraq, salvo il mantenimento di un contingente di quarantamila uomini a controllo del territorio. Sempre originata dalla sonante sconfitta, si fa strada l’idea, già espressa da Bush, di trivellare i ghiacciai dell’Alaska e le coste atlantiche in cerca di petrolio, e il ripescaggio del nucleare, alla faccia della tanto evocata “green economy” sbandierata in campagna elettorale. L’unica “vittoria” nella guerra dei tubi gli Usa l’anno parzialmente ottenuta con la costruzione della pipeline che da Baku (Azerbaijan) arriva a Ceyan (Turchia) passando per Tblisi in Georgia. Il BTC la cui costruzione è costata 4 miliardi di dollari, lungo 1770 chilometri, e il cui percorso è stato studiato in modo da non attraversare né il territorio russo né quello iraniano, ha visto in fase di progettazione e di realizzazione la presenza di un Consorzio nel quale l’azionariato di maggioranza è nelle mani della BP (30%), della Socar, impresa statale azera (25%), della Unocal (9%), prima del suo fallimento, e dell’Eni (5%), più compagnie francesi e olandesi con quote minoritarie. Nelle intenzioni, il progetto, finanziato in parte dalla Banca mondiale e dal Fmi e fortemente voluto dagli Usa, benché la sua impresa di riferimento occupasse, prima del fallimento, una posizione di seconda schiera, doveva convogliare verso il porto turco non soltanto il petrolio azero, ma anche quello del Kazakistan e del Turkmenistan, facendo di questa pipe line l’oleodotto più importante tra i giacimenti dell’Asia centrale e il Mediterraneo, per poi proseguire, via sottomarina, sino al porto israeliano di Ashdod. I Governi azero e kazako che, in una fase iniziale avevano aderito al progetto, si sono parzialmente tirati indietro, concedendo all’oleodotto, inaugurato nel luglio del 2006, solo poche centinaia di migliaia di barili al giorno, preferendo accordi di esportazione di petrolio e gas con gli altri due imperialismi, quello russo e quello cinese. La “bretella” israeliana non è stata ancora costruita e per l’imperialismo americano il successo è stato molto, molto parziale, anche perché chi gestisce il Btc è la BP, mentre la Unocal è stata costretta, suo malgrado, a togliere il disturbo. La parte più consistente delle esportazioni kazake va verso nord, in direzione della Russia usufruendo dei vecchi oleodotti di epoca sovietica per arrivare al porto di Novorrossijsk sul Mar Nero. Tre mesi prima (maggio 2006) è stato inaugurato un oleodotto tra il Kazakistan e la Cina. Parte dalla località di Atirav per arrivare ad Alashankov, dando un nuovo assetto alle linee di percorrenza verso l’est della più importante materia prima energetica. Il 14 dicembre 2009, pochi giorni dopo l’indizione dell’Asta di Baghdad, è stato inaugurato il gasdotto Turkmenistan-Cina, struttura cruciale nella geopolitica del gas del mar Caspio e degli assetti energetici sul continente asiatico.

Il presidente cinese Hu Jintao e il collega turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov, assieme al capo di stato kazako Nursultan Nazarbaev e al presidente uzbeko Islam Karimov, hanno aperto i rubinetti del nuovo gasdotto, lungo 1.883 km, che parte dal nord turkmeno e attraversa poi Uzbekistan e Kazakistan, per arrivare nel Xinjiang. Dovrebbe trasportare in Cina ogni anno 30 miliardi di metri cubi di gas, mentre altri 10 miliardi di metri cubi saranno «trattenuti» dal Kazakistan. Insomma, un importantissimo tassello nella distribuzione energetica in Asia, sia perché è la prima tratta che aggira il territorio russo e, soprattutto, perché elimina le pretese americane nell’area.

Il 13 dicembre ad Asgabad, capitale del Turkmenistan, il Capo di Stato cinese Hu Jintao ha incontrato il presidente del Turkmenistan, Gurbanguly Berdimuhamedov; le due parti hanno raggiunto importanti consensi per promuovere ulteriormente lo sviluppo delle relazioni di cooperazione e d'amicizia tra Cina e Turkmenistan.

In quella occasione, come riporta una nota d’agenzia,

Hu Jintao ha espresso il suo apprezzamento per le relazioni Cina- Turkmenistan e proposto quattro suggerimenti per il rafforzamento di una concreta cooperazione. Primo, attivare al più presto il meccanismo per la cooperazione Cina-Turkmenistan; secondo, approfondire la cooperazione sulle risorse energetiche; terzo, rafforzare la cooperazione per quanto riguarda le risorse non energetiche; quarto, effettuare al meglio i programmi di credito raggiunti dalle due parti, promuovendone al più presto l'esecutivo.

Allo stesso tempo, Hu Jintao ha affermato che la parte cinese intende rafforzare gli scambi con il Turkmenistan, cooperando anche alla lotta ai criminali che oltrepassano i confini, mantenendo efficacemente la sicurezza e la stabilità delle regioni.

Gurbanguly Berdimuhamedov è totalmente d'accordo con le proposte fatte a Hu Jintao sullo sviluppo delle relazioni tra i due paesi ed ha ricordato che i rapporti Cina-Turkmenistan si basano su una grande fiducia, rispetto reciproco e amicizia; costituiscono una partnership di cooperazione a lungo termine.” Ne consegue che lo scontro imperialistico nell’area vede una netta supremazia di Cina e Russia a scapito degli Usa che, non a caso, sono messi a mal partito anche in Kirkizistan dove i recenti avvenimenti interni, quantomeno appoggiati da Mosca, stanno mettendo in forse la permanenza della base militare americana di Manas, ultimo avamposto in Asia centrale.

