Qualche giorno fa, in data 18.01.2026, è giunta la fine di un mito sbandierato da almeno un decennio dalla sinistra "anti autoritaria". L’ Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est, comunemente nota come “Rojava”, è caduta. L’accordo sulla sua fine è stato siglato a Damasco e porta la firma dell’ex-jihadista Abu Mohammad al-Jolani, che si è lasciato alle spalle questo nome di battaglia per tornare alle vesti civili con il nominativo di Ahmed al-Sharaa, e quella del leader delle Forze Democratiche Siriane (FDS), Mazloum Abdi. Le trattative sono state portate avanti con la mediazione statunitense incarnata nella figura del diplomatico Thomas Barrack, il quale ha definito l’intesa “un punto di svolta cruciale”.(1) I combattenti dell’Amministrazione Autonoma lasceranno le regioni di Deir, Ezzor e Raqqa, quest’ultima conquistata dalle FDS al costo di mille soldati morti in una battaglia contro lo Stato Islamico durata l’intera estate del 2017, e saranno integrati nelle nuove forze armate unitarie. E così, in poco più di un mese, si è chiuso un decennale esperimento di quello che è parso essere un faro “socialista” intrappolato in un Medio Oriente dilaniato da regimi dittatoriali e califfati fondamentalisti. Se ad inizio del mese la cattura di Maduro è stata un’amara sorpresa per la sinistra “antagonista” (per usare il linguaggio borghese) più autoritaria, la caduta del Rojava è un’ altrettanto amara novità per chi da un decennio si era schierato tra le file della sinistra “antagonista” libertaria a fianco dell’autonomismo curdo. Una parte non insignificante di anarchici, al grido di "nessun Stato, nessun padrone", erano riusciti a ritagliarsi uno Stato da sostenere. Se si esamina più a fondo la questione, questo sostegno pare alquanto bizzarro. In un’intervista rilasciata dall’economista di origine turco-curda Azize Aslan viene affermato che l’economia del Rojava “è definita come un'economia sociale (aborîya civakî), nei testi del movimento curdo, si può trovare il termine “economia comunale”, economia democratica, o, come la definisce Öcalan, società economica.” […] “tuttavia, ognuno di questi concetti definisce l’economia attraverso tre principi fondamentali che, a mio avviso, sono gli assi teorici della concezione dell’economia della modernità democratica: un’economia democratica, ecologica e di liberazione per le donne.” (2)

L’intervista prosegue, con un breve sunto delle posizioni del fondatore e ideologo del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), Abdullah Öcalan, in cui si espone la teoria del “Confederalismo democratico”, teoria secondo la quale la società e i “poteri monopolistici”, come gli Stati e la borghesia, si trovano in contrapposizione gli uni con gli altri. Nell’intervista si legge “ Secondo Öcalan, sono i poteri monopolistici a determinare le relazioni sociali nel sistema capitalistico. Questo crea una situazione di asservimento dell’intera società. Sulla base della visione di Öcalan, la prospettiva del confederalismo democratico definisce l’economia capitalista come un’anti-economia e insiste sul fatto che in un’economia reale il soggetto decisionale dovrebbe essere la società. Sostiene che dare voce a tutti gli individui della società nei processi di produzione, consumo e distribuzione democratizzerà l’economia. Sebbene la teoria della lotta di classe del marxismo non venga rifiutata, la contraddizione principale viene riconosciuta in quella tra la società e le forze monopolistiche costituite dallo Stato, dalla borghesia e dal sistema patriarcale” .

Una volta trattata l’ideologia si passa all’economia affermando che:

“Al posto di queste forme economiche, viene proposta un’economia che si concentra sul ridare centralità ai bisogni collettivi della società e sul riallacciare le relazioni economiche in modo collettivo, comunitario, egualitario

e solidale.”

I termini usati molto ambiziosi, ma in cosa consisteva la prassi messa in atto nei territori che una volta furono del Rojava?

