Il passaggio dalla prima alla seconda repubblica

Come nasce la prima repubblica

Il discorso è molto lungo e complesso passa attraverso una serie di fattori interni ed internazionali, ha come scenario la grave crisi della fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda. Ma due o tre cose vanno dette e spiegate, e per cominciare partiamo dalla fine della prima Repubblica che ha visto crollare miseramente un regime politico che durava da più di quarantenni. Non solo è crollato il vecchio regime, ma con lui sono crollati i personaggi politici che lo hanno rappresentato, quegli stessi uomini che poche settimane prima parevano intoccabili ed eterni, quasi fossero degli dei pagani, lontani dal paese reale, dalle sofferenze delle masse, ma sempre presenti nei centri del potere sociale. Uomini come Craxi, Andreotti e i loro fiduciari, i loro rapporti di corruzione, di connivenza con la mafia sono saltati per aria “improvvisamente”.

La domanda legittima non è “come mai anche Andreotti e compagni siano caduti nelle maglie della Magistratura” ma come è possibile che “solamente oggi si saldino certi conti da troppo tempo in sospeso?”. La risposta di regime, ambigua quanto falsa recita che solo ora la mafia ha superato ogni limite di arroganza e ferocia. Avrebbe cioè mirato troppo in alto, colpendo con le uccisioni di Falcone e Borsellino lo stato nelle sue intime istituzioni, mettendo in pericolo il suo bene più importante: la democrazia.

Le cose stanno esattamente all’opposto di come le racconta la borghesia. La storia è lunga e tortuosa ma concettualmente semplice. Il tutto ha iniziato nel ‘44 quando gli Stati Uniti decidono il loro intervento in Europa e nel Mediterraneo. Allora la grande preoccupazione americana e di quella italiana era che gli scioperi antifascisti nell’Italia del nord potessero degenerare in rivoluzione sociale. Negli scarni ma lucidi schemi dell’Oss (Organizzazione servizi strategici) e del Pentagono, un conto era la lotta al fascismo per uno stato borghese e democratica, controllabile se non addirittura condizionabile in termini politici col ricatto economico della ricostruzione, altra cosa sarebbe stata una rivoluzione proletaria nel cuore dell’Europa occidentale.

Per gli analisti USA, non solo la seconda ipotesi non doveva verificarsi, ma l’Italia, per la sua posizione strategica, doveva diventare la pedina irrinunciabile nelle prospettive di penetrazione americana nel mediterraneo a metà strada tra l’Europa continentale e il Medio Oriente.

Allo scopo, oltre a mettere in campo un potentissimo esercito composto prevalentemente da italo-americani, la “intelligence” d’oltre oceano mise in azione forze e strutture atipiche, quali la massoneria, i servizi segreti della Città del Vaticano e Cosa Nostra. Dalle carceri americane arrivarono in Sicilia personaggi del calibro di Lucky Luciano, Vito Genovese, Frank Coppola e Anastasia agli ordini del prefetto di Palermo, il generale e agente dell’Oss Frank Poletti. L’obbiettivo non dichiarato era quello di consegnare alla mafia il controllo politico del territorio siciliano quale trampolino di lancio per la “liberazione “ dell’Italia intera. In altri termini la malavita italo-americana ha assunto, per i fini imperialistici americani, una valenza politica primaria e una “legittimità” di fatto che è durata per decenni intessendo rapporti organici con le forze politiche predisposte, negli anni successivi, a svolgere il ruolo fondamentale di allineatori politici all’interno del patto atlantico.

Non si spiega altrimenti come mai per decenni la Mafia abbia potuto prosperare abnormemente all’interno dello stato godendo di ogni copertura possibile, da quella politica a quella di parte della Magistratura e dei centri di potere amministrativo locali e romani.

Ai vertici della Democrazia Cristiana come delle varie Corti di Appello romane ai servizi segreti deviati per non parlare delle collusioni degli aderenti alla P2 con tutte queste componenti istituzionali, non sono mai mancati appoggi, coperture e depistaggi a favore dei grandi Boss della Mafia. La ovvia contropartita era rappresentata da un’inesauribile serbatoio di voti.

Negli anni successivi, dal 1948-50 in avanti, scongiurato il pericolo rivoluzionario, il patto scellerato tra Dc, Mafia e compagnia cantante, è vissuto in chiave anti Pci nel l’amministrazione della guerra fredda.

Dalla CIA arrivavano ordini finanziamenti, coperture politiche e agenti provocatori di alto livello. Era la stagione delle stragi, dei finti colpi di stato atti a fare quadrato attorno alle istituzioni democratiche e alle forze politiche che le rappresentavano. Era la stagione delle collusioni tra i livelli politici governativi e lo stay-behind di Gladio e dei Servizi Segreti, della Mafia e della gestione strumentale del terrorismo rosso e nero.

Più la Mafia prosperava, più voti arrivavano al potere politico, più era possibile, grazie al consenso, perpetuare il mantenimento del potere e con esso l’allineamento politico con l’oltre oceano. Il punto intorno al quale tutto doveva ruotare era che il Pci non entrasse nel governo; non perché comunista, non perché rivoluzionario, questo lo avevano capito anche gli americani, ma perché una sua corresponsabilità governativa avrebbe potuto creare delle perturbazioni nell’ambito della gestione bipolare del dominio imperialista nell’Europa occidentale e nell’area del basso Mediterraneo. Sotto questi scenari si sono consumati tutti i reati possibili e immaginabili. Dal rapimento-delitto Moro al caso Cirillo, dalla uccisione di magistrati a quella di Dalla Chiesa. Hanno fatto tutto quello che hanno voluto e come lo hanno voluto. Le cosche mafiose operavano e i referenti politici coprivano. I boss latitanti non venivano carcerati e i voti continuavano a confluire. I processi istituiti da qualche “folle” magistrato venivano distrutti in appello o in cassazione dal Carnevale di turno, l’impunità era garantita.

Poi, negli ultimi anni, scongiurato il pericolo del “sorpassa” il patto scellerato è servito al mantenimento del potere comunque, permettendo ai partiti di governo, in una struttura politica bloccata, di trasformarsi in un comitato d’affari ancora più legato alla corruzione ed alla malavita organizzata.

Ma ecco il collasso, ecco la risposta al quesito “come mai solo adesso?”. La guerra fredda è finita. Per l’imperialismo americano, scomparso il capitalismo di stato sotto le macerie di una crisi economica e politica devastanti, si è reso necessario smantellare questi apparati, chiudere certe attività, rallentare un numero considerevole di azioni essendo venuto meno lo scopo originario.

La stessa CIA si è “auto epurata”. La nuova situazione ha imposto una ristrutturazione degli organici come negli obbiettivi da perseguire. Via gli uomini del vecchio apparato legati agli schemi della guerra fredda, dentro quadri nuovi meglio orientabili alle nuove esigenze.

La stessa cosa vale per i mutati obbiettivi strategici. Le prospettive future dovrebbero essere indirizzate su due nuove frontiere. La prima va configurando una scenario in cui le “cover action” del più potente servizio segreto mondiale si sposterebbero dalla sfera politica a quella economica. In termini più semplici la CIA dovrebbe usufruire della situazione favorevole per impegnarsi maggiormente in operazioni di appoggio alla penetrazione economica e finanziaria americana sui mercati internazionali. La seconda prevede un progressivo disimpegno dal vecchio teatro di scontro(Europa e Italia) per concentrare gli sforzi in Medio Oriente, sulla questione petrolifera e sulla minaccia dell’integralismo islamico, reo, secondo i responsabili del governo americano, di mettere in discussione alleanze e allineamenti consolidati nell’arco degli ultimi quindici-venti anni, sulla strategicamente fondamentale, questione petrolifera.

In aggiunta i morsi della recessione negli USA hanno fatto si che le danze con la vecchia classe politica italiana cessassero. Così sono improvvisamente venuti a mancare i soliti finanziamenti, e coperture politiche, la possibilità di usufruire di certi canali e certe entrature. E per quella classe politica italiana, di cui Andreotti per quarantacinque anni ha rappresentato l’eminenza grigia, sono finite le impunità e quelle particolarissime condizioni che le avevano consentito di fare il bello ed il cattivo tempo, spartendosi voti e quote di plusvalore in collusione con Mafia, P2 e servizi segreti.

A questo punto legittimo è il sospetto che da parte americana non ci si sia limitati allo scaricamento della vecchia struttura politica italiana, troppo legata ai vecchi schemi della guerra fredda, troppo compromessa e corrotta per essere riutilizzata nella nuova fase. L’impressione è che l’abbiano volutamente affossata, gettata alle ortiche come un vecchio arnese, non solo inservibile ma pericoloso da maneggiare.

È stato così che, sorprendentemente e in tempi velocissimi, si sono cominciati ad arrestare boss mafiosi che “latitavano” da una vita, che si è arrivati a toccare il “terzo livello” e che la magistratura ha letteralmente impestato di avvisi di garanzia quella parte del mondo politico italiano ritenuta sino a qualche giorno prima intoccabile oltre che inamovibile.

Ma c’è anche un versante interno che ha contribuito alla cancellazione di questa classe politica. finita la guerra fredda scomparso il pericolo dell’Est e con esso il ricatto politico durato quarantacinque anni, nel bel mezzo di una recessione economica la borghesia imprenditoriale italiana ha colto la palla al balzo e si è mossa.

Come sempre la base della determinazione è stato l’interesse economico. Già in tempi non sospetti, nel giugno 1992 la Confindustria di Abete, la FIAT di Agnelli per bocca di Romiti e, a breve distanza, l’intero mondo imprenditoriale italiano, avendo preso le distanze da quel “mondo dei partiti” che si stava dimostrando corrotto, corruttore e soprattutto incapace di affrontare “seriamente e con senso di responsabilità” i gravi problemi dell’economia italiana.

Per la borghesia imprenditoriale, stretta nella morsa della crisi dei profitti e della diminuita competitività, bisognosa di giungere all’appuntamento europeo dell’abbattimento delle frontiere con sufficienti carte da giocare, quattro erano le condizioni irrinunciabili al fine della sua sopravvivenza come classe e quattro erano le sue perentorie rivendicazioni.

