I fatti di Milano ma non solo

I benpensanti di destra sono per la repressione più violenta “senza se e senza ma”. Polizia ed esercito nelle piazze perché non è possibile che la società possa tollerare simili devastazioni.

I benpensanti di “sinistra” condannano gli stessi episodi, ma con un “però”. No ad una simile violenza, però bisogna comprendere il disagio, l’incoscienza giovanile e il fascino della devianza come elemento di affermazione sociale.

Vediamo di mettere gli accenti al posto giusto e, soprattutto, di usare correttamente la sintassi sociale. Intanto partiamo dalla costatazione che i fenomeni considerati non sono solo italiani (Milano, Bologna, Torino) ma internazionali. Avvengono in Francia, Belgio, Spagna, Portogallo, Albania e persino nelle società del nord Europa. In Israele e negli Usa nascono manifestazioni meno violente ma più socialmente intense contro la criminalità politica dei rispettivi governi, sotto il pesante fardello di essere direttamente responsabili di infami guerre ai quattro angoli del mondo. Poi, per usare una facile sintesi, nelle stesse manifestazioni dei paesi citati, non ci sono solo i “maranza” e le “baby gang”, ma frange consistenti di popolazione che scende in piazza, non solo per sfasciare le vetrine, simbolo di questa società votata al consumismo e alla ostentazione della ricchezza per chi ce l’ha, e già questo dovrebbe far pensare i “benpensanti”, ma per protestare contro il caro vita, contro il rincaro dei prezzi e contro le guerre. Contro un carrello della spesa che è aumentato del 60% per i beni alimentari e per il rincaro insostenibile delle bollette (gas, luce ecc..) Ma restiamo ai giovani e alla loro rabbia. Come si può pretendere di condannare la violenza senza prendere in esame le condizioni sociali che l’hanno posta in essere? Il primo problema da affrontare non è quello di come reprimerla (facile e comodo per la borghesia), ma del perché sia nata (cosa ben più complessa che ricade sulla responsabilità della stessa classe dirigente). E allora la risposta è semplice e consiste nello sfascio sociale in cui versano tutte le società borghesi, interpreti di un capitalismo decadente e criminale che predica male e peggio si comporta. Predica male perché spinge alla, per lui, “sana” competizione, vive di sfruttamento elevato a strumento legittimo e indispensabile all'arricchimento e al benessere sociale, ma per chi? E peggio si comporta perché toglie ai poveri per dare ai ricchi. Perché giustifica la diseguaglianze, fa pagare le crisi economiche ai più deboli e li manda in guerra quando tenta di risolverle. Chi soffre di tutto questo sono i proletari, le loro famiglie che non arrivano alla fine del mese e i loro figli che non vedono un futuro. Ma restiamo ai giovani, ovviamente non tutti, e giudichiamoli per contesto sociale in cui sono costretti a vivere. Il capitalismo ovvero quel perverso sistema sociale basato su di un tipo di produzione (sfruttamento) che inevitabilmente condiziona la distribuzione della ricchezza sociale (più profitti e meno salari) e impone che nelle crisi – in particolare - la priorità degli investimenti vada dove la rimuneratività dei capitali investiti è più garantita. Più investimenti per le armi e meno alla sanità, alle pensioni e alla scuola. Ecco un primo step da prendere in considerazione e da cui partire. In Italia e in Francia, giusto per fare gli esempi più evidenti ma non unici, ma persino negli Usa esiste lo stesso problema, le scuole vivono di una crisi pressoché perenne sia per le strutture decadenti e poco manutenute, sia per la mancanza di sovvenzioni adeguate al loro migliore funzionamento, sia per programmi. Aule sovraffollate, scarsa manutenzione, personale didattico e di supporto insufficiente o inesistente come per il secondo caso. Nelle aree più povere la defezione scolastica è ancora significativa e spinge i giovani in età della scuola dell'obbligo a lavorare in nero o a vivere in mezzo alla strada in balia della delinquenza organizzata o di quella indotta per imitazione, le cosiddette baby gang, composte anche da giovani che frequentano sì le scuole superiori ma che subiscono, deviando, il fascino della violenza a fine di un falso riscatto sociale in mancanza di vere opportunità per un incerto futuro. In aggiunta, questo vale per il governo italiano, la crisi economica ha indotto una legge di bilancio che prevede il taglio del 50% dei finanziamenti alle associazioni che si interessano dei bisogni della gioventù problematica e non, in tutte le sedi regionali, cittadine e persino di quartiere.

