Premurosi consigli da "sinistra" a Sua Maestà il Capitale

A proposito delle analisi di molti “autorevoli economisti” contrari al taglio della spesa pubblica - Franco Pinerolo (28 Settembre 2012): "La crisi economica non è crisi del debito pubblico originata da una spesa pubblica eccessiva".

Il piatto di minestra che ci viene proposto da F. Pinerolo (scrive su Pane e Rose ed è iscritto al SLC-CGIL della RAI di Milano, cosi si legge su Internet) è francamente nauseante, non tanto per quel che ci è dato leggere (siamo abituati a simili “divagazioni” sul tema) quanto per il fatto che saremmo al cospetto di una “critica” proveniente da… sinistra! Mentre, a conclusione delle sue esternazioni, questo Pinerolo si merita – come vedremo – la palma di uno fra i tanti premurosi e qualificati consiglieri di Sua Maestà il Capitale.

Non siamo quindi davanti ad una voce fuori dal coro, tutt’altro: si recita un copione che non esce minimamente dall’orizzonte di una sopravvivenza del capitalismo, con la consueta dose di ipocrisia comune a tutti quelli che ne deplorano gli “eccessi” solo per meglio conservarlo. Adoperandosi, fra l’altro, proprio per sostenere la concentrazione e centralizzazione (democratica!) del capitale e alla ricerca, sofferta, di una nuova “forma” (meno sbilanciata verso gli interessi della finanza!) da dare al capitalismo, mantenendo l’ordine e la pace sociale che lo mantengono in forza.

Puntellandosi su quelle che sono le esternazioni e i dati riportati da “moltissimi autorevoli economisti” (lungo elenco che ci lascia senza fiato: prof. J. Stglitz premio Nobel economia, De Grauwe, Martin Wolf, E. Brancaccio, S. Cesaratto, Dornbush, Feldstein, De Nardis, Richard Layard, Manasse e Roubini, Daniel Gros ed altri “insigni economisti”, e poi il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Commissione europea, l’ILO e altre istituzioni internazionali appartenenti al vasto arcipelago del capitalismo globale!) viene avanti la ammuffita tesi che vede quale causa del marasma economico-finanziario europeo (come se negli altri continenti il “benessere” e lo ”sviluppo” offertoci dal capitale fossero di casa!) i famosi “squilibri strutturali nei rapporti commerciali tra i diversi Paesi della zona euro”. Colpevole in primis il “mercantilismo egemonista tedesco” e poi quella BCE che non presta denaro e non sostiene l’occupazione (ma come potrebbe farlo?) e la stabilità. Metteteci lo scoppio delle bolle immobiliari ed eccoci al vade retro Satana! Il modo di produzione capitalistico, i suoi rapporti di produzione, la tendenziale caduta del saggio di profitto, il dominio del capitale sul lavoro, lo sfruttamento della forza-lavoro e tutto il resto viene cancellato, anzi, neppure esiste. Che lo dica uno della classe borghese, passi, ma che lo dica uno che figurerebbe a “sinistra”, c’è da vomitare!

Dunque, ecco il mostro da mettere in prima pagina (e che nasconde il vero responsabile, il capitale): si tratta della “bilancia dei pagamenti _troppo squilibrata_” e dell’egoistico comportamento della Germania, colpevole di “praticare una sleale deflazione competitiva”, un eccesso di esportazioni a danno dei “paesi periferici”. Insomma, ci vorrebbe un po’ di moderazione, che diamine, altrimenti si rischia di compromettere la “convivenza sociale” in Europa! Occorre meno competizione e meno concorrenza fra capitali e Nazioni; uno Stato unico che faccia da moderatore e quindi una “Europa politica, genuina e sostenibile con principi di riequilibrio economico fra Paesi”. E lunga vita al capitale.

Dopo di che l’autore di così profondi pensieri si dimentica di quanto più sopra detto e si chiede: come si fa a crescere senza “politiche industriali dei singoli Stati” (ma come, non si parlava di una “politica comune”…), che mirino a tassi di crescita più elevati per ciascun Paese? E si arriva a citare come un esempio positivo gli USA che vanterebbero un bilancio federale tale (un quarto del Pil) in grado di riequilibrare gli “squilibri” regionali… Si faccia così anche in Europa!