  1. Il basso costo del danaro. Secondo i progetti della Confindustria il governo, non avrebbero dovuto mantenere un elevato tasso di sconto, e quindi un alto costo del denaro, con il risultato di ingigantire il già astronomico deficit e di penalizzare tutta la categoria degli imprenditori. Con un tasso di sconto più basso e con un conseguente costo del denaro più accessibile, il capitalismo italiano avrebbe potuto prendere in considerazione la possibilità dell’indebitamento finalizzato alla ristrutturazione, condizione prima per l’aumento di produttività sul mercato commerciale interno ed internazionale.
  2. Riduzione dei tassi di interesse sui titoli di stato. Sempre secondo i progetti della Confindustria, un ridotto tasso di sconto, avrebbe come effetto immediato la riduzione degli interessi sui Bot, Cct, ecc. Una simile condizione permetterebbe al risparmio di orientarsi più verso la Borsa che verso i titoli di Stato, permettendo alle imprese di autofinanziarsi senza passare per il credito bancario, o di attingervi solo per lo stretto necessario.
  3. In via subordinata, il discorso di Abete e compagni si rivolgeva perentoriamente al governo e alle forze politiche che ne facevano capo, perché si rendessero conto che, e in caso negativo perché altre forze se ne prendessero carico, del fatto che bisognasse passare al più presto possibile, da una impostazione del credito e del movimento dei capitali basata sulla rendita verso una politica dei profitti dell’economia reale.
  4. La ristrutturazione del salario e la flessibilità della forza lavoro. Questo è certamente il punto cardine della strategia della Confindustria. La richiesta era al Governo, dopo aver cancellato con quello che rimaneva della scala mobile, ogni residuo automatismo nel recupero salariale, si attrezzasse legislativamente in modo da codificare un salario fluttuante, ovvero comprimibile a seconda delle necessità e dell’andamento economico dell’impresa. Se l’impresa va bene, è competitiva e trova spazio sul mercato, allora il salario è al completo. Altrimenti viene complesso verso un minimo prestabilito, in conformità alle esigenze di produttività dell’impresa, come una sorta di automatismo verso il basso.

La stessa richiesta vale per la flessibilità della forza-lavoro. nei futuri schemi aziendali, la classe operaia, a parte un nucleo fisso collocato nelle produzioni strategiche, dovrebbe entrare ed uscire dai rapporti di produzione automaticamente a seconda dell’andamento economico dell’impresa. Per una simile prospettiva la Confindustria ha individuato anche il tipo di contratto e di forza-lavoro flessibile: contratti a termine, salari d’ingresso inferiori del 40-60% rispetto a quelli normali per le medesime mansioni, e forza lavoro tratta dalle liste di collocamento, e licenziabile all’occorrenza.

Ma a chi demandare l’amministrazione di una simile politica dei sacrifici, non solo l’ennesima, ma certamente la più dura e penalizzante per la classe operaia e con, oltre tutto un impianto sindacale de legittimato di fronte alla massa dei lavoratori? Certamente con una classe politica che negli ultimi venti anni, con una progressione geometrica, si era trasformata in comitato d’affari, più sollecita a concludere collusioni e truffe che ad assolvere agli interessi del capitale industriale. La Confindustria non voleva correre il rischio di vedersi rifiutare l’appello ai sacrifici perché proposto da un “ceto politico” talmente vorace e così ciecamente dedito alla logica della “mazzetta” da non rendersi conto che tutto ha un limite e che questo limite era la stessa classe imprenditoriale a doverlo proporre. Come acconsentire che a chiedere sacrifici così pesanti ad una classe operai già ampiamente penalizzata dalla recessione della seconda metà degli anni settanta fossero dei sindacalisti squalificati ed una classe politica ladra, corrotta sin nelle midolla e in collusione organica con la Mafia. Meglio scaricarla. Meglio tentare un radicale repulisti prima di ripresentare un ceto politico “pulito” in grado di portare il gregge della forza-lavoro all’altare del dio profitto.

Da qui l’avvio all’operazione “mani pulite”, ai tentativi di de legittimazione di personaggi come Craxi e Andreotti e di tutta quella parte della partitocrazia giunta al capolinea della sua avidità.

La fine della guerra fredda è stata la fine di molte sudditanze nei confronti di quei poteri “americani” che in realtà erano funzionale al potere per il potere senza altra giustificazione. Ai “poveri Craxi e Andreotti sono risultati fatali gli intrecci tra la strutturazione dei programmi CIA da una parte dopo il disimpegno della guerra fredda, e la determinazione della borghesia imprenditoriale interna, stanca di avere al governo degli incapaci a risolvere i problemi della crisi del capitale, e voraci mandibole dal rumore insopportabile. Per noi, irriducibili comunisti rivoluzionari, un solo rammarico Con i tempi che corrono e con i chiari di luna che sta attraversando il mondo del lavoro, ci sarebbe piaciuto che a presentare il conto a questa associazione a delinquere non fosse stata la parte “forte” del mondo capitalistico romantico, ma, per un più materialistico spirito di parte avremmo preferito vedere scendere in campo la ripresa della lotta di classe.

Ma quale democrazia

Le leggi del capitale non ammettono sconti ne dilazioni, se non quelli imposti dalla crisi. Sia in termini economici che politici le scadenze dell’alta finanza e del mondo imprenditoriale vengono dettate dalle ferree leggi del profitto. Ogni altra opzione, per importante che sia, appartiene al mondo dell’utopia, ovvero non è capitalisticamente praticabile. Possono cambiare le forme ed i modi ma il contenuto rimane sempre lo stesso.

Anzi, è tipica della grande borghesia, soprattutto se sottoposta al peso delle proprie contraddizioni, creare falsi scenari dietro ai quali perseguire i veri obiettivi quali la valorizzazione del capitale a colpi di intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro, licenziamenti e peggioramento del tenore di vita di una moltitudine di lavoratori fino alla più nera miseria e disperazione.

Il gioco non è nuovo, ciò che di volta in volta cambia è lo sfondo. I sacrifici per la classe operaia sono sempre lì, cambiano le motivazioni e gli appelli da parte di borghesia e sindacati.

Una volta possono essere in funzione dell’unità nazionale poi contro il terrorismo, oppure in difesa delle istituzioni o per la salvaguardia della democrazia.

Nell’Italietta di questi tempi, travagliata da un’ondata di crisi economica che non ha riscontri nel secondo dopoguerra, che ha finito per travolgere la vecchia classe politica e le sacre istituzioni, la ciambella di salvataggio sembra essere proprio la democrazia e la sua salvaguardia.

Ma quale democrazia? Mai come in questo caso la massima comunista secondo la quale la democrazia altro non è che la forma attraverso la quale il sistema esprime il potere della classe dominante, dimostra la sua validità.

I fanfaroni di regime, quelli per intenderci che hanno sproloquiato con dottissimi tomi sul concetto di democrazia vera, pura, lasciando intendere che una società è veramente democratica solo quando garantisce le forme di rappresentanza politica, la libertà di espressione e di associazione, dove tutti i diritti dell’individuo trovano soddisfazione nell’armonia della rappresentatività delle istituzioni, non hanno fatto altro che mettere in fila una sequela di sciocchezze, se le hanno pensate in buona fede, oppure hanno prodotto una serie di subdole menzogne sapendo di mentire.

Fa una certa impressione vedere i figli del vecchio regime, da Pannella a Berlusconi, da Segni ad Adornato, da Del Turco a Spadolini, che per decenni hanno attinto linfa vitale dal vecchio sistema democratico, plaudire il Pool di mani pulite in nome della nuova democrazia e perché no della nuova repubblica nel modo più conveniente alle circostanze politiche e di crisi del momento.

Un esempio, anzi, l’esempio per eccellenza, lo fornisce proprio la recente esperienza della borghesia italiana. Negli anni roventi della guerra fredda, quarantacinque per l’esattezza, quando alla nostra classe politica si richiedeva non soltanto di essere lo strumento di controllo degli interessi del grande capitale ma anche un appiattito alleato dell’imperialismo americano, tutto le era concesso.

D’oltre oceano arrivavano finanziamenti e coperture di ogni genere. Si finanziavano i partiti, si compravano le elezioni, si otteneva l’allineamento della magistratura e si consentivano alleanze operative con la malavita organizzata, i servizi segreti e tutto quanto poteva essere funzionale al mantenimento del potere.

Tutta la storia d’Italia, dal quarantacinque al novantuno, è intrisa di questi episodi che vanno dalla corruzione alle stragi stabilizzanti, dal potere piduista in tempi normali, alla minaccia dell’intervento di strutture armate del tipo Gladio nei momenti eccezionali. I finti colpi di stato, come le stragi vere, quelle che hanno procurato la morte di centinaia di persone, vittime innocenti di un potere che agiva al di sopra delle loro teste e delle loro vite, avevano lo scopo di ingenerare paura e disorientamento con il fine di fare quadrato attorno alle istituzione democratiche, ovvero attorno al potere che quei colpi di stato e quelle stragi aveva organizzato con l’aiuto dei Servizi Segreti, della mala vita organizzata e della manovalanza fascista. Il tutto in regime democratico, in nome della democrazia, quella per intenderci con la D maiuscola (come dinamite).Sempre in nome della democrazia il solito potere politico è riuscito a trasformare il terrorismo rosso, da suo poco probabile “vero” nemico (troppo infantilmente idealista, enormemente staccato dalla coscienza politica delle masse, piccolo borghese per tattica e modalità di intervento, ma soprattutto figlio dello stalinismo), in un “alleato” strumentalmente pilotato verso i soliti lidi della conservazione. Il caso Moro insegna. Lo stesso Franceschini, seppur a denti stretti, dopo una attenta rilettura dell’operato delle BR della gestione “Moretti”, ha ammesso non la possibilità, ma la “certezza politica” di infiltrazioni e di “gestioni” da parte di organismi dello Stato. E come cigliegina il processo Cusani ha proposto all’attenzione della opinione pubblica nazionale a mo’ di telenovela giudiziaria, ha avuto il merito di svelare il segreto di Pulcinella. Alla faccia della presunta democrazia, nel Parlamento della Repubblica italiana, nel cuore del potere legislativo, il 50% delle leggi ordinarie emesse dal volere popolare, per il popolo, in nome del popolo, avevano alle spalle la sponsorizzazione delle tangenti. I vari centri del potere economico, sia che si chiamassero Fiat, Mediobanca, Fininvest o Ferruzzi, hanno elargito migliaia di miliardi a partiti, correnti di partito o a singoli deputati all’unico scopo di ottenere il varo o l’annullamento di leggi a seconda degli interessi economici in questione. In termini più espliciti, il potere economico comprava quello politico riciclando una parte del plus valore estorto alla classe operaia con il beneplacito di tutti, istituzioni comprese. Il restante 50% delle leggi venivano ottenute dal potere economico attraverso il Governo, ovvero servendosi direttamente del potere esecutivo.