Come si apprende dal testo, l’intera economia era gestita da cooperative e comitati in ogni settore e ad ogni livello, dal livello comunale fino al cantonale.

Tuttavia, non si deve pensare che un piccola area all’est dell’Eufrate sia riuscita ad arrivare al socialismo; la stessa Aslan dichiara più in là nell’intervista: “[…] devo precisare che il mercato in Rojava e nella Siria settentrionale è ancora dominato da relazioni capitalistiche, cioè da rapporti commerciali realizzati mediante denaro e basati sulla speculazione.”

Altro esempio del capitalismo presente nel Rojava si trova nella descrizione del tentativo di costruire un’industria nella zona, trascurata da decenni dal regime degli Al-Assad, che aveva destinato all’area del nord-est un ruolo agricolo e di estrazione petrolifera.

“Quando sono state aperte (le industrie, ndr), avrebbero dovuto essere delle cooperative, ma questo obiettivo non è stato raggiunto perché si trattava di investimenti su larga scala e i dipendenti di queste fabbriche non sono riusciti a formare un capitale comune per coprire questi investimenti. Secondo le ultime informazioni che ho avuto, sono state trasferite al Consiglio finanziario dell’Amministrazione autonoma.”

Come per magia, la necessità di sviluppare le forze produttive fa retrocedere il modello delle cooperative per far subentrare il capitalismo di Stato, esempio già visto altrove nel mondo capitalistico, compreso nella nascita dell’ormai defunto Istituto per la Ricostruzione Industriale durante il Ventennio.

E da dove provenivano i fondi per finanziare questo tipo di imprese a marchio statale? Dalla rendita petrolifera che i giacimenti di gas e petrolio siriani, controllati all’80% dal Rojava, davano! Un rapporto, risalente al 2019, del Syrian Network for Human Rights sottolinea come la gestione dei giacimenti fosse ambigua, con fondi non dichiarati di provenienza non chiara. Si legge anche di relazioni commerciali intrattenute dal Rojava con il regime di Bashar Al-Assad, sottoposto a sanzioni internazionali per crimini contro l’umanità. Nel rapporto si afferma: “Le FDS (Forze Democratiche Siriane) hanno iniziato le loro operazioni di contrabbando petrolifero verso il regime siriano (dell’allora Bashar Al-Assad,ndr ) alla fine del 2017, quando le FDS hanno rafforzato il loro controllo sui giacimenti di petrolio e gas nella regione di di Deir Ez-Zour dopo le battaglie contro l'ISIS.”

Quanto guadagno portava questa lucrativa fonte è solamente stimabile. Secondo Il report “ [è stimato che] in media, le FDS vendano un barile di petrolio greggio al regime siriano per circa 30 dollari statunitensi, con un guadagno giornaliero totale stimato di 420.000 dollari, un guadagno mensile stimato di 12,6 milioni di dollari e un guadagno annuale stimato di 378 milioni di dollari; questa somma non include le entrate derivanti dal gas.” (3)

Dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad l’ “economia sociale” curda ha presto trovato un nuovo acquirente per il suo oro nero: il nuovo governo di Damasco, capitanato dall’ ex-Jihadista Ahmed al-Sharaa ha cominciato a ricevere regolari consegne di petrolio a partire dal febbraio del 2025. (4)

Signori e signore, ecco a voi un “modello mai visto prima”, come veniva lodato dai certi propagandisti: quello del petrol-stato.

