Vertice del WTO di Seattle

Il Millennium Round segna una nuova tappa nello scontro tra USA e Unione europea per il controllo dei mercati mondiali

Tra le proteste di migliaia di manifestanti il 30 novembre si è aperto a Seattle il tanto atteso vertice del WTO, il cosiddetto "Millennium Round". La propaganda borghese ha presentato l'evento come l'inizio di una nuova fase del capitalismo mondiale, in cui la libera circolazione delle merci e dei capitali possono alimentare la dinamica di sviluppo dell'economia internazionale. Per il pensiero unico dominante la globalizzazione è sinonimo di liberalizzazione, e l'impegno della borghesia internazionale è quello di abbattere le ultime barriere che ostacolano il libero mercato. I nuovi processi di globalizzazione impongono che le dinamiche dell'economia mondiale siano affidate ad organismi internazionali come il WTO, queste sono le dichiarazioni del ministro del commercio estero italiano l'ex stalinista Fassino, capaci di gestire al meglio e senza creare attriti competitivi i processi di liberalizzazione. Ma dietro le trionfali dichiarazioni di facciata dei vari leaders politici, al vertice di Seattle le due maggiori potenze imperialistiche del pianeta, quella statunitense e quella europea, arrivano divise su tutte le più importanti questioni commerciali. Un contrasto che si è accentuato sempre di più in questi ultimi anni con l'avanzare della crisi economica. La guerra delle banane, le accuse americane contro gli aiuti europei alla produzione agricola, le ritorsioni europee sulle importazioni della carne statunitense piena di ormoni, sono solo alcuni dei tanti episodi dello scontro in atto.

Per i rappresentanti dei paesi aderenti al WTO, il vertice di Seattle è solo il primo atto del negoziato che dovrebbe portare nel prossimo triennio alla completa liberalizzazione del commercio internazionale; ma le questioni discusse al vertice e sulle quali si scontrano le maggiori potenze imperialistiche sono di una vastità tale che difficilmente si potrà arrivare a breve ad una risoluzione delle controversie.

I litigi tra Stati Uniti ed Europa sono iniziati già nella redazione dell'agenda dei lavori; mentre gli Stati Uniti avrebbero preferito concentrare i lavori su alcuni punti specifici delle questioni dibattute, i paesi dell'Unione europea hanno insistito nell'allargare i lavori del vertice a tutti i settori commerciali, anche per attenuare le pressioni degli americani sui sostegni dei paesi europei alla produzione agricola. È proprio l'agricoltura il primo terreno di scontro tra gli USA e l'Europa; durante i lavori del vertice si è discusso della riduzione delle barriere al commercio, con l'abolizione di tariffe e dazi protettivi, dei sostegni interni e dei sussidi all'esportazione. Gli Stati Uniti che guidano il gruppo Cairns (che raccoglie i paesi grandi esportatori di prodotti agricoli) hanno insistito nel far valere le proprie ragioni imponendo al Giappone e all'Europa di aprire i propri mercati importando i prodotti agricoli americani e quelli degli altri paesi del Cairns. Per tutta risposta Bruxelles e Tokyo si sono appellati al rispetto del principio precauzionale in fatto di sicurezza alimentare. In sostanza prima di aprire i mercati alle importazioni occorre valutare meglio gli effetti sulla salute dei prodotti transgenici e della carne agli ormoni, veri pomi della discordia tra Stati Uniti ed Europa. L'appello degli Stati Uniti al principio del libero mercato anche nel settore dell'agricoltura, trova nell'Unione europea e nella Francia in modo particolare un valido oppositore; questi sostengono che il settore agricolo non può essere considerato alla stregua dell'industria e del settore dei servizi, ma deve essere "subordinato" al principio della multifunzionalità, in base al quale proteggere l'agricoltura significa proteggere la diversità alimentare, l'ambiente e la stessa vita rurale. Le schermaglie sui principi da far valere in realtà nascondono ben più prosaici interessi economici da difendere. Gli Stati Uniti sono interessati ad esportare i loro prodotti (siano essi transgenici o pieni di ormoni) mentre i paesi dell'Unione europea difendendo la diversità alimentare vogliono ostacolare l'esportazione dei prodotti agricoli americani. Il vertice, come era prevedibile, non ha ovviamente dato una risposta definitiva all'annosa questione, e il tutto è rinviato ai lavori delle varie commissioni i cui lavori inizieranno nei primi mesi del 2000.

La contesa euro-statunitense non interessa solo il settore dell'agricoltura. Dai servizi (sui quali sono in discussione norme specifiche sui sussidi, gli appalti pubblici e le licenze in relazione agli ordini professionali, punti sui quali la Francia s'oppone alla completa liberalizzazione innalzando la cosiddetta barriera culturale), alla proprietà intellettuale (molto aspro lo scontro in materia di brevetti, marchi, diritti d'autore e indicazione geografica), per passare al nodo della questione dell'ambiente e delle clausole sociali. Questi due ultimi temi rappresentano un vero attacco commerciale delle grandi potenze nei confronti dei paesi meno sviluppati, rei di violare le più elementari norme ambientali e in materia di tutela sociale (sfruttamento del lavoro minorile ecc.), violazioni che si traducono in un vantaggio economico per le esportazioni dei paesi in via di sviluppo. Il vertice di Seattle ha volutamente glissato la questione, rinviando ad altra sede la regolamentare internazionale dell'intera materia dell'ambiente e della tutela sociale.

Il vertice di Seattle è solo una delle tante tappe dello scontro imperialistico in atto, in cui gli USA come l'Unione europea cercano d'imporre agli altri i propri interessi di grande potenza. Uno scontro che si gioca non solo sul piano commerciale ma anche e soprattutto su quello monetario e finanziario, dove la nuova moneta europea può nel medio e lungo periodo scalfire l'attuale strapotere del dollaro. La liberalizzazione dei mercati, l'abbattimento delle barriere doganali, la libera circolazione delle merci e dei capitali rappresentano una tappa obbligata per il capitalismo di fine millennio. La stessa globalizzazione commerciale e finanziaria non è un fenomeno che la borghesia può decidere di bloccare rilanciando magari politiche economiche keynesiane, ma è il frutto della crisi di ciclo del capitale. Non quindi una scelta volontaristica studiata a tavolino dalla borghesia, ma semplicemente una risposta borghese alla crisi del capitale. Le stesse manifestazioni di protesta che hanno visto scendere sulle strade di Seattle migliaia di giovani, ed alle quali i nostri compagni americani hanno distribuito il volantino sopra pubblicato, sono rimaste purtroppo sul terreno del più bieco riformismo. Le posizioni più radicali, quelle più vicine a Le Monde Diplomatique, non sono andati mai oltre alla blanda richiesta di tutela dell'ambiente e delle popolazioni più colpite dalla liberalizzazione, senza mai mettere in discussione il modo di produzione capitalistico. Ma pensare di poter bloccare le dinamiche della globalizzazione senza porsi sul terreno dell'anticapitalismo è una grave illusione che può determinare solo ulteriori sconfitte per il proletariato mondiale.

pl

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.