In sintesi, tutto l’armamentario messo in campo dalla borghesia partitocratica al fine di mantenere il potere e, che è lo stesso, impedire al partito di opposizione di entrare al governo, era rappresentativo di una tragica farsa.

La democrazia, già funzionale strumento di dominio di classe, è diventata nelle mani della partitocrazia italiana una sorta di malleabile gomma in grado di assumere tutte le forme possibili. Poteva essere tutto e il contrario di tutto purché servisse a tenere lontano il nemico storico ed a conservare sine die il più gratificante dei potrei dell’Europa occidentale.

Il gioco democratico era concepito in modo che a vincere, usando qualsiasi mezzo, dalla corruzione al ricatto, fossero le solite forze politiche, altrimenti sarebbero intervenute con la forza delle armi se il responso dell’urna non fosse stato favorevole.

Per 45 anni i forzati delle urne, quelli che si sono sempre illusi che attraverso le istituzioni democratiche si potessero cambiare le cose e magari percorrere la strada democratica verso il socialismo hanno ingenuamente e colpevolmente combattuto una battaglia il cui esito era già segnato.

Oggi, finita l’emergenza anticomunista, scaricata con ignominia la vecchia classe politica, non solo palesemente connessa con i peggiori criminali che la fantasia possa immaginare ma inutilizzabile ad amministrare una nuova e più grave epoca di politica dei sacrifici, si fa strada una nuova classe politica. I neo conservatori, tutti figli di quella squallida democrazia, che vanno dai Fini (che fa finta di non essere più fascista per non pagare pedaggio) ad Occhetto (che finalmente ha smesso di far finta di essere comunista) passando da personaggi come Segni, Spadolini Berlusconi e Martinazzoli (alla faccia del nuovo e del ricambio) blaterano di vera democrazia e di seconda repubblica.

Come dire che, così come la prima repubblica è nata sulle macerie del fascismo, la seconda nascerà dalla dissoluzione della partitocrazia corrotta e corruttrice. Balle! noi diciamo che la grande borghesia italiana, così come si è servita del fascismo come elemento di lotta di classe per il periodo che ha ritenuto necessario per poi sbarazzarsene nel momento opportuno, così ha mandato al macero quella classe politica di cui si è servita per quarantacinque anni foraggiandola e coprendola in tutti modi per preparare il terreno ad un ennesimo processo di ristrutturazione. In regime capitalistico le dittature come la democrazia, le democrazie corrotte come quelle sane, altro non sono che abiti sapientemente indossati e smessi dalla borghesia a seconda delle stagioni economiche e del livello di lotta di classe.

La futura vagheggiata vera democrazia della seconda Repubblica altro non è che la trappola della futura, ma per molti versi, già iniziata politica dei sacrifici. Non era certamente possibile che fosse la vecchia classe politica, corrotta e de legittimata agli occhi di tutti, a infierire sulla classe lavoratrice.

Sarebbe stato un disastro o quantomeno una pessima soluzione politica. Meglio buttarla a mare con tanto clamore scandalistico, trovare facce nuove, creare un nuovo ceto politico capace di far scattare la trappola.

Grazie abbiamo già dato. Di simili democrazie ne abbiamo piene le tasche. l’unica democrazia che può soddisfare le esigenze della classe operaia e non della famelica borghesia in fase di muta è quella che si fonda sulla uguaglianza economica.

Non esiste uguaglianza politica se questa non è preceduta da quella economica, ogni altra soluzione rappresenta solo inganno e mistificazione. Ma questa non è più democrazia, si chiama socialismo e alla società socialista non si arriva con la battaglia elettorale.

Con la consacrazione della seconda Repubblica la borghesia italiana ha celebrato il suo trionfo. Ha liquidato una classe politica inetta, non più funzionale alle sue aspettative di riorganizzazione dell’economia e delle leggi che la sostengono, ha proposto un pacchetto di normative sulla ristrutturazione del salario e del costo del lavoro, ha fortemente voluto e realizzato con l’aiuto dei Sindacati una serie di contratti capestro per la classe operaia, e di passaggio, non ha perso l’occasione di ribadire la sua vittoria storica sulla “utopia”comunista”.

La resistibile ascesa del cavalier Berlusconi

Prima che la tombola elettorale arrivasse a fissare il nuovo organigramma della classe politica italiana, sul fronte della grande borghesia finanziaria e imprenditoriale, l’idea dominante era che il Pds potesse avere qualche opportunità di governare la Cosa pubblica. Non era ipotizzabile che il centro motore della economia nazionale, una volta sbarazzatosi del vecchio ceto politico, ritenuto inefficiente, inefficace, più propenso a soddisfare le proprie voraci ambizioni di potere e di finanziamenti illeciti, e sempre meno attento alle necessità di valorizzazione del capitale di una economia stretta dalla ferrea morsa della crisi economica e della concorrenza internazionale, non pensasse a un adeguato ricambio.

Benché nelle precedenti elezioni amministrative la propensione dell’elettorato si era espressa tendenzialmente verso le forze della conservazione di destra, il centro del potere andava formulando l’ipotesi della conservazione di sinistra.

La scelta, anche se soltanto abbozzata e mai perseguita sino in fondo, non si fondava certamente sui programmi, praticamente simili da Occhetto sino a Fini, passando per Bossi e compagnia, ma sulle capacità di contenimento della rabbia della classe operaia, che solo un partito di “sinistra” avrebbe potuto garantire in uno scenario di storica aggressione alle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia.

Da anni ormai, il PC prima e il PDS poi, hanno fornito sufficienti garanzie alla borghesia nazionale, e dopo il crollo dell’URSS, a quella internazionale. Nella fase pre-elettorale il partito di Occhetto si è lungamente e diffusamente impegnato a spiegare come la nuova

sinistra avesse a cuore le sorti dell’economia nazionale, i problemi di ristrutturazione e riconversione produttiva, come l’economia di mercato sia l’unica forma economica possibile, che le privatizzazioni sono una necessità imprescindibile per il benessere della società e dei meccanismi di valorizzazione del capitale. Che la riforma fiscale debba sì essere basata sul principio della equità, ma che debba anche tenere conto del deficit dello Stato, allora ben venga un “forte regionalismo di ispirazione federalista, basato sui principi di autogoverno, di cooperazione e di solidarietà”, ma che mantenga l’unità del mercato e quindi quella politica.

In concorrenza con Bossi, Fini e Berlusconi, il nuovo partito della sinistra ha fatto a gara per stilare un programma che avesse tutte le carte in regola per essere preso in seria considerazione dai gestori dell’asfittico capitale. Ma non era certamente lì il problema. A palazzo, l’eventuale scelta sul PDS si fondava su altre considerazioni, dando la prima per scontata.

Al PDS, e più genericamente al Cartello delle sinistre, si chiedevano due cose. La prima, che rappresentasse in modo omogeneo gli interessi del capitale su scala nazionale e che non fosse diviso al suo interno da pericolose propensioni regionalistiche come la Lega, Alleanza nazionale, e per alcuni versi la stessa Forza Italia. La seconda che solo il Cartello delle sinistre possedeva una struttura sindacale di ingabbiamento della classe operaia in grado di prevenire e contenere la possibile risposta del mondo del lavoro all’ennesima politica dei sacrifici. Con la coscienza, ben presente a tutti i livelli delle stratificazioni borghesi, che questa politica dei sacrifici sarebbe stata di gran lunga la più pesante del secondo dopoguerra e che, pur in presenza di una lunga e sofferta ripresa economica, il sistema dovrà fare i conti con una disoccupazione strutturale non più riassorbibile, se non nei termini consentiti dalle nuove ed esasperate tecnologie produttive.

Al riguardo non sono mancati attestati di simpatia e di possibile apertura sia a carattere nazionale che internazionale. Ad esempio, dagli stessi Stati Uniti, si sono fatte sentire voci autorevoli. Il primo a spendere qualche parola favorevole nei confronti del PDS è stato lo stesso Presidente Clinton. In più di una occasione il Presidente americano ha avuto modo di dire che, finita la guerra fredda, e preso atto della definitiva conversione del Partito di Occhetto, nulla ostava ad un eventuale responsabilità governativa degli avanzi, riveduti e corretti, del PCI.

In seconda battuta hanno pensato di far conoscere il loro parere anche personaggi del calibro di W. Colby, capo della CIA nella prima metà degli anni settanta e Luttwak, eminenza grigia di almeno un paio di amministrazioni repubblicane.

La cosa in se non è certamente stravolgente, né ha avuto implicazioni concrete rilevanti, ma testimonia come negli USA si ritenesse che nella strategia degli equilibri europei del dopo guerra fredda, il PDS, al pari se non meglio di altre formazioni politiche, potesse rientrare a pieno titolo tra i futuri alleati del non sopito imperialismo americano.

Anche in Italia gli attestati di fiducia non sono mancati. La prima a muoversi è stata la Confindustria. Per bocca del suo segretario, e non certamente per volere di quella miriade di piccoli imprenditori che albergano nella Confindustria ma che ne recriminano una politica eccessivamente rivolta alle grandi industrie e poco attenta agli interessi del piccolo capitale, si è dato lo storico “placet” ad una possibile presenza di Occhetto e “compagni” all’interno di alcuni ministeri. Era in assoluto la prima volta che dal mondo imprenditoriale giungesse un segnale di questo genere.

