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Home ›L'8 marzo non è una giornata borghese
La Giornata della donna lavoratrice, l'8 marzo, affonda le sue radici nella lotta della classe operaia. Oggi, la nostra classe si trova ad affrontare massicci attacchi economici da parte dello stesso nemico che vede sempre più spesso il conflitto militare come la migliore soluzione alla sua crisi, e le donne lavoratrici troppo spesso ne pagano il prezzo.
Il quadro è desolante per le lavoratrici. Negli USA, la legalità dell'aborto è stata ridotta in molti Stati. In Iran, le donne che disobbediscono alla legge sul pudore e protestano contro lo Stato subiscono una repressione durissima. Qui e altrove non si contano i femminicidi. In tutto il mondo, la violenza di origine patriarcale si abbatte sulle donne. Per i sostenitori del “progresso democratico” non c'è spiegazione per questa regressione. Per tutti gli allori che il capitalismo si attribuisce come liberatore dell'umanità, la corona è ricoperta dal sangue spaventoso delle donne lavoratrici.
Lo Stato capitalista può concedere diritti con la stessa rapidità e arbitrarietà con cui può revocarli. Peggio ancora, l'appello delle femministe liberali per i “diritti delle donne” è stato usato per giustificare la barbarie, spesso contro le donne. Per salvare le donne dell'Afghanistan e dello Yemen dai loro uomini “barbari”, gli operatori di droni “umanitari” dell'esercito statunitense sparano missili “umani” contro i matrimoni. Per “liberare” Gaza dalla morsa dell'“arretrato” Hamas, l'IDF (l'esercito di Israele), molto “progressista”, trasforma le abitazioni in cumuli di macerie.
La società capitalista è un sistema sociale che porta con sé il fango della storia. Lo sciovinismo del passato cambia adattandosi alla logica del capitale. Non c'è nulla che impedisca al capitalismo di essere tanto femminista quanto patriarcale, finché il femminismo borghese permette alle lavoratrici di continuare a essere sfruttate da donne borghesi. Se il divario salariale fosse colmato, se il capo di Stato fosse una donna e se le persone più ricche del pianeta fossero tutte donne, non cambierebbe il fatto che il capitale ha costantemente bisogno di attaccare le condizioni generali della classe operaia per i suoi profitti. Il capitale sfrutta la precarietà di certi settori della classe, come le lavoratrici, per abbassare il tenore di vita di tutti i lavoratori. In linea di principio, il capitalismo può risolvere alcune di queste disuguaglianze, ma superficialmente, perché la loro radice risiede nella disuguaglianza fondamentale responsabile del sistema, ossia il rapporto salariale. Per questo motivo, l'abolizione di queste condizioni odiose può essere ottenuta solo spezzando il potere del capitale.
Come comunisti, sosteniamo non un'alleanza di classe per i “diritti delle donne”, ma l'unità della classe operaia per la liberazione delle donne e di tutta l'umanità; che le lavoratrici siano parte dell'intera lotta della classe operaia per prendere l'iniziativa e distruggere il sistema che sfrutta le masse lavoratrici.
La lotta della classe operaia apre la strada a un mondo libero dalle brutture del passato: sfruttamento, guerra e antagonismo sociale. Ma questo non significa che la lotta dei lavoratori per rivendicazioni puramente economiche si trasformi automaticamente in una vera emancipazione delle donne. Al contrario, lo può fare solo una lotta politica consapevole. Il movimento operaio deve riconoscere che la sua lotta è una lotta per l'emancipazione umana e che solo attraverso il movimento operaio può esserci emancipazione umana. Deve scacciare lo sciovinismo dalle proprie fila per unificarsi, e questo non può essere rimandato, perché è insito nel compito storico della nostra classe. Non ci può essere emancipazione femminile senza emancipazione operaia! Non ci può essere emancipazione dei lavoratori senza emancipazione delle donne! Non ci può essere nessuna emancipazione senza rottura rivoluzionaria con l'ordine capitalistico-borghese!
Partito Comunista Internazionalista – Battaglia comunista
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