Sul libero e astratto “pensiero anarchico”

Riteniamo politicamente utili in generale - e non solo in una ristretta polemica col pensiero anarchico e le sue appendici autogestionali e libertarie - alcuni appunti indirizzati alla riaffermazione di contenuti programmatici, e di principio, del marxismo.

Il comunismo scientifico

La differenza tra le dottrine comuniste e socialiste attuali e quelle di un tempo è la seguente: un tempo il senso dell'ingiusta ripartizione dei beni costituiva il fondamento del socialismo mentre oggi esso poggia sulla conoscenza del movimento storico. Il socialismo e il comunismo del passato riuscivano soltanto a mettere in evidenza le manchevolezze e i difetti già esistenti. I loro progetti di una organizzazione futura erano immaginari. Essi infatti deducevano i loro concetti non dal mondo della realtà, non dalla società esistente, ma unicamente dal proprio cervello e si trattava quindi di concetti stravaganti. Il socialismo moderno è 'scientifico'. Così come le scienze naturali non traggono la loro tesi dalla mente bensì dall'osservazione sensibile della realtà materiale, anche le dottrine socialiste e comuniste di oggi non sono dei progetti bensì delle conoscenze di dati di fatto fisicamente esistenti.

Josef Dietzgen - 1873

Il passaggio dall'utopia alla scienza fu possibile soltanto mediante la elaborazione di un nuovo metodo conoscitivo in grado di confrontarsi criticamente con tutti i precedenti sistemi idealistici, speculativi e trascendentali, o con le pretese di definiti limiti categoriali. Il materialismo e la dialettica del concreto furono da Marx ed Engels applicati allo studio della storia, alla critica dell'economia politica e dei rapporti sociali esistenti.

Nella impostazione di queste stesse analisi, nel loro percorso e dai loro risultati, si realizzava l'abbandono di ogni fantasia astratta e la costruzione di una teoria scientifica. Questo passaggio ha sempre irritato i "liberi pensatori" dell'anarchismo, fino al punto di spingerli a valutare e a denunciare il comunismo scientifico come una pura "costruzione ideologica". Fino a qualificarlo come un "manuale intellettualistico"; un pomposo quanto vuoto titolo accademico per incantare gli ingenui; un pretestuoso tentativo di eliminare il "libero contributo delle varie scuole di socialismo". Comprendendo fra queste lo stalinismo, il maoismo, le vie nazional-popolari, eccetera . Queste valutazioni - guarda caso - sono le medesime che anche la borghesia diffonde da quasi un secolo e mezzo, fino ad assimilare - oggi - il marxismo con lo stalinismo, il comunismo col capitalismo di Stato, Lenin e Trotsky con Stalin, Wyscinskij e ...Togliatti.

L'organizzazione

La riduzione al minimo del tempo di lavoro socialmente necessario ed equamente distribuito fra tutti i membri della società, è il presupposto del comunismo. Richiede l'utilizzazione al massimo grado delle forze produttive generali e della produttività del lavoro sociale. È quindi evidente la presenza di una organizzazione razionale dell'economia a livelli per lo meno continentali.

La gestione di un nuovo modo di produzione e distribuzione - il comunismo - che dovrà sostituire, superandolo, quello attuale del capitalismo, non può basarsi sui semplici quanto utopistici ideali di una autogestione unicamente interpretata come un esercizio di libera volontà, libero arbitrio, libera scelta da parte di ciascun individuo.

Il processo produttivo, che in parte sarà accentrato e in parte decentrato, non potrà essere regolato dall'improvvisazione creativa dei singoli, E neppure potrà affidarsi alla sola iniziativa di isolati gruppi autonomi e indipendenti da ogni controllo più generale. Lo stesso vale per la complessa organizzazione della "amministrazione delle cose" in funzione dei bisogni di centinaia di milioni di uomini e donne.

La società ripartisce secondo un piano i suoi mezzi di sussistenza e le sue forze produttive nel grado e nella misura in cui sono necessari alla soddisfazione dei suoi diversi bisogni.