Poche settimane dopo, in una sorta di contrappunto, dalle pagine del “Sole 24 Ore” si è ribadito il concetto, presentando la cosa non soltanto possibile, ma auspicabile. Infine, ad Aprile, lo stesso Presidente del Consiglio Ciampi, in occasione del rapimento e della uccisione della scorta di Moro, sollecitato dalle domande dei cronisti, ha risposto che l’idea per cui Moro era stato ucciso(apertura del governo all’allora PCI) ora è certamente più facilmente praticabile. Il grande capitale, sul terreno degli interessi conservatori aveva certamente visto giusto, ma altrettanto certamente non è andato al di là delle dichiarazioni di principio e di intenti se poi il suo “cavallo” non è arrivato al traguardo, con palese disappunto più del cavallo che dei scommettitori.

Anche la piccola e media borghesia ha cercato il suo “cavallo” e ha creduto di trovarlo in Berlusconi. Per i piccoli imprenditori la crisi ha riproposto un antico problema. Da un lato la ricerca di uno Stato e di una classe politica che si interessasse della loro sopravvivenza economica attraverso una serie di sgravi tributari, di agevolazioni fiscali, di accesso al credito agevolato e di radicale riforma del costo del lavoro, dall’altro che la nuova classe politica riequilibrasse il divario di trattamento economico e normativo tra la grande impresa, sia di Stato che privata, e quella piccola.

In concreto il mondo dei “sciur Brambilla” non solo voleva una legislazione che gli permettesse di sfruttare la sua forza lavoro di più e meglio, ma anche che lo Stato della “nuova Repubblica” non continuasse ad appoggiare la grande impresa dimenticandosi della piccola e di tutti i suoi problemi esasperati dalla crisi economica.

In questo secondo caso il cavallo è arrivato al traguardo, con sua grande soddisfazione, ma è tutto da verificare se di altrettanta soddisfazione potranno gioire i suoi scommettitori.

Il Cavaliere, pur pescando nel mondo della piccola e media imprenditoria una parte del suo consenso politico, l’altra l’ha trovata nel vecchio ceto socialista e democristiano, non può essere annoverato tra i paladini di quell’area economica e sociale. Da sempre il suo ruolo di imprenditore e di finanziere lo collocano tra i maggiori capitalisti italiani ed europei, tra i grandi trust della finanza, dell’edilizia e dei media, sia del piccolo schermo che della carta stampata. Ciononostante l’esercito dei “Brambilla” e dei piccolo borghesi ha ritenuto di aver scoperto il “nuovo” condottiero, che una volta presi nelle proprie mani i destini dell’Azienda Italia, la condurrà fuori dalle secche della crisi economica, con sommo vantaggio per tutti, ma con un occhio di riguardo per loro e per le loro imprese.

Benché la cosa non ci riguardi, se non per il risvolto che ha o avrebbe per la classe operaia, la vaghezza di una simile aspettativa ci consente di fare alcune osservazioni.

Berlusconi, una volta insediatosi alla presidenza del Consiglio, grazie anche ai voti della piccola e media borghesia, sarà costretto a muoversi su due fronti, gli piaccia o no. Innanzitutto dovrà fare i conti con il grande capitale, con le sue pretese di ristrutturazione, con le sue necessità di sopravvivenza nelle agitate acque della crisi e con il suo enorme potere di condizionamento. E cioè dovrà portare a compimento quell’attacco al mondo del lavoro in termini di ristrutturazione del salario e di normative dei contratti funzionali a qualsiasi processo di ristrutturazione, ma assolutamente necessari a questo che è in atto Italia in questo momento, e che la vecchia classe politica non ha saputo affrontare per tempo e nei modi giusti. Attacco che gioverà anche alle piccolo imprese ma che avrà come punto di riferimento e di applicazione le esigenze della grande industria.

Poi, usufruendo di una posizione di privilegio dovuta al “soglio” presidenziale e alla presenza dei suoi uomini nei punti chiave del potere politico, potrà a sua volta proporre al grande capitale scambi di favori sulla base di interessi reciproci coincidenti o complementari.

Un esempio, il primo per il momento, è rappresentato dall’avvicinamento tra il Presidente del Consiglio e il presidente onorario(e di fatto) di Mediobanca, Cuccia. Luogo economico del possibile incontro le privatizzazioni. Da più parti si “teme” che lo scambio tra la massima carica dell’esecutivo ed il volano della finanza privata stia per mettere in scena la vecchia commedia della politica dello scambio. Da un lato Berlusconi può manovrare per concedere a Mediobanca il grosso degli appalti sulle privatizzazioni che contano, dall’altro Cuccia può garantire i finanziamenti per il tentativo di risanamento della Fininvest.

Non è la prima volta che reali o presunti rappresentanti della piccola borghesia, una volta arrivati al potere, abbiano assunto il ruolo di riformatori del grande capitale sulla spinta delle pressioni dell’oggettività economica e dell’alta finanza. Un esempio, anche se lontano e per molti versi atipico ed irripetibile in quelle forme è stato il fascismo. Nato inizialmente come risposta piccolo borghese al bolscevismo rivoluzionario, infarcito di populismo conservatore, destrorso e antistatalista, una volta al potere nella figura di Mussolini, ha finito per servire gli interessi del grande capitale e della grande borghesia. C’è di più, la base di quello che sarà per sessant’anni lo zoccolo duro del capitalismo di Stato italiano, nasce proprio sotto il fascismo, nel 1933 al culmine della grande depressione internazionale.

D’altra parte “la scesa in campo” di Berlusconi è stata motivata dalla combinazione di almeno due elementi: salvare i propri interessi di imprenditore e fungere da salvatore delle sorti generali del capitalismo nostrano, anche perché il primo obiettivo avrebbe poche possibilità di successo se non si mostrasse più che propenso nel persegui re il secondo.

Il paradosso è che, l’esordio di quella che con un eufemismo viene chiamata la seconda Repubblica del dopo tangentopoli, sia patrocinato da un personaggio politico compromesso sino al collo con il vecchio regime, indebitato come imprenditore e legato agli ambienti della disciolta P2 con tanto di tessera N°1816.

Il cavaliere “scende in campo”

Quando la storica decisione fu presa la situazione economica e sociale presentava questo scenario. Le maggiori imprese italiane inanellavano da almeno quattro anni una progressiva riduzione del fatturato, Fiat compresa. Il debito pubblico continuava a veleggiare sopra i due milioni di miliardi. Su una popolazione attiva di ventidue milioni 339 mila unità ben due milioni 523 mila erano disoccupati per un tasso di disoccupazione pari all’11,29%,così perlomeno recitano la cifre ufficiali. Nel solo 93 si sono persi 317 mila posti lavoro mentre la inoccupazione giovanile cessava di essere un semplice dato statistico per diventare una tragedia dalle conseguenze difficilmente valutabili.

Anche le attività economiche del Cavaliere andavano secondo tendenza. Secondo chi ha avuto modo e tempo di fargli i conti in tasca, la sua Fininvest navigava in un mare di guai. È stato calcolato che per ogni lira di investimento ne avesse 3 di debito. La Standa onora le fatture con quattro mesi di ritardo sui cinque concordati, ovvero paga i fornitori dopo nove mesi dal ricevimento delle forniture e tutto lascia pensare che le cose in avvenire non possano che peggiorare se non interviene qualche fattore esterno a modificare la situazione. Secondo le medesime stime, l’altro gioiello berlusconiano, Publitalia gestita da Dell’Utri, ha registrato una perdita di esercizio nel solo 93 di 20 miliardi. Se si tiene conto che il capitale sociale ammonta a 13’5 miliardi si ha anche una idea non solo in assoluto, ma anche in termini relativi di quali perniciosi mali soffrano le imprese del gruppo.

Il Cavaliere non è stato con le mani in mano. Ben sapendo che la sua Fininvest era l’impresa più indebitata dopo quella di Gardini, e non volendo fare la stessa fine cadendo nelle maglie della Procura milanese di “mani pulite” si è mosso per tempo nei meandri del vecchio mondo politico o di quello che ancora rimaneva prima della tornata elettorale. Le sue attività di lobbing presso partiti e uomini politici erano così pressanti e scoperte che la stessa Guardia di Finanza ha inviato il 20 settembre del 93 un rapporto riservato alla Procura di Milano mettendo in preallarme la magistratura milanese.

Ma le cose non devono essere andate per il giusto verso. Lui che aveva basato per vent’anni le sue fortune di imprenditore sui crediti agevolati, su valanghe di miliardi provenienti dalle banche amministrate dagli uomini della P2, Lui che si era legato all’ala craxiana del CAF, lui che è stato uno dei maggiori fruitori del regime si è trovato improvvisamente esposto per migliaia di miliardi senza avere più alle spalle quel mondo politico finanziario che sino a quel momento gli aveva consentito di operare nei suoi campo in regime di semi monopolio.

Questa è stata la prima delle ragione che lo ha costretto a scendere nell’arena politica nel tentativo, poi riuscito, di mettersi al riparo da eventuali avvisi di garanzia e di ritessere, questa volta nelle vesti del protagonista, quella rete di contatti e di rapporti che gli consentisse di sanare le voragini debitorie del suo gruppo per venderlo al meglio o per continuare a gestirlo sotto mentite spoglie. Nel frattempo ha dato in mano il tutto al “re” del risanamento aziendale, quel Tatò abituato a fare i miracoli sulla pelle dei lavoratori a colpi di licenziamenti selvaggi e drastiche riduzioni della busta paga. Poco o nulla hanno influito in questa scelta, peraltro obbligata, le disastrate condizione della “azienda Italia”, o ancora più improbabile, il desiderio di creare nuovi posti di lavoro per il piccolo benessere del proletari e delle loro famiglie.