Di socialista nel Rojava non vi era niente. Persino il co-presidente del dipartimento delle finanze dell’ Amministrazione Autonoma, Haval Rachid, lo dichiarò già nel 2016 affermando: “V_ogliamo che la nostra economia sia costituita per l’80% da cooperative, non crediamo in un modello socialista che proibisca l’iniziativa privata. La nostra idea è che ogni persona abbia un ruolo economico attivo nella società e che la trasformazione avvenga gradualmente attraverso la partecipazione della gente_” (5)

Come sia possibile definire "rivoluzione" il tentativo di costituire una piccola Svizzera frammista ad elementi corporativistici e cooperativistici in Medio oriente non è chiaro. Che sia scomodato un vecchio nome a spiegare come mai, anche se non vi è un singolo padrone nell’azienda, il capitalismo non è svanito: “Marx dice che la vita del capitale non consiste che nel suo movimento come valore perpetuamente avviato a moltiplicarsi. La volontà della persona del capitalista non è necessaria per questo, né potrebbe impedirlo. Il determiniamo economico non obbliga solo il lavoratore a vendere il suo tempo di lavoro, ma parimenti il capitale ad investirsi ed accumularsi. La nostra critica del liberalismo non consiste nel dire che vi è una classe libera ed una schiava: ve ne è una sfruttata ed una profittatrice, ma sono entrambe legate alle leggi del tipo storico di produzione capitalistica.” (6)

Il padrone non fa il sistema, esso ne è una componente. Le cooperative “senza padroni” non sfuggono al meccanismo di reinvestimento del capitale per portare avanti la sua accumulazione. Esse producono e produrranno merce con valore di scambio finché si sarà in una società capitalistica, e da tale società non si esce creando un’isola felice nel deserto, ma soltanto con una rivoluzione Internazionale.

Oltre alla presunta economia “anticapitalistica” del petrol-stato, un altro mito molto lodato dalla sinistra “anti-autoritaria” della defunta Amministrazione Autonoma era l’idea secondo cui tramite il confederalismo democratico e il cooperativismo economico si riuscisse a superare la nozione di Stato-nazione. Se così fosse, è un mistero il come si ambisse a questo superamento dotandosi di una costituzione, di un esercito permanente e di organi per la sicurezza pubblica. Sfogliando la versione della Carta Costituzionale antecedente alle modifiche del dicembre 2023 (7) dell’apparente non-Stato, si ha la piena dimostrazione di quanto la suddetta tesi sia fondata su basi di fango, a partire fin dai primi articoli. L’articolo 11 recita:

“Le Regioni Autonome hanno diritto a essere rappresentate da una bandiera, un simbolo e un inno, che saranno definiti per legge”; il non-stato-nazione si dota di un’identità nazionale con cui vestire le proprie istituzioni.

Altra caratteristica di uno Stato è la ripartizione dei poteri, trattata in vari articoli. Ci basterà prendere il primo in ordine di comparsa, l’ articolo 4 che recita:

“La struttura dell’amministrazione nelle Regioni Autonome:

a. L’Assemblea Legislativa

b. I Consigli Esecutivi

c. L’Alta Commissione per le elezioni

d. La Suprema Corte Costituzionale

e. I consigli municipali e provinciali”

Per avere un’ ulteriore conferma di quanto il non-stato del Rojava fosse di fatto uno stato, venga esaminato il modo in cui, tramite la sua carta costituzionale, esso si proteggeva in campo ideologico - proteggendo dunque gli interessi della sua propria classe dominante a marchio statale - e ricalcava senza troppe differenze le stesse contraddizioni comuni ad ogni ordinario Stato borghese.

L’articolo 24 recita: " Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, inclusa la libertà di formarsi le proprie opinioni senza interferenza alcuna, e di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso qualsiasi mezzo di comunicazione e oltre i confini."

Dopo questa lode alla libertà di informarsi "senza interferenza alcuna", ( come diamine si faccia a formarsi un’opinione senza la quotidiana interferenza di libri, giornali,radio, tv fino all'istantaneità dei social, insomma senza la necessaria interferenza che rappresenta il regolare scambio di informazioni presente in ogni società, lo si lascia agli anti-autoritari intendere) si legge nel paragrafo immediatamente successivo: "La libertà di espressione e la libertà di informazione possono essere soggette a limitazioni in relazione alla sicurezza e all’ordine pubblico delle Regioni Autonome, all’integrità dell’individuo, all’inviolabilità della vita privata o in relazione alla prevenzione e al contrasto al crimine."