Dunque, si esercitino “pressioni sulla Germania” (con qualche minaccia, va beh, ma “democraticamente” espressa) perché ripari alle conseguenze del suo trascorso “mercantilismo monetario” il quale le ha consentito una bassa inflazione. Berlino dovrebbe riequilibrare anni di situazione sbilanciata e le banche tedesche dovrebbero avere comportamenti più… onesti (leali e altruistici, insomma) magari pagando un “prezzo supplementare” affinché la “solidarietà europea” possa pienamente esprimersi! Francamente, neppure nei sermoni provenienti dai pulpiti del Vaticano si toccano simili… corde nascoste dell’animo umano, in questo caso addirittura inesistenti nel corpo di una classe borghese che, dal proprio portafoglio ricolmo, trasuda abbondante sudore e sangue proletario.

Seguono suggerimenti per appropriati (?) interventi della BCE, secondo le linee sostenute (suonino le trombe!) dal prof N. Rubini, con altre approvazioni per le “politiche” (da imitare) della Fed…

Nota bene: su questa strada battuta dalle schiere degli economisti borghesi, e dove destra e “sinistra” sono alla pari, si tutelerebbero gli interessi dei lavoratori, il che già sarebbe un’affermazione più che…preoccupante, ma addirittura questo inganno, dato in pasto ai proletari (sempre più confusi e disorientati, materialmente e ideologicamente allo sbando), si dovrebbe “reggere sulla difesa della struttura produttiva” esistente. Cioè, sul modo di produzione capitalistico, sui suoi rapporti di produzione e distribuzione…

Ma questo signor Pinerolo ci sta proprio prendendo per i fondelli! E poi rimpiange i buoni propositi di una costruzione europea che doveva essere “terreno di convergenza tra gli interessi dei ceti popolari dei diversi Paesi, migliorando la qualità della vita dei popoli europei, assicurando più occupazione, meno precarietà, redditi reali più elevati”, eccetera. Il trionfo della conservazione capitalistica e della società borghese!

In un momento, breve, di apparente lucidità, il nostro è però preso da un dubbio: va bene rilanciare le esportazioni, ma “se tutti i Paesi euro puntassero a imitare la tendenza della Germania ad aumentare le esportazioni nette e ad accumulare crediti verso l’estero, non vi sarebbe più una fonte di domanda interna alla zona Euro”... (sempre ammesso che vi siano paesi che importino le merci altrui e a loro volta non cerchino di esportare le proprie). La faccenda evidentemente si ingarbuglia.

E riguardo alla produttività, ecco che le contraddizioni esplodono assieme ai… pensieri messi in vetrina. Se in un primo momento si dichiara come “insensato e contraddittorio chiedere aumenti di produttività ai lavoratori per aumentare la crescita”, fino ad ammettere che il “chiedere aumenti di produttività ai lavoratori si risolverebbe in maggiori licenziamenti e disoccupazione”, ecco l’aggiunta: “dato che manca il consumo”. Consumo, sarà bene chiarirlo, “sovibile”, cioè di merci regolarmente pagate sul mercato. Qui si sprofonda nel pantano ideologico che vorrebbe conciliare aumenti di produttività, crescita dell’occupazione e dei consumi, fino a causare nel Pinerolo, poche righe dopo, un momento di sbandamento mentale: non si può fare a meno, aggiunge, di lamentare tuttavia la colpevole “riduzione della produttività”, le scarse “innovazioni tecnologiche e soprattutto innovazioni di prodotto”, alle quali nel medesimo tempo si sarebbe abbandonato il capitalismo italiano! Per sostenere sia il mercato interno (e dalli!) sia le esportazioni concorrenziali…

Ed ecco un altro suggerimento ai nostri capitalisti: anziché abbassare il costo del lavoro, bisogna portare sui mercati un prodotto che abbia un più alto valore (quello tedesco avrebbe un valore superiore del 35% nei confronti di quello italiano)… E sobbalziamo sulla sedia quando il nostro “riformatore” tira in ballo una “più sensata riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per aumentare gli occupati e redistribuire il reddito complessivo”.