Anche il più maligno dei contendenti borghesi, assetato di potere e di protagonismo, non può fare a meno di blandire in qualche modo le classi subalterne, non soltanto sapendo di mentire, ma nella più lucida coscienza che il suo operare ha come obiettivo l’esatto opposto. E questo valga come monito a quella frangia, per fortuna poco consistente di lavoratori (episodio di Mirafiori), che delusi dal collaborazionismo dei Sindacati e dalla incapacità del Pci-Pds di fare una politica di opposizione al Governo, sia pure all’interno dello schieramento borghese con tattiche e prospettive borghesi, sono caduti nella rete delle promesse fanta economiche del Cavaliere, andando ad ingrossare l’esercito della piccola e media imprenditoria, del ceto medio borghese non produttivo e dei transfughi dei vecchi partiti di governo.

Nel suo pragmatico teorema la scalata ai vertici del potere politico era la condizione necessaria all’estremo tentativo di salvare il salvabile, muovendosi per primo, anticipandola altre frange del capitale e ricreandosi un insieme di alleanze o di non inimicizie funzionali alla salvaguardia dei suoi pericolanti interessi di imprenditore ormai perdente, travolto dalle macerie del vecchio regime politico e dalle possenti spallate della crisi economica.

Il secondo impulso alla scalata dei vertici istituzionali l’ha ricevuto dalla più che motivata convinzione che se le sinistre fossero andate al potere per lui si sarebbero definitivamente chiusi gli spazi per qualsiasi manovra e che la sua stessa persona avrebbe potuto correre dei rischi di natura giuridica, galera compresa.

Avvisaglie ce n’erano già state soprattutto nella fase più convulsa della campagna elettorale. Il timore era che, dopo la chiusura del processo Cusani, lasciati sempre fuori i “grandi vecchi” dell’economia italiana, Fiat in testa, il maglio di tangentopoli stesse ormai per calarsi sulla sua testa.

Non a caso, a decisione di giocare le residue carte sul terreno dell’impegno politico sul versante della destra conservatrice e reazionaria, è stata certamente accelerata dalle indicazioni che da più parti giungevamo, che volevano il cartello delle sinistre quale punto di riferimento dei vecchi centri del potere economico e come momento di aggregazione del nuovo ceto politico. Ecco spiegati il gettarsi, convulso e contraddittorio, nell’alleanza con la Lega di Bossi, l’avvicinamento politico con i resti del fascismo italiano, il rivolgersi alle schiere turbolenti della piccola e media imprenditoria, il linguaggio sfuggente ed il partorire le più assurde promesse in termini di occupazione e di ripresa economica. L’obiettivo era quello di non lasciarsi stritolare da quei centri del potere economico e finanziario che avevano liquidato la precedente classe politica, di cercare di presentarsi sullo scenario italiano da una posizione di forza per meglio trattare la vendita o il risanamento del suo barcollante impero e di non permettere al cartello delle sinistre di usare contro di lui l’arma della magistratura.

Poi, una volta al potere, avrebbe fatto come tutti, sinistra compresa. Avrebbe servito al meglio gli interessi del grande capitale, si sarebbe fatto portatore di un programma di governo attento agli obiettivi della privatizzazione, dello smantellamento delle residue sopravvivenze dello Stato sociale e di una politica finanziaria favorevole alla tanto auspicata ripresa economica dell’apparato imprenditoriale giocando sugli sgravi fiscali, sulla detassazione degli investimenti e sul selvaggio attacco al salario.

E così è stato. Vinta la molle concorrenza del Cartello delle sinistre e la diffidenza dei centri di potere economico, ha usato con maestria il moderno “oppio dei popoli”, la televisione. Dall’alto di una sorta di quasi monopolio dei media della informazione, ha inventato e proposto una politica virtuale piena di vuoti contenuti, di spot politico pubblicitari, di dichiarazioni ad effetto con l’obiettivo di arrivare alla coscienza politica dell’elettore partendo dall’immaginario collettivo. Una sorta di imbonimento programmato con le più recenti e sofisticate tecniche del messaggio pubblicitario, a volte palese, a volte in termini subliminali.

Va da sé che Berlusconi ed il suo staff non hanno vinto solo per questo. Dietro le quinte della crisi economica e sociale italiana giacevano ancora fumanti le cenere del precedente regime politico. La confusione ideologica, esasperata dallo stillicidio sistematico con il quale si sono distrutti i vecchi partiti appartenenti, anche se a diverso titolo, al vecchio regime. Il crollo dell’Unione Sovietica con il suo nefasto fardello dell’antistalinismo di destra e, soprattutto, una classe operaia allo sbando, ideologicamente confusa, organizzativamente dispersa, timorosa di prendere qualsiasi iniziativa persino sul terreno della difesa dei suoi interessi immediati, hanno spianato il terreno ad una iniziativa politica come quella di Forza Italia.

In altri tempi, pur nei medesimi modi, con scenari diversi e con un proletariato attestato quantomeno sul fronte della difesa degli interessi di classe, attento alle svolte reazionarie, non succube di forze politiche della sinistra borghese, un simile disegno non sarebbe passato così facilmente.

Invece il Cavaliere ha potuto camminare verso il suo traguardo praticamente indisturbato. L’opposizione si è aperta al sua passaggio come un muro di burro percorso da una lama rovente. Il mondo del lavoro è rimasto attonito, aggrappato alla fatale speranza che i nipoti degli affossatori della rivoluzione d’Ottobre, ormai più reazionari dei “normali” conservatori, facessero il miracolo di fermarne l’avanzata. Certo, il moderno “oppio dei popoli” ha fatto la sua parte, ma la mancanza di una opposizione di classe e l’assenza della stessa opposizione borghese di sinistra ha trasformato il cammino di Berlusconi in un trionfo senza precedenti nella storia della “prima Repubblica”.

La seconda repubblica

La politilogia borghese, rappresentativa del nuovo assetto politico uscito vincitore dalla competizione elettorale, con eccessiva, quasi sospetta enfasi, si compiace di definire il Governo Berlusconi come la struttura portante della seconda repubblica. Che si tratti di un di un pietoso eufemismo dovrebbe essere chiaro sino all’evidenza. L’enfasi si appoggia sul fatto, di per sé irrilevante, che il nuovo regime, sorto dalle ceneri del vecchio, si presenterebbe con un aspetto politico moralmente più accettabile e con le mani pulite, facendo della questione morale il cardine della distinzione con la passata gestione ed il presupposto fondante della nuova Repubblica. In realtà le cose non stanno assolutamente in questi termini. Nulla si è toccato delle fondamenta del vecchio regime se non la facciata.

Il grande capitale in crisi, usufruendo di alcuni fattori interni ed internazionali, ha ritenuto giunto il momento di sbarazzarsi di una classe politica ormai inservibile e la cui permanenza al potere avrebbe significato solo danni e ritardi nello sforzo della ristrutturazione per una nuova classe politica, i cui contorni erano tutti da delineare, ma che doveva farsi carico dell’emergenza in tempi brevi e con solerte determinazione.

Molto doveva cambiare in superficie, scandali, defenestrazioni, processi penali e politici, perché nulla cambiasse alla base del potere economico, anzi perché il grande capitale finanziario e imprenditoriale ne potessero trarre il massimo vantaggio.

Il tanto decantato passaggio alla seconda Repubblica è stato un ricambio politico, imposto dalle circostanze della crisi economica, voluto dal mondo imprenditoriale, che ha travolto le strutture portanti del vecchio regime politico senza nemmeno sfiorare la base della struttura economica. D’altra parte non poteva essere altrimenti, solo gli allocchi hanno potuto credere di essere in presenza di una “rivoluzione” che abbia definitivamente sepolto un passato di malgoverno e malcostume politico per creare le condizioni di un radioso futuro, sì sempre borghese, ma onesto e pulito.

L’illusione, per chi mai l’ha avuta, è durata un attimo, quello necessario per allestire la “squadra” del nuovo governo e per ottenere la fiducia al Senato. In un attimo, l’uomo dalle mille risorse, colui che ha costruito il suo impero tra i salotti piduisti e le anticamere dei segretari dal CAF, che ha saputo farsi largo nel mondo delle tangenti come pochi altri, ha usato le vecchie armi per creare il suo “nuovo” governo.

Innanzitutto, con una supponenza ed arroganza che nemmeno gli Agnelli e i Pirelli hanno

mostrato di avere, alla faccia di quelle norme costituzionali scritte e consuetudinarie di cui lui stesso dice di essere garante, ha compiuto il più subdolo attacco ai canoni della deontologia politica: Da imprenditore, per giunta in crisi e quindi bisognoso di favori dal mondo politico, è diventato primo ministro senza rinunciare al suo ruolo economico. L’impresa è doppiamente pericolosa, in primo luogo perché pone, in teoria, il detentore del potere esecutivo in una possibile situazione di privilegio nei confronti della restante parte del mondo economico a lui concorrente, in secondo luogo perché il signor Berlusconi non esiterebbe a giovarsene nei modi più appropriati, senza che l’opinione pubblica e la concorrenza possano interferire più di tanto.

In secondo luogo, quando da più parti gli si è fatto notare la mancanza di “tatto” nell’aver accettato l’investitura a primo ministro senza essersi preventivamente e completamente disfatto del suo impero economico, il Cavaliere ha chiesto tempo tranquillizzando i suoi oppositori e invocando un triumvirato di garanti che vigilasse sul suo operato politico inattesa di sistemare la sua “anomalia” economica. C’è chi ha detto troppo tardi e troppo comodo, ma non è qui la questione più importante. Lo scandalo sta nel fatto che i tre garanti provengono dai libri paga della Fininvest, ovvero sono dei suoi stipendiati che vengono incaricati di vigilare sull’operato del loro padrone.

In terzo luogo, a parte i patteggiamenti con le altre due componenti del “Polo della Libertà” gli uomini di governo proposti dal Cavaliere non provengono tanto da Forza Italia, quanto dalla Fininivest. Cioè, ancora una volta, non siamo in presenza di un ricambio politico dovuto ai meccanismo del nuovo sistema elettorale, ma all’insediamento di un piccolo monarca che sale al potere circondandosi dei suoi fedeli servitori.