Viva la libertà d'espressione! Viva... finché non sia minacciato lo Stato, il suo esercito e le sue forze di sicurezza.

Per non parlare del tratto più caratteristico dello Stato, il monopolio della violenza, descritto nell’articolo 15 che recita:

“Le Unità di Difesa del Popolo (ypg) sono le uniche forze armate dei tre cantoni, con il compito di garantire la sicurezza delle Regioni Autonome e dei suoi popoli da minacce interne ed esterne. Le Unità di Difesa del Popolo si conformano al diritto legittimo di autodifesa. Il potere di comando sulle Unità di Difesa del Popolo è esercitato secondo la legge dal Dipartimento della Difesa attraverso il suo Comando Centrale. Le relazioni con le forze armate del Governo centrale verranno stabilite dall’Assemblea Legislativa con legge speciale. Le forze denominate Asayiş sono incaricate delle funzioni di polizia nelle Regioni Autonome.”

Dunque, seguendo la logica di certi adepti dell’anti-autoritarismo, il non-stato si dota di un non-esercito con un non-ministro della guerra con in testa un non-Stato Maggiore della Difesa e con una non-polizia a mantenere l’ordine pubblico. Taluni, nel sentir quest’affermazione, risponderanno “il Rojava non possedeva esercito! Esso aveva solamente delle “forze di autodifesa” necessarie nella lotta allo Stato Islamico”. Innanzitutto sia considerato il fatto che il Rojava, per condurre questa lotta allo stato islamico, ha dovuto erigere dei campi di prigionia per più di 46.000 internati. Vi è una grande quantità di rapporti sulle condizioni di vita in questi campi. Si può citare Amnesty International (8) quando si afferma che “A dicembre 2023, le autorità autonome detenevano più di 46.600 persone – la stragrande maggioranza (circa il 94%) bambini e donne – nei campi di detenzione di Al-Hol e Roj. Nessuna delle persone presenti in questi campi è stata incriminata né ha avuto la possibilità di contestare la propria detenzione davanti a un’autorità giudiziaria indipendente. Le persone in entrambi i campi affrontano condizioni insalubri, disumane e potenzialmente letali, con un accesso inadeguato a cibo, acqua e assistenza sanitaria. Layla*, una donna di 30 anni, ha dichiarato: «Vivere qui è una morte lenta e dolorosa»”.

Nello stesso rapporto sono contenute anche orrende descrizioni delle torture ricevute dai detenuti: “Yusuf* ha raccontato ad Amnesty International: «Non c’era un giorno specifico né un’ora precisa, né un solo metodo di tortura… Il peggio era quando entravano nella stanza… portando tubi di plastica, cavi, tubi d’acciaio, e ci picchiavano ovunque… Ogni 15 giorni ci portavano fuori, nel cortile, completamente nudi… [Le guardie] stupravano le persone con un bastone… Una volta hanno portato fuori me [dalla cella] con un altro ragazzo… Hanno preso un cavo elettrico dal generatore e hanno continuato a torturarci con l’elettricità… Penso che l’uomo accanto a me sia morto. Ha smesso di muoversi e di urlare… Sono arrivato a un punto in cui non riuscivo più a urlare»”

Si potrebbe andare avanti per pagine e pagine su come i detenuti ricevessero regolarmente torture, usate anche per estrarre confessioni da portare dinanzi ad un giudice della democratica Amministrazione Autonoma, su come le epidemie di tubercolosi venissero ignorate e su come alcune tra le detenute di questi campi, in stato di detenzione per i loro presunti rapporti con membri dell’ISIS, fossero state vittime di quest’ultima per mezzo di matrimoni forzati con i combattenti di Daesh, ma si è già detto abbastanza.