Attenzione però: innanzitutto, cosa si intende per “parità di salario”? Se fosse quello attuale per ora di lavoro, con meno ore di lavoro il salario settimanale cadrebbe ugualmente in basso; se fosse quello settimanalmente corrisposto oggi, ammettiamo con 40 ore di lavoro, dovendo rimanere tale anche con una riduzione a 30 ore, significherebbe, per il capitale, aumentare il famigerato costo del lavoro di più del 30%. Non solo, ma se si vuole far assumere altri lavoratori, ebbene, di fronte al capitale prepariamoci – con un po’ del buon “senso” richiesto dal Pinerolo – ad indossare dei giubbetti antiproiettili!

Sta di fatto che basta anche solo indicare una minima mossa “non autorizzata” – la quale vada a scalfire la solida ragnatela di interessi e privilegi che la classe borghese ha rafforzato in almeno un secolo e mezzo di dominio – perché immediatamente il potere risponda. Con forze e mezzi che non gli mancano e con risultati, purtroppo, più che evidenti trovandosi davanti a movimenti divisi e sparpagliati oltre che privi di una organizzazione e di un programma alternativo di classe.

Allora, non c’è soluzione? Certamente no, fino a quando si pretende a priori che ogni “movimento” (qui per la verità siamo completamente immobili!) avvenga nel rispetto delle leggi economiche che reggono il capitalismo, quindi sulla base delle categorie dominanti: merce, denaro, salario, profitto, eccetera. Oltre a ciò si aggiunga la politica e l’ideologia dominante. E fino ad allora nulla cambierà né può cambiare. Anzi: peggiorerà, ed è di questo che il proletariato dovrà ben rendersi conto.

Si mistifica il plusvalore estorto alla forza-lavoro come un “surplus” ottenuto grazie al capitale e alla produttività da lui creata, organizzata e gestita; un surplus che verrebbe spartito in forma di “reddito” tra i cittadini” (le classi non esistono più!) secondo le diverse attività che svolgono, confondendo il salario con cui il capitale compra la merce lavoro, e poi la sfrutta, con quel profitto e quella rendita che provengono dal pluslavoro dei proletari e che la classe dominante si appropria.

Ma il Pinerolo non si ferma qui, e rimangiandosi quanto prima detto (o non detto…) ecco che si lamenta perché “le imprese anziché investire per rinnovare i macchinari e migliorare la tecnologia - dunque per aumentare la produttività – e innovare il prodotto , migliorare la ricerca e il processo produttivo”, hanno invece preferito dirottare i loro soldi verso la finanza e il mercato immobiliare, che garantiscono profitti più alti… (Qui si scomoda perfino San Paolo - I Timoteo VI, 10: Radice _di tutti i_ mali _è l'_ avidità _del denaro!_) Già, questo è proprio il punto in cui casca l’asino: il capitale produce per ottenere profitto, e se questo diminuisce, in qualità di capitale monetario si dà alla speculazione. E guai a chi (ingenuo o fesso…) pretenda di spingerlo sulla retta via! Anche se, in fondo, lo farebbe per il bene del capitale stesso, invitandolo ad essere “più perspicace” col far crescere la produttività del lavoro usando investimenti in innovazione tecnologica, eccetera. E con imprese più grandi capaci di dare un valore aggiunto per addetto molto più alto… Che cosa si può pretende di più dalla “sinistra”! (Il Pinerolo non viene neppure lontanamente sfiorato dal “dubbio”, almeno, che non sia proprio questa la causa che origina la crisi!)

Pinerolo dunque vuole la crescita, e quindi vuole, per poi aiutare i privati, “l’investimento diretto dello Stato nei nuovi settori emergenti” e nelle infrastrutture (finanziabile con tasse sui grandi patrimoni, sulle transazioni speculative, vera lotta all’evasione, riforma del sistema bancario, ecc). Tutto nel rispetto della Costituzione, della democrazia, dell’ordine sociale, eccetera, ovvero rimarcando tutto ciò che a parole viene deplorato ma consentito nella pratica.