Infine, quando si è trattato di ottenere la fiducia al Senato, l’ex uomo del CAF, l’ex piduista

si è ricordato del recente passato ed ha comprato i quattro voti necessari al suo governo. Come “nuovo “non c’è male. Questo è l’inizio poi si vedrà, di materia c’è né, si va dal dissidio RAI-Fininvest alla legge sui pentiti e a tante altre cosettine che il nuovo Primo Ministro del vecchio regime non si lascerà certamente sfuggire.

Il programma di governo

Su di una cosa il Cavaliere è stato chiaro sin dall’inizio. Il suo governo sarà ispirato alle leggi del libero mercato, farà delle privatizzazioni il suo cavallo di battaglia opererà la riforma della pensione e della sanità sul modello americano di Reagan e attaccherà i salari e le condizioni di vita della classe operaia come nessuno è riuscito fare dal secondo dopoguerra ad oggi. In cambio di tutto questo, il salvatore del capitalismo italiano promette il risanamento del debito pubblico, la ripresa economica e almeno un milione di posti di lavoro. Non meravigli tanta chiarezza programmatica. La prima parte del programma deve tranquillizzare la grande imprenditoria nazionale, la seconda è lo specchietto per quelle allodole che devono sopportare il peso del “secondo miracolo economico”. Ma andiamo con ordine. L’obiettivo di riorganizzare il capitalismo italiano secondo i dettami della libera imprenditoria in un libero mercato è cosa che non sta né in cielo né in terra.

Di questo Berlusconi è cosciente ma con questo giustifica lo smantellamento del cosiddetto Stato sociale e contemporaneamente tacita le aspettative di quella miriade di piccoli imprenditori che credono così di poter concorrere alla pari con la grande impresa.

La libera imprenditoria, ovvero la capacità imprenditoriale che si misura in termini di competitività sul libero mercato, su un mercato cioè dove non intervengono fattori di concentrazione oligo-monopolistici e dove lo Stato assuma nei confronti dei fattori della produzione la stessa equanimità che una mamma usa nei confronti dei figli, è una finzione che è scomparsa persino dai testi di economia politica borghesi.

La storia del capitalismo è storia di successive, enormi concentrazioni dei fattori della produzione, di stimoli al contenimento della concorrenza con tutti i mezzi, anche quelli illegali. Domina il mercato chi usufruisce di finanziamenti privilegiati da parte dello Stato o dei grandi Istituti di credito. Chi soffoca la concorrenza o la costringe ai margini del mercato imponendosi da solo, grazie alla sua maggiore potenza tecnologica, o stabilendo alleanze con gli avversari più grossi a scapito dei più deboli. Le armi sono le solite: finanziamenti, super sfruttamento della forza lavoro, tendenza al monopolio, condizionamento del potere politico, lobbing, spionaggio industriale, corruzione ecc. Non c’è seconda o terza Repubblica che tenga, questo è il capitalismo e queste sono le sue leggi.

Per la piccola e media industria non c’è scampo. O si accontentano di operare ai margini del mercato, occupando quei segmenti non inseguiti dal grande capitale, oppure devono svolgere il ruolo di indotto al traino della grande impresa, ma fuori dalle decisioni di mercato che contano, fuori dal credito agevolato e soprattutto fuori dalla possibilità di crearsi una vera lobby in grado di condizionare il potere politico.

Il nuovo governo, mentre procederà sul terreno conclamato delle privatizzazioni, sarà costretto a favorire nuove forme di concentrazione produttive e del capitale finanziario in termini privatistici così come impongono le legge del mercato, soprattutto se è in crisi e se è in procinto di subire consistenti processi di ristrutturazione.

Le privatizzazioni. Quando uno stato, nella normale gestione del suo storico mandato, che consiste nel tentativo di intervenire nelle contraddittorie falle del sistema economico per limitarne i danni e per supportare al meglio i meccanismi di valorizzazione del grande capitale, arriva alle soglie della bancarotta, non gli resta che vendere l’argenteria di casa.

Il che non è imputabile a chi si è servito dello stato per ruberie e nefandezze di ogni genere, che piaccia o no è sempre stato così e sempre lo sarà finché il dio danaro avrà bisogno dei suoi sacerdoti e i suoi sacerdoti di lui, ma perché nemmeno l’intervento dello stato è in grado di eliminare la contraddittorietà del sistema produttivo capitalistico.

In aggiunta, agli occhi del mondo finanziario e imprenditoriale, le privatizzazioni appaiono per essere un buon affare. Mettere le mani sulle imprese statali a prezzi di svendita entrare senza colpo ferire negli spazi di mercato precedentemente occupati dalla “statalizzazione”, sono nell’immediato occasioni da non perdere sino alla prossima crisi, poi si vedrà. Ma c’è un aspetto delle privatizzazioni che interessa particolarmente il mondo della imprenditoria nel suo insieme la possibilità di svincolare i contratti dal loro vecchio impianto garantista, privatizzarli e rendere quindi il licenziamento più facile o quantomeno non così problematico.

In una fase in cui l’obiettivo primo è contenere il costo del lavoro e mettere in condizioni la fabbrica di gestire al meglio la mano d’opera, avere a disposizione una legislazione in termini di licenziamenti il meno garantista possibile è fuori di ogni dubbio una conquista per il capitale, e le privatizzazioni una mano in questo senso sono in grado di darla alle esose necessità si sopravvivenza del capitale.

La riforma delle pensioni e della sanità

Con la scusa di smantellare la “madre di tutti i guai”, lo Stato assistenziale, il neo-governo ha intenzione di abbattere quello che resta dello Stato sociale, ovvero di quel minimo di garanzie in termini di assistenza e di sistema pensionistico, di cui, ancora per poco, il proletariato e più in generale il mondo del lavoro usufruiscono. In sintesi la proposta è quella di portare l’età pensionabile a 65 anni, di smantellare progressivamente il fondo pensioni garantendo soltanto una corresponsione minima alla quale si potranno aggiungere forme di contribuzioni volontarie ed integrazione del minimo assegnato. Cioè una sorta di privatizzazione del sistema pensionistico, stile americano, con il quale dopo quarant’anni di lavoro la pensione rimane un obiettivo raggiungibile da pochi, e certamente non da chi ha passato la sua vita in fabbrica.

Sempre in stile americano è la riforma o privatizzazione della sanità. Anche in questo caso, “salvaguardate” le fasce di senza reddito, per i restanti cittadini della seconda Repubblica la salute sarà proporzionale al reddito. Per chi non ne avesse a sufficienza nemmeno per mangiare, il consiglio è di non ammalarsi.

D’altra parte siamo alla solite, perché lo Stato destini risorse finanziarie alle attività produttive sotto forma di finanziamenti mirati e agevolati, deve togliere fondi alla spesa pubblica, soprattutto quella improduttiva come le pensioni la sanità e la scuola, che nelle intenzioni, dovrebbe cadere sotto lo stesso maglio delle privatizzazioni. In questo caso lo stile americano sarebbe copiato in pieno per il bene, forse, delle casse dello Stato e perla finanza pubblica Ci si dimentica di un particolare, che nella società americana dopo nemmeno quindici anni di completa assenza dello Stato sociale, si è prodotto un esercito di 40 milioni di “sopravviventi”, più almeno sei milioni di disoccupati cronici, ovvero di senza reddito, destinati ad ingrossare le file dell’esercito dei diseredati su di una popolazione che non arriva ai 250 milioni di abitanti. Un bel primato che il nuovo governo, numeri a parte, tenta di imitare come quanto di meglio la società moderna sia in grado di offrire in termini di contraddizioni capitalistiche.

Contraddizioni

Dal fatidico 89 in avanti, dalla caduta cioè dei regimi a capitalismo di stato in avanti, in Italia, come all’estero, la nostra borghesia ha utilizzato a piene mani la fraudolenta menzogna stalinista dell’esistenza del socialismo in Unione sovietica e nei paesi satelliti.

Lo strumentale utilizzo della menzogna ha avuto il duplice obiettivo di ribadire alla classe operaia che l’unica forma sociale possibile era e resta quella capitalistica e che il comunismo, nel migliore dei casi, può essere considerato come una bella utopia, qualcosa cioè che non può esistere, e che ci si sforza di farlo vivere contro ogni ragionevole ipotesi, è destinato prima o poi al fallimento.

In realtà le cose stanno altrimenti. Se c’è una realtà sociale antistorica, contraddittoria, utopistica nel considerarsi l’unica ed imperitura forma economica possibile, questa è proprio la società capitalistica. Esaurito da quasi un secolo il suo ruolo di sviluppo e potenziamento delle forze produttive, oggi il capitalismo è come una macchina impazzita che non può essere controllata. Le crisi si succedono con velocità ed estensione sempre crescenti. Di ciclo economico in ciclo economico è sempre maggiore la massa della forza lavoro che non può trovare impiego nei meccanismi produttivi, in più l’esercito dei diseredati metropolitani e non è destinato ad essere una triste costante nelle società capitalistiche di oggi e di domani.

Solo le conseguenze disastrose della controrivoluzione stalinista e l’attuale basso livello della lotta di classe hanno consentito al capitalismo nostrano, al pari di quello internazionale, di sopravvivere nonostante l’ingigantirsi delle sue contraddizioni e la barbarie dei suoi modelli di comportamento.

La principale delle contraddizioni del moderno capitalismo risiede nella difficoltà di conciliare la sempre crescente massa di capitali all’investimento con un saggio medio del profitto decrescente. É chiaro sino all’evidenza che per il capitale una cosa è investire 100 miliardi per ottenere un profitto di 10, altra cosa è ottenere la medesima massa di profitti con un investimento di 1000 miliardi. Ciò che è capitalisticamente rilevante è il saggio del profitto e non la massa dei profitti. Il fenomeno ovviamente non è nuovo, ma solo dal secondo dopoguerra in avanti la contraddittorietà del sistema economico che si esprime attraverso una sempre più difficoltosa valorizzazione del capitale ha assunto caratteri di drammatica irreversibilità.