Per chi non fosse ancora convinto, scusando il tutto con la solita frase sui mezzi e sui fini giustificatori , in caso il sangue di migliaia di torturati non fosse sufficiente a chiarire questo punto, allora sia scomodato un altro marxista a dare la risposta: “Il secondo punto (per la distinzione dello Stato,ndr) è l'istituzione di una forza pubblica che non coincide più direttamente con la popolazione che organizza se stessa come potere armato. Questa forza pubblica particolare è necessaria perché un'organizzazione armata autonoma della popolazione è divenuta impossibile dopo la divisione in classi […] Questa forza pubblica esiste in ogni Stato e non consta semplicemente di uomini armati, ma anche di appendici reali, prigioni e istituti di pena di ogni genere, di cui nulla sapeva la società gentilizia […] ”. (9) E dunque cosa c’è da aggiungere se non: “Questi signori credono d'aver cambiato le cose quando ne hanno cambiato i nomi. Ecco come questi profondi pensatori si beffano del mondo.” (10)

Ecco signori il non-petrol-Stato grondante di sangue dalla testa ai piedi; una novità davvero unica al mondo!

In tutta l'attività dell’Amministrazione Autonoma si trovano a bizzeffe di queste contraddizioni, comuni a tutti gli Stati presenti su questa Terra. Per qual motivo al Rojava dovrebbe andare tale sostegno se le sue azioni e la sua carta costituzionale hanno così tante somiglianze con il nostrano italico Stato borghese?

Per non parlare della collaborazione con gli Stati Uniti! La potenza imperialista per eccellenza che collabora con gli “anti-imperialisti” curdi. Eccoci giunti al paradosso degli anti-autoritari! L’esistenza stessa del Rojava era garantita da aiuti economici e dalla presenza di militari statunitensi. Anche in questo caso esistono varie fonti del governo americano che descrivono dettagliatamente la quantità di aiuti ricevuti dall’Amministrazione Autonoma. Non si trattata di qualche migliaio di dollari e di qualche istruttore militare. Per avere queste cifre si può sfogliare il budget stanziato dal Dipartimento della Difesa per l’anno fiscale 2026 per le operazioni in Siria.(11) Nel solo 2026 erano previste spedizioni che andavano da 2,200 pezzi di armi leggere (fucili e mitragliatrici) a 3 milioni di proiettili in calibro 7.62x 39mm, e fino a 20 veicoli, per non parlare dell’emissione di: “pagamenti mensili di salari per 19.000 membri delle forze partner selezionate, comprese quelle coinvolte nella sicurezza su vasta scala, nelle operazioni cinetiche di contrasto all’ISIS e nella sicurezza delle strutture di detenzione.” per un totale di 130 milioni di dollari. La componente più grande di questa spesa erano i salari, con un costo complessivo di 65 milioni di dollari. Come evidenziato nel rapporto, questi salari andavano anche alle guardie dei sopracitati campi di internamento, mostrando quanto il motto “fuoco alle galere”, spesso usato da alcuni anti-autoritari, non valesse per il non-petrol-Stato. Osservando le statistiche per gli anni passati, nel 2025 erano stati spesi all’incirca 148 milioni di dollari e nel 2024 circa 156 milioni di dollari, diretti in ambedue i casi agli “alleati regionali” ovvero le FDS ed il nuovo Esercito Nazionale Siriano.

Per evitare che la Turchia, da sempre ostile nei confronti di qualsiasi tentativo di fomentare il separatismo curdo nei propri territori, scivolasse troppo vicino a Mosca, e poiché ormai era sorta un’altra borghesia da utilizzare in chiave anti-iraniana, gli Stati Uniti hanno dato precedenza al nuovo governo di Damasco e alle sue richieste di unità nazionale. E così la borghesia di stampo statale curda è stata gettata in pasto all'ex-jihadista.

Questa è un'ennesima dimostrazione di quanto il Rojava altro non fosse che una pedina pienamente integrata nel sistema capitalista, una pedina che qualche giorno fa è stata scambiata con un’altra, in seguito ad un freddo calcolo imperialista.