A completamento dell’opera di smantellamento della presenza americana, c’è l’ennesima sconfitta sul terreno dello sfruttamento dei giacimenti della zona caspica. I due progetti concorrenti, il South Stream progettato dalla Russia e il Nabucco fortemente voluto dagli Usa, in Consorzio con alcuni paesi europei, hanno come base la necessità di assicurarsi sia le fonti di approvvigionamento del gas, sia il controllo delle vie di percorrenza verso il bacino del Mediterraneo. La sfida, dunque, consiste nell’assicurarsi i rifornimenti da parte del Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan. I tre paesi in questione, a maggio del 2009 a Praga, si sono rifiutati di firmare l’accordo sul progetto Ue-Usa per il Nabucco e di altri due gasdotti, il White Stream, che dovrebbe andare dalla Georgia alla Romania con un percorso sotto marino nel Mar nero e una “bretella” che attraverserebbe Turchia, Grecia e Italia (ITGI) tra la parte ionica della Grecia e quella italiana. Dietro il rifiuto ci sono le pressioni russe e gli accordi bilaterali tra il governo di Mosca e quelli dei paesi centro asiatici interessati. Prova ne è che Mosca, subito dopo il summit energetico di Praga, ha organizzato una riunione a Soci per rafforzare il progetto South Stream con Grecia, Serbia, Bulgaria e Italia, dopo essersi assicurata del rifiuto dei tre paesi centro asiatici. La Gazprom ha inoltre dichiarato di essere disposta ad acquistare l’intera produzione di gas dell’Azerbaijan e del Turkmenistan per complessivi 18 miliardi di metri cubi l’anno, con l’evidente obiettivo di assicurasi una posizione monopolistica in campo gassifero contro le ambizioni, uguali e contrarie degli Usa, anche se, come tutti i progetti, deve fare i conti con la disponibilità di adeguati investimenti, le appropriate tecnologie e, non da ultimo, la duratura affidabilità dei partner. A mo' di ciliegina sulle frananti ambizioni americane, il 6 gennaio di quest’anno, l’Iran e il Turkmenistan hanno inaugurato un ennesimo gasdotto nella zona, via Dovletabat-Sarakhs-Khangiran contravvenendo a tutte le pressioni di Washington con il governo di Tehran. Nelle tre settimane successive il governo turkmeno ha deciso di vendere la totalità delle sue esportazioni di gas all’Iran, alla Cina e alla Russia. Quest’ultima ha inoltre l’intenzione di raddoppiare le importazioni di gas dall’Azerbaijan per contenere i rifornimenti di Baku al progetto Nabucco. Inoltre, l’Azerbaijan ha stabilito un altro accordo con l’Iran per un gasdotto (Kazi-Magomed-Astara) lungo ben 1400 chilometri.

Come si può notare la “guerra dell’energia” è in pieno sviluppo. Gli attori imperialistici non si risparmiano colpi, con le buone o con le cattive (vedere l’intervento armato russo in Ossezia del sud contro la Georgia filo americana e le tensioni in Kirkizistan anti americane), oltre alle pluriennali guerre in Iraq e Afghanistan. Gli Usa potranno anche ritirarsi definitivamente dall’Iraq e dall’Afghanistan (alle condizioni prima citate), ma perché sconfitti dagli altri imperialismi che, pur non fisicamente presenti, hanno fatto sentire il loro peso all’interno della questione irachena. Gli Usa hanno subito prima e perso poi l’Asta di Baghdad perché il loro peso imperialistico, in termini di impegno militare e di disponibilità finanziarie, è diventato più leggero rispetto a quello della concorrenza. Non certo, come recitano i neri corvi del difensivismo d’ufficio dell’imperialismo americano, perché la propensione di Washington sia stata, e sia impostata all’esportazione della democrazia, alla lotta contro il terrorismo, senza nessun altro interesse, meno che meno quello di giocare un ruolo all’interno dei fattori energetici, strategici, economico-commerciali e finanziari. In realtà l’Amministrazione Bush ci ha provato con tutti i mezzi, ha però perso su molti fronti nonostante l’impegno economico e militare. L’Amministrazione Obama, complice anche la crisi, sta cercando di limitare i danni nell’epicentro asiatico, concentrandosi su obiettivi geo-politicamente “periferici” (ancora Afghanistan, Pakistan e India) per non uscire completamente dal gioco.

Fabio Damen

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

Prometeo #3

Maggio 2010 - Serie VII

  • Grecia - Una lotta ed una esperienza da valutare
  • L'asta petrolifera in Iraq e la sconfitta delle compagnie americane
  • Ripresa? Forse, ma per chi? - Gli astrologi del capitale
  • L’Italia unita e la condanna del sud - Note sulla questione meridionale
  • Riscaldamento globale - Dopo tutta l'aria fritta di Copenaghen, è destinato a proseguire
  • Le giornate rosse di Viareggio - 2-4 maggio 1920. Nel clima infuocato del Biennio Rosso...
  • Nazionalismo borghese e internazionalismo proletario
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