Non c’è capitalismo avanzato che non sia costretto a convivere con questo “cancro” del profitto, ovvero la ragione prima dell’essere del capitale stesso. L’aspetto paradossale sta nel fatto che una maggiore tecnologia, che dovrebbe tramutarsi in una maggiore ricchezza e capacità di risolvere i bisogni sociali, si trasforma nel suo contrario, in una sorta di decadimento dei meccanismi di valorizzazione del capitale e in miseria sociale.

L’enorme sviluppo delle forze produttive, che dalle crisi economiche riceve impulso e che ha nelle crisi stesse il punto successivo di approdo passando attraverso l’acceleratore della concorrenza inter capitalistica, pur avendo in teoria la possibilità di soddisfare, sotto forma di beni e servizi, una domanda teorica superiore di tre volte quella attuale, restringe in progressione la base sociale del consumo. In regime capitalistico la crescente ricchezza sociale non significa automaticamente un aumento generalizzato dei consumi da parte di tutte le componenti sociali.

Un esempio di questa contraddizione lo possiamo trovare proprio nel cuore del capitalismo internazionale, negli Stati Uniti. Da due decenni a questa parte, nonostante l’enorme balzo in avanti delle potenzialità produttive, la base sociale che ha accesso ai consumi e ai servizi è andata progressivamente diminuendo. Oggi 1994, su di una popolazione di circa 250 milioni di abitanti, ben 40 sopravvivono al di sotto della soglia minima di reddito considerato vitale e ben 8-10 milioni di disoccupati, ovvero di non percettori di reddito vanno a sommarsi stabilmente a quell’esercito di diseredati. Il fenomeno della pauperizzazione, della disoccupazione cronica e del degrado metropolitano è ormai una tragica costante, un modo di essere del moderno capitalismo.

In Italia le cose non vanno diversamente se non nelle proporzioni dei numeri. Ai tre milioni di disoccupati, che verranno riassorbiti dalla ripresa economica solo in minima parte, se ripresa sarà a tempi brevi, vanno aggiunti quasi nove milioni di diseredati che popolano i bassifondi delle grandi città. La stessa cosa dicasi per la Germania, la Francia e l’Inghilterra.

Ciò mette in rilievo un altro aspetto della medesima contraddizione. Più tecnologia e meno occupazione. Meno occupazione e meno redditi, meno redditi e meno domanda sul mercato. In sintesi le condizioni che dovrebbero consentire una maggiore produzione di merci e servizi a minori costi di produzione per una migliore vivibilità sociale, finiscono per restringere la base sociale della domanda con danni incalcolabili per i coloro i quali non possono più passare attraverso i meccanismi del lavoro salariato ma anche per le stesse leggi di valorizzazione del capitale.

Su di un altro versante della medesima contraddizione si evidenzia l’impossibilità di trasformare la diminuzione del tempo socialmente necessario alla produzione in proporzionale diminuzione dell’orario di lavoro.

Sempre in via teorica, meno tempo occorre per produrre la stessa quantità di merci e servizi, o meglio ancora per una quantità superiore, più la forza lavoro dovrebbe godere di una consistente riduzione dell’orario lavorativo. Ma anche in questo caso la condizione non può essere soddisfatta ma soltanto nella condizione di maggior sfruttamento della forza lavoro da parte del capitale e non in un vantaggio di chi produce per il capitale.

La caduta tendenziale del saggio medio del profitto, la ricorrenza delle crisi, l’esasperazione della concorrenza, l a rincorsa alla tecnologia quale condizione di sopravvivenza del singolo capitale nella lotta con gli altri capitali, necessitano che alla forza lavoro vengano imposti ritmi di produzione sempre più elevati a costi uguali o possibilmente decrescenti. Nella logica della valorizzazione del capitale, là dove progressivamente vengono meno i saggi del profitto non c’è assolutamente spazio per l’allargamento della base salariale, né in termini relativi, né in termini assoluti, come nel caso delle più recenti ristrutturazioni (vedi FIAT).

Lo slogan “lavorare tutti, lavorare meno a parità di salario” tanto caro al neo riformismo radicale di certa sinistra, ben lontano dal poter risolverei problemi contingenti del proletariato, finisce per condurlo all’ennesima sconfitta infondendogli la falsa illusione che le contraddizioni capitalistiche di cui è vittima possano essere superate dalla pratica riformista.

Soltanto la frattura rivoluzionaria potrà trasformare l’innovazione tecnologica, ovvero la diminuzione del lavoro socialmente necessario a creare beni e servizi, in diminuzione della giornata lavorativa.

Sino a quando i rapporti di produzione capitalistici continueranno ad operare e ad estendere le nefaste conseguenze delle proprie contraddizioni, per la classe operaia l’innalzamento della produttività del lavoro significherà soltanto maggior sfruttamento in fabbrica e più intenso condizionamento sociale.

Anche se soltanto in via subordinata, una verifica di come in regime capitalistico lo sviluppo delle forze produttive non produca gli effetti positivi che dovrebbe, ma al contrario crea squilibri e disastri sociali, sta nell’assurdo rapporto che va creandosi tra occupati e inoccupati.

In una società che non sia retta dalla logica del profitto ed i cui ritmi di sviluppo non siano dettati dalla contraddittorietà delle sue categorie economiche, lo sviluppo tecnologico, non solo dovrebbe consentire l’abbattimento della giornata lavorativa, ma anche l’accorciamento dell’età pensionabile. Al contrario in tutti i paesi a capitalismo avanzato, l’età pensionabile è spostata sempre più in avanti, in alcuni casi si parla di annullare l’istituto della pensione per sostituirlo con forme di contribuzione private e volontarie, con la conseguenza di impedire l’ingresso all’attività lavorativa ai giovani. In altre parole il capitalismo moderno impone agli anziani di continuare a lavorare a ritmi sempre più serrati, e ai giovani di restare a casa con tutte le conseguenze del caso, criminalità compresa.

Paradossale? Si certo, ma perfettamente funzionale alla logica del capitale. I moderni stati borghesi hanno dovuto in questi ultimi anni bruciare enormi risorse finanziarie nel tentativo di contenere l’esplosività delle contraddizioni del sistema economico. Lo hanno fatto indebitandosi sino al collo con la pratica dell’emissione dei titoli pubblici e sperperando i fondi pensionistici. Quello italiano è l’esempio degli esempi. Con un debito pubblico di 2 milioni di miliardi creatosi nel tentativo di sorreggere una economia in cronico affanno, non esistevano più i margini per pagare la contingenza, la cassa integrazione e le pensioni. La prima, grazie anche al concorso sindacale, è completamente sparita, la seconda viene usata con il contagocce e solo per i casi di rilievo nazionale, e per le pensioni si è pensato bene di prorogarle innalzando l’età pensionabile in attesa di una legislazione che le azzeri definitivamente. Nel frattempo i giovani sono in mezzo ad una strada, inoccupati, senza reddito e prospettive. Nel “migliore” dei casi il capitale si ricorda di loro quando ha bisogno di forza lavoro giovane, in grado di produrre bene e subito, a costi scandalosamente bassi. Questa forma di super sfruttamento, peraltro temporanea, la hanno battezzata “salario d’ingresso”. Una sorta di usa e getta che non risolva la disoccupazione giovanile ma che è tremendamente funzionale alle necessità di sopravvivenza del capitale.

L’esperimento, se così lo si vuole chiamare, non ha avuto l’occasione di essere introdotto soltanto in Italia. Una sorta di salario d’ingresso, ben al di sotto del salario minimo garantito è stato introdotto in Francia con le conseguenze che abbiamo visto. Per una settimana la strade di Nantes e di Parigi sono state messe a ferro e a fuoco dalla rabbia dei giovani disoccupati.

Anche in questo caso non siamo in presenza di scelte borghesi sbagliate, inopportune o mal gestite, è la società capitalistica moderna che non può far altro che inseguire i meccanismi perversi delle sue contraddizioni, creando sfracelli, dissesti e barbarie.

Nel microcosmo della fabbrica può verificarsi anche una delle tante contraddizioni secondarie come quella tra il ricorso alla cassa integrazione per un certo numero di operai e l’imposizione degli straordinari per gli altri. La logica, che è sempre quella del profitto, sta nel fatto che per una impresa in crisi è vitale espellere forza lavoro in eccesso e super sfruttare quella che rimane in fabbrica. Tanto di guadagnato se, a fronte degli straordinari lo Stato si sobbarca il peso della cassa integrazione, altrimenti agli straordinari fanno seguito solo i licenziamenti.

In termini macro economici va registrato un altro dato. Negli ultimi venti anni, su scala mondiale il tasso di incremento del Pnl è andato diminuendo. In termini di riscontro empirico si potrebbe dire che, il tasso di valorizzazione del capitale così come si scontra con la caduta del saggio del profitto, così crea le condizioni per una progressiva diminuzione del tasso di incremento della ricchezza complessiva.

Ma la conclusione è che le contraddittorie leggi del capitale, anacronistiche, antistoriche ed antisociali, sopravvivono a se stesse, alle proprie crisi solo spremendo sino all’osso le condizioni di vita e di sopportabilità della classe operaia. Non c’è legge capitalistica, anche la meno crudele e penalizzante, che non viva ed operi in contrasto con gli interessi della forza lavoro. E più il capitalismo esaspera le sue contraddizioni, più si incammina sul terreno antistorico della sua decadenza e più sarà costretto ad imbarbarire i rapporti sociali, il livello di vita della stragrande maggioranza della popolazione, e più si preparerà tempi di tragedia per la classe operaia.

Contraddizioni a parte, il programma governativo di Berlusconi non poteva che soddisfare gli ambienti economici. Dalle titubanze del periodo precedente alle elezioni si è passati ad un graduale spostamento di consensi dopo il controverso voto di fiducia ottenuto al Senato. Come abbiamo visto le perplessità del grande capitale non risiedevano nel programma, bensì sul grado di affidabilità di Berlusconi e del suo staff, ma a cose fatte, il potere economico ha pensato bene di spianargli la strada con l’obiettivo di accelerare quelle riforme tecnico-giuridiche ad esso funzionali.