Per i giovani che studiano e frequentano regolarmente la scuola il futuro si presenta in tutte le sfumature del nero più profondo. Il lavoro stabile è un miraggio, quello disponibile, quando c'è, è precario e insicuro. Di costruirsi un percorso pensionistico neanche a parlarne. Per i giovani che provengono da famiglie proletarie lo sbarcare il lunario significa, molto spesso, sopravvivere con lo stipendio dei genitori, e nei casi peggiori, con la pensione dei nonni. Non dimentichiamoci che, da fonti ISTAT, oltre due milioni di famiglie vivono al di sotto della soglia di povertà e altri 5 milioni di lavoratori sopravvivono con un mono-stipendio familiare e ne sono al limite, della sopravvivenza, in attesa di precipitare nel baratro definitivamente. Il famoso ascensore sociale (studia, lavora e salirai la scala sociale) non solo non sale mai, ma sembra inabissarsi nel sottosuolo. Persino per gli studenti della piccola borghesia, magari laureati a pieni voti, l’unica via percorribile è andare all’estero, piuttosto che rimanere in Italia, precari a vita con salari e stipendi tre volte inferiori a quelli oltre confine (solo nel 2025 sono stati 300 mila gli esodi, o fughe di giovani cervelli che dir si voglia). Le ultime generazioni soprattutto quelle delle stratificazioni sociali più basse, non credono più nella società borghese, nella sua scuola fatiscente e nella penalizzante prospettiva di non trovare un lavoro decente. Non credono più in una società che promette illusioni a fronte di una realtà economica dove l’uno per cento detiene l’ottanta percento della ricchezza sociale. Non credono più ai falsi ideali di una presunta democrazia basata sulla divisione in classi, dove lo slogan “la legge è uguale per tutti” nei fatti si scontra con la realtà “che non tutti i cittadini sono uguali per la legge”. Dove la delinquenza finanziaria si confonde con quella delle mafie, dove il lavoro, oltre ad essere più precario, sottopone quotidianamente a vessazioni in cui il ricatto recita un ruolo di primo piano: o lavori in nero o non ti assumo, o lavori quattro ore in più al giorno allo stesso salario o ti licenzio; altro che lavorare tutti, lavorare meno allo stesso salario! E’ il capitalismo in crisi che prima di ricorrere agli estremi rimedi, le guerre, massacra il mondo del lavoro ricattando lo schiavo salariato e sfruttandolo sino all’ultima goccia di energia rimasta. Questo è il mondo che si presenta oggi ai giovani e le prospettive son ancora peggiori. Al rifiuto sociale, alla rabbia accumulata, alle frustrazioni personali si aggiunge un dato terribile che è quello che dice che la prima causa di morte tra i giovani tra i 13 e i 22 anni è il suicidio! A questi giovani che scendono in piazza a spaccare le vetrine, simbolo di questa infame società decantante, va detto che non sono le vetrine del ricco narcisismo borghese che vanno abbattute, ma il capitalismo stesso, che crea e mostra con arroganza la sua ricchezza basata sullo sfruttamento della forza lavoro salariata. E’ contro il capitalismo, che da sempre è sinonimo di sfruttamento, di dominio di classe di pochi nei confronti di molti, che impone una sempre più inumana struttura sociale in base alla quale la ricchezza di pochi ha come condizione la povertà di molti, che bisogna indirizzare la rabbia e le frustrazioni. Scendere in piazza contro il potere è un dovere, oltre che una necessità, ma non per una lotta di piazza, per assaltare i negozi di lusso, per rubarne i prodotti più reclamizzati dalla pubblicità commerciale borghese, ma per una lotta di classe che abbia un minimo di coscienza politica e un obiettivo sociale di rivoluzionario cambiamento.

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Martedì, October 27, 2026