Marx

Cosa significa, dunque, concretamente e realisticamente, "organizzazione"? Essa è, in definitiva, la necessaria sottomissione a una direzione - anche se liberamente voluta e riconosciuta - che indirizza, coordina, sviluppa o frena, l'attività dei membri della società verso un fine stabilito. Essa è l'obbedienza a un centro che - sia pure in comune accordo - assegna compiti, segnala interventi prioritari e sceglie adeguati mezzi. Al di fuori del capitalismo, là dove i mezzi di produzione e distribuzione sono nelle mani della società, tutto ciò non è dominazione, autoritarismo o dispotismo dei capi supremi; non è governo di una minoranza che monopolizza l'organizzazione; non è potere che sfrutta e opprime la maggioranza, quando non esistono più le condizioni materiali, cioè il capitale privato o statale, per attuare un dominio di classe. Si tratta invece dell'unico modo e della sola forma possibile, nella realtà di una comunità umana, per far vivere un autogoverno che assicuri libertà ed eguaglianza ai membri della società e non solo a un singolo soggetto e alla sua "libera volontà" personale.

Ogni altra deformante interpretazione e presentazione della dittatura del proletariato, del semistato operaio e della futura società comunista, non uscirebbe dall'attuale quadro dei rapporti economici e sociali, giuridici e ideologici che si impongono in tutte le società fondate sulla divisione in classi e in quella borghese in particolar modo. Non riuscirebbe quindi a spingersi al di là di una constatazione della attuale organizzazione - economica, sociale e politica - degli sfruttatori a danno degli sfruttati; degli oppressori sugli oppressi. O, se vogliamo, rimane impigliata nella visione di una organizzazione degli sfruttati che viene deviata e perciò forgiata sul modello dei valori e dei rapporti borghesi; soggiogata in definitiva al servizio degli interessi della classe sfruttatrice e del suo sistema economico-sociale. L'esperienza dell'Urss ha confermato storicamente quanto sosteniamo.

Il quadro resterebbe allora sempre quello di una società divisa in classi contrapposte. Una società che tale è, e rimane, nonostante ogni suo possibile ritocco di facciata, quando in essa sono dominanti le categorie e i rapporti economici che caratterizzano il capitalismo (in forma privata o statale), l'ordinamento borghese e il suo apparato statale burocratico di amministrazione e repressione, che da quelle basi economiche - e non viceversa! - viene in definitiva determinato e legittimato.

La classe

L'esistenza di classi sociali, diverse per interessi e condizioni, e delle lotte che storicamente si sviluppano tra di loro contrapponendo le une alle altre, non è una scoperta attribuibile in esclusiva ai comunisti. Gli stessi ideologi della borghesia soltanto oggi parlano di una definitiva scomparsa delle classi (e soprattutto della classe operaia) generalizzando a tutti i livelli la rappresentazione ideale del "cittadino" e della pari eguaglianza di diritti politici e civili fra i componenti della moderna società.

Sul concetto generico di classe esistono comunque grosse incomprensioni, che non si risolvono in un superficiale accordo sulla divisione degli uomini in sfruttati e sfruttatori. Occorre approfondire la semplice definizione di mondo degli sfruttati e degli oppressi, e nella quale si comprendono in generale lavoratori, disoccupati, emarginati, esclusi di ogni tipo, contadini, eccetera. Del tutto generico, e politicamente opportunistico, è quindi il concetto di "società civile" o di "popolo" usato dai democratici borghesi che fingono di ignorare le concrete differenze economico-sociali dei "cittadini": eguaglianza politica (a parole), diseguaglianza economica (nei fatti).