La prima mossa l’ha fatta Cuccia di Mediobanca. Proprio chi aveva definito il Cavaliere “un venditore di fumo” e poco affidabile, sceso sul terreno della politica per inseguire il risanamento delle sue imprese, gli ha dato una mano. Il “grande vecchio” della finanza italiana, molto probabilmente non ha cambiato parere sull’uomo e sull’imprenditore Berlusconi, ma ha ritenuto di cogliere una ghiotta opportunità. Nel momento in cui l’imprenditore Berlusconi naviga in un mare di debiti senza che nessuno sia disposto a concedergli credito come avveniva in passato Cuccia si rivolge al Berlusconi primo ministro per chiedergli il monopolio finanziario delle maggiori privatizzazioni in cambio di una apertura di credito per Publitalia, Standa e Fininvest. Ma il tutto, ovviamente, deve passare attraverso il riconoscimento e l’appoggio politico. Che le cose vadano in porto è ancora tutto da verificare ma i giochi della contrattazione si sono già aperti, come aperte sono le faide interne alla borghesia finanziaria contro Cuccia, il suo accordo con Berlusconi per l’affaire privatizzazioni.

Di ben più vasta portata è l’appoggio della Confindustria e del mondo imprenditoriale. Anche in questo caso c’è stato un prima di titubanza se non addirittura di rifiuto e un poi di progressiva accettazione del dato di fatto. Abete, nel suo primo discorso ufficiale ai membri della Confindustria, in occasione dell’insediamento del governo Berlusconi, ha dichiarato l’unità di intenti tra il governo ed il mondo imprenditoriale invitando il Primo Ministro a passare dalle parole ai fatti. Identità di intenti così stretta da creare una sorta di ammiccante pantomima tra i due protagonisti su che avesse copiato dall’altro il programma economico e di aggressione al mondo del lavoro.

Un’altra apertura di credito politico gli è venuta da Bankitalia. Il massimo organo della finanza nazionale ha ritenuto di dover abbassare il tetto delle riserve obbligatorie al 15% smobilizzando circa 40 mila miliardi, dando cioè ossigeno all’asfittica economia. La misura di per sé non è eccezionale. Certamente la decisione non è stata presa per favorire direttamente il governo Berlusconi, ma altrettanto certamente è un aiuto che arriva alla neo amministrazione.

Il feroce attacco alla classe operaia

Qui la continuità con la prima repubblica diventa palese. La vecchia amministrazione, prima di passare il testimone, aveva spianato il terreno cancellando ogni residua forma di recupero del potere d’acquisto dei salari e impostando, con gli accordi del luglio 93, il futuro dei contratti Misure semplici, interlocutorie, volute dalla classe imprenditoriale, proposte dalla classe politica, ratificate dei soliti sindacati sempre più istituzionalizzati e sempre più attenti a non ostacolare i tentativi di ripresa del capitalismo in crisi, ben sapendo che questi possono avere un qualche margine di realizzabilità solo a condizione che a pagarne il prezzo sia sempre e comunque la classe operaia. Alla nuova amministrazione il compito di portare a compimento l’opera di aggressione ai salari, ai contratti e al livello di vita di milioni di lavoratori.

In prospettiva la borghesia italiana, al pari di quella internazionale, va delineando una scenario del mondo del lavoro i cui termini generali possono essere sintetizzati in due punti.

  1. Ristrutturare le componenti dominanti dell’apparato produttivo con un basso costo del danaro e con l’aiuto dello Stato per reggere la competitività internazionale.
  2. Attuare la massima flessibilità possibile della mano d’opera in modo di avere a disposizione una classe lavoratrice il cui costo di esercizio sia il più basso possibile e che entri ed esca dai meccanismi della produzione a seconda dell’andamento economico dell’impresa, senza vincoli contrattuali o con “contratti” ad hoc.

Nel primo caso le richieste della borghesia imprenditoriale, in parte già realizzate, riguardano un basso tasso di sconto che condizioni al ribasso il costo del denaro in modo da fungere da traino alla ristrutturazione e alla ripresa economica. La riduzione del coefficiente di deposito delle riserve obbligatorie(già fatta) e anche quello delle parziali presso gli istituti di credito, con l’obiettivo di smobilitare ingenti quote di capitale bancario al fine di facilitarsi l’accesso al credito e, nel medio periodo, ottenere una ulteriore diminuzione del costo del danaro. L’erogazione di leggi che comportino uno sgravio fiscale per le imprese. Nel caso, ad esempio, in cui le imprese stesse i gli utili per un allargamento della base produttiva, o che impieghino mano d’opera giovanile, non importa se con salari da rivoluzione industriale inglese e con contratti da caporalato medioevale. La pretesa di imporre allo Stato di ridurre al minimo i suoi interventi per la Cassa Integrazione per consentirgli una maggiore disponibilità finanziaria da indirizzare verso i settori produttivi. Non occorre essere dei sofisticati analisti economici per capire che le richieste della borghesia imprenditoriale hanno come obiettivo quello di sollecitare lo Stato ad assumere una posizione chiara e determinata a favore del mondo imprenditoriale e contro le fasce più deboli della società e della classe operaia. Niente assistenzialismo, privatizzazione della sanità, della scuola e del sistema pensionistico. Tutte le risorse devono convergere verso la produzione anche a costo di creare un enorme esercito di diseredati metropolitani, di impedire a due generazioni di giovani di entrare nella produzione, se non saltuariamente e a condizioni ignobili, e di costringere quei pochi che hanno un posto di lavoro sicuro a lavorare sino alla fine dei loro giorni.

Nel secondo caso il discorso si fa ancora più pesante. In attesa di dare compiutezza al progetto di avere a disposizione una classe operaia completamente indifesa e istituzionalmente legata all’andamento del ciclo economico, l’imprenditoria nazionale chiede alla nuova amministrazione di varare una serie di leggi che consentano al capitale di usufruire della mano d’opera attraverso un ventaglio di contratti “usa e getta” che abbiano il duplice scopo di creare la massima profittabilità degli investimenti e di poter accedere all’uso della forza lavoro quando è necessario senza correre il rischio di sopportarne il peso salariale quando la necessità viene meno.

La “mattanza” operaia si chiama lavoro interinale, apprendistato, contratti di formazione, contratti a termine, part time e salari di ingresso. Nulla di nuovo, ma mentre prima tutti questi meccanismi contrattuali rappresentavano l’eccezione e riguardavano un numero esiguo di lavoratori, oggi stanno diventando la norma e si riferiscono a masse di lavoratori sempre più consistenti.

Con una simile normativa per il capitale è una pacchia che non ha precedenti nella storia del moderno capitalismo. Con l’apprendistato si praticano salari inferiori tra il 45 e il 90% per mansioni di facile acquisizione. Il che vuole dire che dopo una settimana l’apprendista è in grado di produrre come tutti gli altri operai ma continua a percepire un salario ridicolo. I contratti di formazione hanno una durata di due anni e sono rinnovabili per altri due a seconda dell’andamento dell’impresa. Nel suddetto periodo il lavoratore percepisce un salario inferiore tra il 30 e il 50% rispetto alla paga base del suo omologo a contratto pieno. Il lavoro interinale(affitto a tempo determinato di forza lavoro da parte delle Agenzie) si basa su di un “contratto non contratto” a scadenza anche giornaliera con salari bassissimi in modo da soddisfare sia le esigenze dell’imprenditore che l’onorario della Agenzia.

Nei casi estremi, valutabili di volta in volta, quando i licenziamenti potrebbero provocare delle pericolose rivolte sociali o tensioni di difficile gestione, la borghesia può ricorrere ai salari di solidarietà, ovvero ad una forma di auto tassazione dei salari in favore del capitale in cambio del mantenimento del posto di lavoro, con l’avvertenza, non secondaria, che mentre i salari decurtati rimangono sino alla scadenza del contratto il posto di lavoro può scomparire da un momento all’altro.

È un vero e proprio massacro. Nelle fabbriche ristrutturate i tassi di sfruttamento sono destinati ad aumentare in progressione geometrica mentre i salari, quelli “veri”, da contratti tradizionali, che si riferiscono alla classe operaia garantita da un posto di lavoro quasi certo, vanno progressivamente decrescendo sia in termini nominali che in potere d’acquisto. Fuori dalla fabbrica va componendosi un esercito di forza lavoro flessibile, saltuariamente utilizzabile attraverso una normativa contrattuale altamente penalizzante sia in termini occupazionali che di salario.

In questa tragedia l’aspetto paradossale è rappresentato dal fatto che, sia dalle fonti governative che da quelle sindacali, il ventaglio di proposte contrattuali capestro, dall’apprendistato in su sino ai salari di solidarietà, viene perfidamente rappresentato come un aiuto alla disoccupazione in generale e a quella giovanile in particolare. Non per niente lo stesso D’Antoni, nel presentare la sua ricetta contro la disoccupazione, ha magnificato tutti i contratti di apprendistato e di formazione professionale considerandoli un toccasana per i giovani disoccupati e inoccupati. Ci sorge il dubbio che lo stesso Berlusconi, quando in campagna elettorale, da imprenditore e non ancora da imprenditore-primo ministro, ha promesso almeno un milione di posti di lavoro, i intendesse questo. Un milione di diseredati da torchiare per il tempo strettamente necessario, a salari da terzo mondo, senza pagare tesse e contributi, per la gioia sua, di tutti gli imprenditori e delle aspettative di ripresa economica del capitalismo “made in Italy”.

Ecco il vero programma della seconda Repubblica, i motivi della sua continuità con la prima, quella nata dall’antifascismo ma non dall’anticapitalismo, voluta dall’imperialismo americano come strumento di lotta contro l’imperialismo sovietico del capitalismo di Stato. Oggi, finita la guerra fredda, dissoltosi l’imperialismo d’oriente, la seconda Repubblica riprende il “filo rosso” dell’attacco alla classe operaia con la virulenza e la determinazione impostagli dalla profondità della crisi e con il favore di avere di fronte un avversario di classe disorientato, disgregato e politicamente disarmato come non mai.

Fabio Damen

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.