Ancora una volta, l’affermazione di Engels descrive perfettamente gli anti-autoritari di tutto il mondo che sono corsi in difesa di questo Stato borghese: “Dunque, delle due cose l'una: o gli anti-autoritari non sanno ciò che dicono, e in questo caso non seminano che confusione; o essi lo sanno, e in questo caso tradiscono il movimento del proletariato. Nell'un caso e nell'altro essi servono la reazione”. (12)

Per questo motivo, ad ogni rivoluzionario il cui desidero è l’abolizione della schiavitù salariale e l’ emancipazione del lavoro dal giogo del capitale non dovrebbe importare niente se un altro Stato è caduto nella pattumiera della Storia, posto degno per ogni Stato borghese e per i suoi propagandisti di qualsiasi schieramento.

La vera tragedia nella fine del Rojava non si trova nel sipario che si chiude sull’ “esperimento” del modello petrol-corporativista, bensì nelle migliaia di proletari morti per quella che è stata spacciata come un’alternativa al capitalismo, quando altro non era se non un’illusione. Basti pensare ai giovani partiti da tutto il mondo per unirsi alle Brigate internazionali dell’esercito dell’Amministrazione Autonoma al fine di fermare l’avanzata dell’esercito ultra-reazionario dei tagliagole dell’ISIS; giovani che per questa causa hanno lasciato famiglia e amori e sono morti a migliaia di chilometri da casa. Purtroppo bisogna ammettere ciò che ci mostrano le amare notizie di questi giorni: l’impegno ed il sommo sacrificio di questi valorosi membri della classe operaia sono stati sprecati nel sostenere un nazionalismo che ha incontrato la sua fine.

Altra componente chiave nella mitologia del Rojava fu l’emancipazione femminile, emancipazione che si trasformerà in ricordo.

Che ne sarà delle “libere” donne curde? Che ne sarà del congresso “Kongra Star” che raccoglieva le cooperative di tutti i settori gestite da lavoratrici? Che ne sarà dei noti battaglioni femminili delle YPJ? Il loro futuro sembra essere uno specchio di ciò che avvenne nell’agosto del 2021 con le donne di Kabul, riconsegnate alle catene dei Talebani dopo la ritirata americana. Anche in questo caso l’imperialismo ha svolto i suoi calcoli e ha ritenuto conveniente il gettare i sacrifici di queste coraggiose donne nell’oblio. Questa non è che l’ennesima dimostrazione di come l’emancipazione femminile non possa avvenire se non tramite una rivoluzione internazionale che ponga fine ad ogni imperialismo. Le barbarie che ci circondano ogni giorno continueranno ad esistere finché si continuerà a ragionare in termini di “popolo” di “colonizzati” e di “colonizzatori”. Il tassello chiave, qualità che sorge dal modo in cui il sistema capitalistico risponde alla questione fondamentale della maniera in cui l’uomo produce e riproduce sé stesso, è la classe.

Finché non si ragionerà in termini di salariati di tutti i paesi, sfruttati in egual modo, tramite il furto che porta il nome di “salario”, seppur con evidenti differenze di misura, e di borghesi, detentori dei mezzi di produzione in ogni Stato, le divisioni nazionalistiche continueranno a mietere vittime tanto in Siria quanto in Ucraina o a Gaza.

Solamente tramite la rottura rivoluzionaria delle catene della proprietà privata dei mezzi di produzione , poco importa se sia essa in mano a “privati” o allo Stato, a livello internazionale si potrà mettere fine alle odierne barbarie della guerra, del razzismo e del fondamentalismo religioso.

Contro ogni Stato, il suo diritto e i suoi eserciti borghesi; Proletari di tutti i paesi uniamoci!