Il popolo diventa così una entità tanto metafisica quanto mistica. Ma nella realtà storica di ogni modo di produzione, a un determinato stadio di sviluppo delle forze produttive (progresso tecnico scientifico) corrisponde una divisione sociale del lavoro. Da questa deriva una ulteriore divisione della società in gruppi distinti secondo le loro condizioni e posizioni, in classi sociali contrapposte a causa dei rapporti economici stabilitisi e degli interessi particolari che le muovono. Da una parte lavoratori produttori senza proprietà dei mezzi di produzione, e dall'altra parte i non lavoratori proprietari di mezzi di produzione. Nella società capitalistica avremo, in conclusione, la lotta fra proletariato e borghesia.

La particolarità storica della classe operaia (lavoratori salariati), la sua posizione nel modo di produzione capitalistico e nella società borghese, è quella di raccogliere nelle proprie fila gli unici venditori di forza-lavoro e gli unici produttori della ricchezza sociale. Dall'impiego del lavoro vivo provengono tutti i valori d'uso che sul mercato sono trasformati in valori di scambio, e dallo sfruttamento del lavoro vivo si materializza tutto quel plusvalore che costituisce il motore e il fine ultimo della produzione capitalistica. Ed è da quel plusvalore che deriva il "reddito" (profitto industriale e commerciale, interesse finanziario e rendita fondiaria) della classe dominante e delle sottoclassi parassitarie che ruotano attorno ad essa.

L'oppressione che subisce il proletariato (spogliato dei prodotti del proprio lavoro, utilizzato unicamente nella produzione di ciò che dà un profitto) ha carattere universale poiché‚, nello sfruttamento a cui è sottoposta, la classe operaia concentra in sé tutta la dissoluzione della moderna società civile. Da questa condizione che raggiunge i limiti dell'inumano - perdita totale dell'uomo - il proletariato non può emanciparsi con la rivendicazione di alcun diritto particolare; non può emancipare se stesso senza emancipare tutta la società, senza recuperare integralmente l'uomo, oggi disumanizzato.

Non si tratta di sapere che cosa questo o quel proletario, o anche il proletariato tutto intero, si propone temporaneamente come meta. Si tratta di sapere che cosa esso è e che cosa sarà costretto a fare in conformità a questo suo essere. La sua meta e la sua azione storica sono tracciate in modo sensibile ed inequivocabile nella situazione della sua vita come in tutte la organizzazione della società borghese.

Marx-Engels, La sacra famiglia

Questa collocazione, quale unica forza rivoluzionaria nella società borghese, e questo compito storico di emancipazione non solo propria ma dell'intera umanità, caratterizzano il proletariato, la classe dei lavoratori salariati, ponendoli alla testa del movimento rivoluzionario anticapitalista, verso il comunismo. Ed è proprio sulla lotta specifica della classe operaia (poiché dallo sfruttamento della sua forza-lavoro dipendono i processi di produzione e riproduzione dei rapporti economici e sociali del capitalismo) che si fonda la possibilità concreta - e non astrattamente idealistica - della soppressione di ogni assoggettamento e sfruttamento, di ogni ordinamento sociale di classe.

Il proletariato, ultima classe sfruttata, non ha dopo di s‚ altre classi da opprimere e sfruttare; eliminando la propria situazione non può che eliminare tutte le condizioni di vita inumana formatesi nella società moderna. Per questo la classe operaia è la classe rivoluzionaria che ha al proprio seguito la grande massa dei diseredati, discriminati ed emarginati di ogni genere. Questi gruppi sociali, questi sottoproletariati, si trovano in una condizione di totale subalternità economica e politica; spesso su posizioni di rivolta fine a se stessa, coinvolti al seguito di movimenti e interessi anche reazionari.

Fermo restando - come l'esperienza insegna - che anche la classe operaia oppressa, fino a quando:

non sarà matura per la propria autoemancipazione, sino allora, nella sua maggioranza, essa riconoscerà l'ordinamento sociale esistente come il solo possibile; dal punto di vista politico, sarà la coda della classe capitalistica, la sua estrema ala sinistra.