Che dire poi del richiamo ai “suggerimenti” del prof. Paul Krugman per una imitazione delle politiche economiche (e militari) di… sviluppo degli Usa nel secondo dopoguerra? (Ne abbiamo parlato su Battaglia.) O di Lawrence Summers, già ministro del Tesoro e consigliere economico della Casa Bianca, che sul Financial Times del 30 aprile 2012 critica “il taglio della spesa pubblica che ha un effetto distruttivo sul Pil…”. Applaude il Pinerolo: ma possibile che il Governo non si accorga che con le sue politiche dà l’addio alla domanda di merci, alla crescita e all’occupazione! Ma questo, s’indigna il nostro, è liberismo selvaggio: va regolamentato!

E continua; dai “tecnici” la “sinistra” si sarebbe aspettato “uno sforzo di innovazione, tagli più mirati e oculati, non la solita ignobile e inutile macelleria sociale”. Si vuol forse “distruggere un modello sociale” così avanzato da rispondere ai “bisogni fondamentali della cittadinanza” e col rischio di mettere in ginocchio il Paese sotto il profilo economico-sociale? Basta coi “tagli lineari che deprimono l’economia”! Calmiamo la “voracità e l’ingordigia dei capitali privati” con i prodotti della farmacia che il capitale gestisce per la propria conservazione! E non si tolga all’Italia “ogni sovranità economica”, altrimenti come potrà “cambiare politiche un nuovo governo di centrosinistra”? Democrazia, progresso, trasparenza, solidarietà ed egualitarismo per “costruire un piano economico” che dia il giusto profitto al capitale e il giusto salario ai lavoratori…

In conclusione, ci troviamo di fronte all’ennesima analisi (superficiale) borghese della crisi, vincolata alla mistificazione delle cause reali di questa come di tutte le crisi che si sono abbattute sul sistema capitalistico di produzione e distribuzione nel suo sviluppo storico. Letteralmente massacrando il proletariato nelle sue sempre più precarie condizioni di vita e di lavoro. E’ evidente che trovandosi all’apogeo di quello che è il suo sviluppo globale, il capitalismo veda ingigantirsi e dilatarsi in ognuno dei suoi settori gli effetti delle contraddizioni che lo dilaniano. Non è di fronte a noi il fallimento del neoliberismo e delle politiche di austerity, bensì il totale fallimento del capitalismo, qualunque siano le vesti che gli si voglia dare, privatistiche o statali, democratiche o dispotiche. Addirittura risibili (se non fossero alla fine tragici) i tentativi di aggrapparsi ad una “salvifica” spesa pubblica (quindi da incrementare con quali mezzi o strumenti nessuno lo precisa fino in fondo, giacché la “coesione sociale” non si discute, anzi, la si invoca!) la quale sia tale da favorire “la ripresa economica, la produzione di beni e servizi necessari per accrescere benessere, coesione sociale (appunto…), occupazione e uno sviluppo equo e sostenibile”.

La forza della critica marxista sta nell’aver individuato, entro la totalità del capitalismo, le contraddizioni reali che in esso si muovono e periodicamente esplodono. Si tratta di “irriducibili e pugnaci opposizioni” (come Marx le chiamò) che possono portare il modo di produzione capitalistico al suo definitivo crollo e superamento, a condizione che la contrapposta classe operaia prenda coscienza di se stessa e della possibilità – con la guida politica del suo partito – di trasformare radicalmente il presente stato di cose. Respingendo quelle sirene ideologiche (gli economisti borghesi e i vari Pecorella) che tentano di trascinare il proletariato, non solo italiano ma internazionale, nelle paludi di una rinnovata unione fra capitale e lavoro, la quale dovrebbe garantire la realizzazione di “crescite armoniche” della produzione, in sempre maggiori quantità. di merci nonché della loro vendita.

Il capitale non ha nulla da temere da quelle lusinghe costruttive provenienti dalla sua fazione borghese di sinistra. Ben altri sono i motivi e le cause che gli impediscono sonni tranquilli…

DC
Mercoledì, October 17, 2012