Note e Bibliografia

1) (19.01.2026) ‘Siria, Al Sharaa si prende l’intero nord est: i curdi si arrendono e firmano l’accordo, finisce l’esperienza del Rojava’, Il Fatto Quotidiano https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/19/rojava-fine-curdi-siria-new… (consultato il 21.01.2026)

(19.01.2026), ‘Siria, il presidente Al Sharaa e le forze curde annunciano un cessate il fuoco’, l’Internazionale https://www.internazionale.it/ultime-notizie/2026/01/19/siria-al-sharaa… (consultato il 21.01.2026)

2) “ Costruire un'economia anticapitalista in Rojava”, intervista effettuata da nel novembre 2024, pubblicata nell’aprile del 2025. Testo reperibile al seguente link: https://democraticmodernity.com/wp-content/uploads/2025/04/Costruire-un…

3) (19.09.2019), ‘Syrian Democratic Forces Breach US and European Sanctions and Support the Syrian Regime with Oil and Gas’, Syrian Network for Human Rights (SNHR), https://snhr.org/wp-content/pdf/english Syrian_Democratic_Forces_Breach_US_and_European_Sanctions_and_Support_the_Syrian_Regime_with_Oil_and_Gas_en.pdf (consultato il 21.01.2026)

4) (22.02.2025), ‘Syria's northeast begins supplying oil to Damascus, oil ministry says’, Reuters, https://www.reuters.com/world/middle-east/syrias-northeast-begins-suppl… (consultato il 21.01.2026)

5) (15.12.2016) ,’La terza via del Rojava: il modello delle comuni e delle cooperative’, DinamoPress,

https://www.dinamopress.it/news/la-terza-via-del-rojava-il-modello-dell… (consultato il 21.01.2026)

6) A. Bordiga, ‘Dottrina del diavolo in corpo’, Battaglia comunista n. 21 del 1951, consultabile al seguente link: https://www.quinterna.org/archivio/filitempo/081_1951_diavolo.htm (consultato il 21.01.2026)

7) La cosiddetta “Carta del Contratto sociale del Rojava” (versione antecedente al dicembre 2023) è reperibile al seguente link: https://www.eleuthera.it/files/materiali/carta%20del%20rojava.pdf (consultato il 21.01.2026)

Per la nuova versione, solamente in inglese, è possibile consultare il seguente link: https://www.aftoleksi.gr/wp-content/uploads/2024/07/SOCIAL-CONTRACT-ENG… (consultato il 21.01.2026)

8) (17.04.2025) ‘Syria: Mass death, torture and other violations against people detained in aftermath of Islamic State defeat – new report’, Amnesty International, https://www.amnesty.org/en/latest/news/2024/04/syria-mass-death-torture… (consultato il 21.01.2026)

Si può approfondire la tematica con le seguenti ulteriori fonti:

Letta M. Tayler, (18.03.2025), ‘ISIS Suspects Held in Syria: Repatriation Reset under New US, Syrian Leaders?’ , International Centre for Counter-Terrorism, https://icct.nl/publication/isis-suspects-held-syria-repatriation-reset… (consultato il 21.01.2026)

Rapporto governativo statunitense “Operation

Inherent Resolve and other US government activities related to Iraq and Syria”, per avere una lista dei casi segnalati di torture nei campi di prigionia nel 2023 consultare la pagina 60. il rapporto è reperibile al seguente link: https://oig.usaid.gov/sites/default/files/2024-02/OIR_FY24_Q1_FINAL_508… (consultato il 21.01.2026)

9)F. Engels, ‘L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato’, Roma, Editori Riuniti, 1963, p. 200-201

10) F. Engels, ‘Dell'autorità’ , Marxismo e anarchismo, Editori Riuniti ( consultabile al seguente link: https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1872/autorita.htm ) (consultato il 21.01.2026)

11) https://comptroller.war.gov/Portals/45/Documents/defbudget/FY2026/FY202…

12)F. Engels, ‘Dell'autorità’ , Marxismo e anarchismo, Editori Riuniti ( consultabile al seguente link: https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1872/autorita.htm ) (consultato il 21.01.2026)

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