Engels

L'anarchismo e altre correnti autonomiste e libertarie ritengono "superficiale" la concezione marxista delle classi. Fino ad affermazioni di questo tipo: un puro e semplice "schema ideologico e fatalistico" sarebbe quello marxista che riconosce la funzione storica rivoluzionaria svolta agli inizi dalla borghesia, e poi successivamente costretta a produrre i propri becchini portando loro elementi di educazione che si trasformano in armi contro se stessa e il suo ordine economico-sociale. Medesimo errore - sempre da parte del marxismo, e secondo gli anarchici - sarebbe quello di indicare nel proletariato il prodotto del capitalismo stesso, assegnandogli una propria centralità oggettiva e soggettiva nel processo rivoluzionario di soppressione della società divisa in classi.

Il partito

L'organizzazione politica della classe, della sua parte più avanzata, si fonda sulla libera e volontaria adesione. Nessun dubbio su ciò. La gestione dell'organizzazione non può essere affidata a mani esterne, al pari della sua direzione. In quanto "struttura organizzativa", dovrà pur avere una propria articolazione interna di funzioni e responsabilità. Una organizzazione politica - il partito - che raccoglie migliaia di compagni, se non vuole precipitare nella confusione teorica e nella paralisi pratica, dovrà darsi regole, disciplinari e amministrative; dovrà avere una precisa piattaforma e un programma unitario, strumenti atti a fornire tempestive indicazioni tattiche, chiare prese di posizione. La stessa Unione Anarchica Italiana (1920) si basava su un programma steso da Malatesta, una dichiarazione di principi, norme generali e alcune regole pratiche. Un principio d'organizzazione, ma con in più quel tanto di "ampia autonomia" che impedì - per l'appunto - di definire compiutamente tattica e strategia del movimento, e che diede vigore alle più disparate tendenze interne e quindi alla disgregazione.

La politica-critica rivoluzionaria non è improvvisazione, scelte affidate al caso o ad una "sperimentazione" in cui, nel nome di una astratta libertà individuale, ciascuno possa dire e fare quel che vuole, sottraendosi a norme prestabilite, discipline e decisioni valide per tutti.

I membri del partito, della organizzazione politica della classe, aderiscono a una base di principi teorici, a un indirizzo politico, a una piattaforma strategica e tattica. Liberissimi, se dissentono su questo o quel punto, di confrontarsi coi compagni, e di lasciare l'organizzazione se il dissenso permane. Tutti partecipano, e sono messi in grado di partecipare secondo le loro capacità e volontà, alla vita dell'organizzazione; operano in essa e per essa; contribuiscono alla elaborazione critica. Discutono la linea del partito e le sue decisioni durante i Congressi, e quindi si adeguano alle regole interne del centralismo democratico. Questa applicazione democratica del centralismo non significa la pretesa di onniveggenza e infallibilità; non è il rimedio universale per tutti i problemi della vita del partito. Rimane però l'unica via praticabile in una organizzazione che ha come suo obiettivo non quello di acchiappare farfalle da collezione, ma di rivoluzionare il mondo.

Il centralismo democratico è la sola forma di organizzazione politica del proletariato, che storicamente conosciamo, concretizzatasi nei principali partiti comunisti aderenti alla Terza Internazionale, almeno fino al 1924-25. Partiti a loro volta costruitisi sull'esempio dell'unica organizzazione politica - quella bolscevica - che pur fra mille difficoltà e in condizioni non facili, ha realizzato il primo tentativo rivoluzionario proletario, dopo quello della Comune parigina.

Tutto il resto - a partire sempre dalla metà degli anni Venti - diventa forma e contenuto della controrivoluzione, e fornirà il materiale di una propaganda anticomunista e antimarxista condotta senza scrupoli dalla borghesia internazionale. I comunisti rivoluzionari non hanno però atteso i successivi, tragici e mostruosi eventi per denunciare quanto stava accadendo in Russia già nel 1925, dopo i primi errori della Direzione della Terza Internazionale e la ritirata del proletariato europeo. E immediatamente i comunisti rivoluzionari hanno iniziato una lotta disperata contro lo stalinismo, personificazione della controrivoluzione capitalistica. Altro che continuità Lenin-Stalin; altro che "inevitabili risultati del marxismo" e conseguenze logiche della sua interpretazione bolscevica - come sentenziano gli intellettualoidi borghesi della "destra" e della "sinistra". E qui va detto che la maggioranza del movimento anarchico, autonomista e libertario, si è accodata acriticamente al corteo borghese e piccolo borghese, scopiazzandone le conclusioni ideologiche (dittatura del proletariato = stalinismo, gulac, fame e sterminio; Stalin, Krusciov e Breznev = legittimi eredi di Lenin, eccetera).

Lo stato

Il potere dello Stato scompare con l'abolizione delle classi. Ma alla eliminazione delle classi e dello Stato non si arriva per decreto, dalla sera alla mattina. Sarà il risultato della distruzione-superamento del capitalismo, e non viceversa. (Secondo l'anarchismo e la sua "dottrina umana", lo Stato è generatore di privilegi e produce esso stesso divisioni di classe, indipendentemente dai rapporti economici presenti nella società.)

Mistificando la critica marxista dello Stato (tale teoria addirittura non esisterebbe in Marx, come sostengono anche gli intellettuali borghesi), gli anarchici si uniscono al coro di accuse contro il "comunismo autoritario o statale, spinto fino al dispotismo dittatoriale", e indicano i marxisti come "maniaci di autoritarismo e di prepotenza statale". Farebbe testo l'esempio russo, continuando così a confondere, e in buona compagnia con... Stalin, il futuro Stato-comune del proletariato con lo Stato della borghesia. Ma verso quest'ultimo i comunisti non hanno chiaramente mai avuto in programma la conquista, la conservazione e il rafforzamento, bensì la sua distruzione. Ed anche in questo caso gli anarchici sono fermi alle tesi socialdemocratiche e staliniane del "socialismo di Stato" e dello "Stato popolare libero", ampiamente confutate da Marx, da Engels e da Lenin.

Lo Stato è sempre lo strumento al servizio di una classe dominante; uno strumento di oppressione e di violenza, diretta o indiretta. Lo Stato senza classi è un non senso, una contraddizione in termini. Lo Stato non è un puro oggetto, ma un rapporto tra classi diverse, tra chi domina e chi è oppresso, sulla base di un modo di produzione e di relazioni economiche che permettono lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Dunque, la società comunista non potrà essere che una società senza Stato.

Lo stesso Stato-comune o semistato proletario, nella fase socialista di transizione verso il comunismo, avrà poteri e funzioni che per forza di cose - distruggendo i rapporti di produzione capitalistici - andranno diminuendo e non accrescendo nel tempo. I comunisti non si impadroniscono dello Stato, insediandosi nelle strutture amministrative e repressive fino a poco prima occupate dalla borghesia. Sulle rovine dello Stato borghese sorgerà quella organizzazione centralizzata che nel periodo intercorrente fra il capitalismo e il comunismo - cioè nella fase di passaggio del socialismo - consentirà al proletariato di demolire materialmente e politicamente ogni reazione borghese e di avviare la nuova gestione economica e sociale dei produttori liberamente associati. Questa organizzazione, che permetterà al proletariato di agire non più come classe dominata ma come forza rivoluzionaria dominante - lo Stato-comune - si estinguerà nella fase storica del comunismo. Altrimenti si avrà la sconfitta della rivoluzione proletaria e il ritorno del capitalismo.

È dunque il semistato proletario che si estingue e non lo Stato borghese, che va invece distrutto subito con la conquista del potere e l'esercizio della dittatura del proletariato. Chi non capisce o fa finta di non capire tutto questo, finisce obiettivamente, in buona o cattiva fede, con il consolidare il fronte della conservazione borghese.

La dittatura del proletariato

Secondo il pensiero anarchico (vedi E. Battistini nella sua critica al Manifesto del partito comunista, e L. Fabbri in quella al "comunismo scientifico") l'organizzazione della società futura può delinearsi in due soli modi: statalista o autogestionario. L'anarchismo sceglie il secondo, dopo aver assegnato ai marxisti il primo, e sentenzia che:

a ogni gruppo sociale, grande o piccolo che sia, dovrà essere concessa la libera sperimentazione di forme diverse, e la possibilità di praticare i suoi programmi.

Vietando ciò, non si potrebbe più parlare di "uguaglianza e libertà"; si ricadrebbe in un "autoritarismo coercitivo". Evidentemente, l'anarchico spera che i borghesi, grandi e piccoli, una volta che sia stata loro concessa la possibilità di una "libera e autonoma scelta", rinunceranno con gioia ai privilegi fin qui goduti e si uniranno al popolo anarchico.

Fra l'atto rivoluzionario vero e proprio, distruzione del potere borghese e conquista del potere proletario, e la realizzazione del comunismo, della nuova società di liberi ed eguali, vi è necessariamente un periodo, più o meno lungo, durante il quale la lotta di classe continua, ma questa volta con l'oppressione dei resti di una sopravvissuta borghesia. La scomparsa di questa, infatti, non sarà immediata e su di essa il proletariato organizzato eserciterà il proprio dominio, la propria dittatura. Perso il suo potere politico, la borghesia non si dissolve in un sol giorno. Il modo di produzione capitalistico, i suoi rapporti economici non si distruggono e trasformano dall'oggi al domani. (Stendiamo qui un pietoso velo sulle "tematiche" agitate nel movimento autogestionario libertario, e riguardanti la conquista di posizioni di potere già nella società capitalista: la constatazione realistica del quotidiano!)

[Con] un immediato falò di tutti i titoli di proprietà, degli archivi catastali. notarili, ecc. i proletari sono chiamati immediatamente a impadronirsi della proprietà fondiaria, industriale, bancaria, ecc.

L. Fabbri

Soddisfatte le proprie simpatie immediatistiche, il pensiero anarchico risolve così ogni questione, dando per scontata e irreversibile l'affermazione spontanea della...

garanzia per tutti dei mezzi per produrre e vivere indipendentemente nell'interesse comune. Paradossalmente, certe aspirazioni economiche di carattere individualistico e libertario non mancano di qualche punto di contatto con alcuni concetti delle teorie liberali elaborate da personaggi come Popper, von Hayek e altri. Ovvero: gli individui, perseguendo in modo lecito e indipendente il loro fine individuale (conformemente alle loro simpatie, sostiene il pensiero anarchico) finiscono con il realizzare il bene comune...

Le divisioni in classi non si cancellano immediatamente con la espropriazione, diretta o "governativa", della borghesia. Il proletariato resta tale finché anche solo una sua parte continua a vendere la propria forza-lavoro per un salario; finch‚ alcuni prodotti del suo lavoro sono trasformati ancora in merci, in valori di scambio e non unicamente di uso. Per questo diciamo che la classe operaia - per un periodo di tempo quanto più breve possibile, ma di estrema difficoltà - rimane ancora classe operaia, questa volta però dominante e operante per la realizzazione della sua completa emancipazione e del socialismo. Essa è la forza garante e propulsiva della rivoluzione che continua nella fase transitoria verso il comunismo.

Contraddittoriamente, nello stesso tempo in cui respinge questa indispensabile dittatura del proletariato, l'anarchico si vede poi costretto ad ammettere che la libera scelta di tutti gli individui esclude però gli elementi borghesi, che dovranno essere "combattuti e resi innocui". Ma non è forse anche questa una "soppressione della libertà di pensiero e di espressione"?

Autogestione e decisionalità

L'espropriazione degli espropriatori - principio economico della dittatura del proletariato - non è una spartizione delle proprietà borghesi. I mezzi di produzione devono essere trasferiti alla nuova società per la loro utilizzazione collettiva, in modo sistematico e organizzato, sotto il diretto controllo delle nuove istituzioni e dei pubblici poteri formati dai soli proletari. In concreto: inventario di tutti i mezzi di produzione, case, terreni, prodotti di consumo requisiti; ripresa della produzione sotto la diretta gestione e il controllo dei Soviet locali e regionali; riorganizzazione della distribuzione; riduzione dell'orario di lavoro e avvio al lavoro di tutti gli uomini e le donne disponibili. Chi non lavora non mangia: un dispotismo economico-sociale che fa certamente infuriare i borghesi e il libero arbitrio anarchico.

Una condizione di caos economico e di sfascio sociale, quale inevitabile risultato dell'improvvisazione dei singoli e di un libero esercizio delle loro incontrollate volontà, soffocherebbe in breve tempo il più eroico atto rivoluzionario.

La cosiddetta "bolscevizzazione" dei Soviet nei primissimi anni successivi all'Ottobre Rosso, non fu che un intervento di orientamento e di controllo: intervento necessario poiché - ancora una volta - sarebbe una pia illusione quella di affidarsi semplicemente a spontanei e autonomi programmi socialisti, magari diffusi sull'immaginario mercato delle "diverse scuole rivoluzionarie e socialiste" da questo o quel gruppo con lo slogan: "il mio programma è migliore del tuo".

Vi sarebbero, dunque e sempre secondo l'anarchismo, tanti e differenti "socialismi" tra i quali ciascuno sceglie il più adatto ai propri gusti? E se un Soviet scegliesse "questo" e un altro Soviet "quello"? Ma sulla "libertà di iniziativa e di azione", anche un anarchico come L. Fabbri sembra avere qualche dubbio quando scrive:

Questo indirizzo libertario potrà anche non riuscire a sboccare direttamente nell'abolizione dello Stato - non perch‚ sia impossibile, ma per non essere sufficiente il numero di coloro che lo vogliono, per essere troppo numeroso ancora il gregge umano che sente bisogno del pastore e del bastone.

In tal caso - prosegue il Fabbri - ci basterà...

salvare quanta maggiore libertà è possibile, affinché‚ l'eventuale governo sia il meno forte, accentrato e dispotico che le circostanze permettano.

Politicamente parlando, è ciò che quotidianamente sussurrano, al gregge umano, anche i sostenitori dei "governi liberi e democratici", ieri della Prima Repubblica e oggi della Seconda...

Contro i capitalisti, contro la borghesia e quanti si schiereranno con essa per sabotare in tutti i modi la rivoluzione proletaria e riconquistare il potere e i privilegi perduti, occorrerà usare tutta la forza della classe operaia. Una forza che dovrà essere organizzata, controllata e guidata (ma chi "guida" ha il "potere", e ciò per l'anarchico è un delitto!); non dovrà certamente essere lasciata alla mercé‚ del libero arbitrio individuale. Se necessario, se i borghesi non staranno con le mani in mano ad osservare lo spettacolo e se le stesse conquiste rivoluzionarie saranno messe in pericolo, allora si dovranno anche usare forme estreme, drastiche misure coercitive e rappresaglie contro i reazionari. Logica giacobina? Così la rivoluzione borghese operò e trionfò contro la reazione feudale e nobiliare. Certo, sarebbe preferibile usare la persuasione, gli atti pratici e gli esempi educativi; ma questo non dipenderà dalla nostra volontà, soprattutto se la borghesia ci mitraglierà alle spalle.

Sarà - sempre per forza di cose e non per l'arbitrio o l'interesse di chicchessia - una violenza autoritaria, oppressiva, e non "liberatrice" per l'individuo borghese. Proprio per questo, per difendere le sue ricchezze e i suoi privilegi, la classe borghese e i servi sciocchi che la circondano recitano ogni giorno il loro rosario predicando, agli altri, che la violenza è in ogni caso dittatoriale e controrivoluzionaria; si rivolta contro chi la usa; diventa violenza poliziesca e militare (ecco pronto l'esempio Stalin); produce altra violenza e non gioia di vivere, e via dicendo. Una litania ipocrita che non si discosta da quella purtroppo recitata dal pensiero anarchico.

Davide Casartelli

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.